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20/03/2026
Europa

Il riarmo della Polonia tra SAFE e industria nazionale

di Lorenzo Ghidini

In quanto stato di frontiera del fianco orientale della NATO, la Polonia sta attraversando una significativa espansione delle proprie capacità militari. Questo rafforzamento apre un dibattito interno su come esso debba essere finanziato e strutturato. Varsavia deve infatti decidere non solo come sostenere economicamente il proprio riarmo nel lungo periodo, ma anche se continuare a fare affidamento su forniture straniere o incrementare le capacità della propria industria nazionale.

In quanto stato di frontiera del fianco orientale della NATO, la Polonia sta attraversando una significativa espansione delle proprie capacità militari. Questo rafforzamento apre un dibattito interno su come esso debba essere finanziato e strutturato. Varsavia deve infatti decidere non solo come sostenere economicamente il proprio riarmo nel lungo periodo, ma anche se continuare a fare affidamento su forniture straniere o incrementare le capacità della propria industria nazionale.

La Polonia si trova oggi al centro di un rafforzamento militare senza precedenti dalla fine della Guerra Fredda. Tale espansione comporta interrogativi rilevanti sia sul piano finanziario sia su quello industriale. Accanto alla necessità di sostenere investimenti onerosi, Varsavia deve confrontarsi con la crescente dipendenza da fornitori esteri di sistemi d’arma avanzati.

L’espansione militare polacca e la crescita delle importazioni di armamenti

La Polonia sta espandendo rapidamente le proprie capacità militari, un processo che ha subito una forte accelerazione dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 e il conseguente deterioramento della fiducia polacca nelle intenzioni strategiche di Mosca. Se da un lato questo rafforzamento ha accresciuto la capacità di deterrenza del paese e il suo peso all’interno dell’architettura NATO, dall’altro ha comportato una crescente dipendenza da forniture straniere.

Secondo uno studio del SIPRI pubblicato nel marzo 2026, tra il 2021 e il 2025 la Polonia ha rappresentato la quota più ampia di importazioni di armamenti tra i paesi europei della NATO, pari al 3,6% delle importazioni mondiali. Varsavia è inoltre seconda in Europa solo a Kiev – primo importatore mondiale – e settima a livello globale. Il dato segnala un aumento significativo rispetto al periodo 2016-2020, quando il paese rappresentava lo 0,4% delle importazioni globali.

In questo processo di acquisizione di tecnologie militari avanzate emergono due partner principali della difesa polacca: Corea del Sud e Stati Uniti. Gli accordi siglati con Seul e Washington negli ultimi anni hanno portato Varsavia a sviluppare una significativa dipendenza da questi fornitori, in particolare nei settori della difesa aerea e missilistica e delle forze corazzate terrestri.

L’invasione russa dell’Ucraina ha inoltre spinto la Polonia a trasferire a Kiev numerosi sistemi d’arma di epoca sovietica, rendendo necessario un rapido rinnovamento delle proprie dotazioni militari. Le nuove acquisizioni hanno riguardato asset strategici quali i caccia FA-50 sudcoreani e F-35A statunitensi, i carri armati K2 Black Panther e Abrams, nonché sistemi di difesa aerea e missilistica come HIMARS e Patriot.

Queste acquisizioni hanno rafforzato la postura di deterrenza, aumentando le capacità di colpire in profondità e rendendo più costosa una potenziale aggressione da est. Tuttavia, tale strategia ha accresciuto la dipendenza logistica e industriale da fornitori esteri, soprattutto per quanto riguarda manutenzione e munizionamento, esponendo Varsavia a possibili cambiamenti nelle priorità strategiche dei partner.

Il finanziamento della difesa e il ruolo del programma SAFE

L’espansione militare polacca solleva il problema di come finanziare un programma di modernizzazione così ambizioso e di lungo periodo. Per Varsavia, uno degli attori più rilevanti nella sicurezza europea orientale, questa questione rappresenta oggi un nodo centrale del dibattito politico.

