L’attacco di Israele e Stati Uniti contro l’Iran ha innescato una crisi lontana dall’essere periferica, sia per gli effetti sull’approvvigionamento energetico globale sia per le reazioni dei Paesi limitrofi. In linea con la propria dottrina, la Francia punta a preservare credibilità e presenza strategica nell’area: il dispiegamento dell’unica portaerei, Charles de Gaulle, e gli accordi locali ne sono un chiaro segnale.
L’operazione congiunta Epic Fury, avviata il 28 febbraio da Tel Aviv e Washington con il pretesto di eliminare i paventati programmi nucleari di Teheran, si sta rivelando tutt’altro che breve e circoscritta. Tra i richiami a una “Terza guerra del Golfo” e l’ipotesi del dispiegamento di boots on the ground, le conseguenze più evidenti emergono sul piano energetico. L’Iran ha iniziato a bloccare lo stretto di Hormuz, uno dei punti strategici nevralgici per i traffici globali, dove transita il 20% del petrolio e del gas naturale liquefatto (GNL) mondiale. Sebbene le esportazioni da Arabia Saudita, Iraq e Kuwait siano inferiori rispetto a quelle provenienti da USA, Norvegia, Kazakistan e Algeria, il protrarsi del conflitto viene osservato con crescente timore dall’Unione europea e dalla Francia.
Storicamente presente nella regione e interessata alla sicurezza delle rotte marittime e commerciali, Parigi sta mobilitando forze e dispositivi militari con tre obiettivi principali: agevolare il rimpatrio dei propri cittadini, difendere gli interessi nazionali nell’area e contenere la minaccia nucleare, autocratica e terroristica iraniana. Infine, il rafforzamento dei canali diplomatici e dell’integrità territoriale delle monarchie del