La Polonia ha tradotto il proprio crescente impegno nella sicurezza del continente in un aumento consistente della spesa militare, che nel 2026 dovrebbe raggiungere il 4,81% del PIL. Tuttavia, una struttura difensiva complessa come quella polacca – che include modernizzazione tecnologica, espansione degli organici e rinnovamento infrastrutturale – richiede risorse estremamente elevate.

In questo contesto si inserisce il Security Action for Europe (SAFE), approvato dal Consiglio dell’Unione Europea nel maggio 2025. Il programma rappresenta uno strumento finanziario volto a rafforzare l’industria della difesa europea, con la possibilità di destinare fino a 150 miliardi di euro agli Stati membri per investimenti urgenti nelle capacità militari.

Nella visione della Commissione europea, SAFE costituisce il primo pilastro del piano ReArm Europe Plan/Readiness 2030, presentato nel marzo 2025 dalla presidente Ursula von der Leyen.

Per la Polonia il programma prevede fino a 43 miliardi di euro di finanziamenti, rendendo Varsavia uno dei principali beneficiari. Il meccanismo stabilisce che almeno il 65% dei componenti acquistati provenga da paesi dell’UE, dello Spazio economico europeo o dall’Ucraina, limitando al 35% la quota proveniente da paesi extra-UE.

Per un paese che ha costruito gran parte della propria modernizzazione militare su forniture provenienti da Stati Uniti e Corea del Sud, SAFE rappresenta un potenziale cambio di rotta, incentivando una maggiore integrazione nell’industria della difesa europea.

La Polonia stessa ha avuto un ruolo attivo nelle negoziazioni che hanno portato all’accordo, in quanto detentrice della presidenza del Consiglio dell’UE tra gennaio e giugno 2025. Il governo guidato da Donald Tusk ha sottolineato come il programma sia stato fortemente sostenuto da Varsavia e ha evidenziato che fino all’89% dei fondi destinati al paese potrebbe confluire nell’industria nazionale.

Secondo l’esecutivo polacco, SAFE rappresenta quindi uno strumento utile sia per sostenere le esigenze delle forze armate sia per rafforzare le capacità produttive della base industriale nazionale. Durante i negoziati sono tuttavia emerse divergenze tra gli Stati membri: paesi come Francia, Belgio e Lussemburgo hanno sostenuto posizioni più protezionistiche, mentre diversi stati dell’Europa orientale hanno spinto per una maggiore apertura ai fornitori extra-europei. Ciò evidenzia come le prospettive di integrazione dell’industria della difesa europea non siano uniformi all’interno dell’Unione.

Il dibattito politico interno e l’opposizione della presidenza

Alla fine di febbraio 2026 il parlamento polacco ha approvato la legislazione che consente al paese di accedere ai finanziamenti previsti dal programma SAFE. Tuttavia il presidente Karol Nawrocki ha posto il veto alla legge che avrebbe consentito alla Polonia di accedere ai fondi SAFE, aprendo uno scontro istituzionale con il governo guidato da Donald Tusk.

Nawrocki ha contestato SAFE sostenendo che i prestiti erogati in euro e non in złoty potrebbero aprire la strada a condizionalità politiche da parte di Bruxelles. Il presidente ha inoltre espresso preoccupazione per le restrizioni relative alla partecipazione di paesi extra-UE, ritenute potenzialmente dannose per i rapporti con i principali partner strategici di Varsavia, in particolare gli Stati Uniti.

La presidenza, insieme al governatore della Banca nazionale polacca Adam Glapiński, ha quindi avanzato la proposta di un programma alternativo basato esclusivamente su finanziamenti nazionali, informalmente definito “SAFE 0%”.

La divisione tra presidenza e governo sul finanziamento della difesa riflette una più ampia polarizzazione politica interna tra partiti conservatori e liberali, che riguarda anche l’orientamento della politica estera: i primi tendono a privilegiare una posizione più atlantista, mentre i secondi appaiono più favorevoli a una maggiore integrazione europea.

Le critiche mosse dalla presidenza trovano eco anche in alcune analisi indipendenti. Uno studio dell’International Institute for Strategic Studies (IISS) sottolinea come SAFE preveda che l’Unione Europea mantenga il controllo sul design dei sistemi finanziati. Ciò implica che un produttore extra-UE dovrebbe trasferire tecnologia, dati tecnici, software e diritti di proprietà intellettuale, un processo complesso e raramente accettato dalle aziende.

La possibile esclusione di produttori non europei potrebbe quindi limitare l’accesso a tecnologie avanzate e ridurre l’interoperabilità con alleati chiave, rallentando in parte il processo di riarmo europeo. Nel caso polacco questo problema riguarda in particolare i fornitori sudcoreani, la cui competitività è legata alla rapidità delle consegne e all’ampio trasferimento tecnologico offerto nei contratti.

Made in Polska: lo stato dell’industria della difesa polacca

Il dibattito sul finanziamento della difesa si intreccia con una questione strategica più ampia: la capacità della Polonia di sviluppare una base industriale autonoma nel settore della difesa.

Negli ultimi due decenni l’industria militare polacca ha perso diverse capacità produttive, tra cui la produzione di carri armati e di alcune munizioni. Allo stesso tempo Varsavia ha investito meno di altri paesi industrialmente avanzati, come la Corea del Sud, nella ricerca e sviluppo (R&D), fondamentale per sviluppare nuove tecnologie militari e migliorare i sistemi d’arma esistenti.

Dopo una lunga fase di sottoinvestimenti la Polonia sta tuttavia cercando di rafforzare la propria capacità produttiva nazionale. Il settore ruota attorno al conglomerato statale Polska Grupa Zbrojeniowa (PGZ), con capacità produttive soprattutto nel campo delle armi leggere, degli obici semoventi Krab e del sistema antiaereo portatile Piorun.

Un ruolo rilevante è svolto anche dall’azienda statale Nitro-Chem, uno dei maggiori produttori di TNT in Europa e tra i principali fornitori dell’esercito statunitense.

Particolarmente problematica rimane invece la produzione di proiettili d’artiglieria. Nel 2024 la produzione polacca si attestava tra 30.000 e 40.000 unità annue. Varsavia ha quindi fissato l’obiettivo di raggiungere le 100.000 unità annue entro il 2028.

Negli ultimi anni si è registrata una crescita significativa dell’export dell’industria della difesa polacca, passato da 27 milioni di dollari nel 2012 a oltre 933 milioni nel 2022, per poi superare 1,05 miliardi nel 2023.

Nonostante questi progressi, la struttura del settore rimane problematica. PGZ è un conglomerato molto ampio, spesso caratterizzato da processi burocratici lenti e difficoltà nell’innovazione tecnologica. Sebbene le gare pubbliche siano formalmente aperte anche ad aziende private, i contratti continuano a essere dominati da PGZ e da poche grandi imprese, poiché i requisiti tecnici e di sicurezza favoriscono gli attori già presenti sul mercato.

Il sistema di approvvigionamento militare tende inoltre a privilegiare l’acquisto di sistemi già completamente sviluppati, limitando l’accesso al mercato per startup e aziende innovative.

Queste dinamiche spingono Varsavia ad acquistare sistemi statunitensi o europei già testati in combattimento, riducendo il rischio tecnologico e garantendo tempi di consegna più rapidi. Ne deriva che molte tecnologie sviluppate in Polonia faticano a maturare pienamente, con aziende che cercano finanziamenti esteri e vendono su altri mercati senza che l’economia nazionale benefici pienamente dell’innovazione domestica.

In questo contesto, la Polonia si dimostra spesso più efficace nella modernizzazione di sistemi esistenti che nello sviluppo autonomo di piattaforme completamente nuove. Il dibattito sul programma SAFE riflette quindi una questione più ampia: come sostenere nel lungo periodo l’ambizioso riarmo polacco senza accrescere eccessivamente la dipendenza industriale e finanziaria da attori esterni.

Il veto presidenziale al programma SAFE dimostra come la questione del finanziamento del riarmo sia diventata uno dei principali terreni di scontro politico nella Polonia contemporanea.

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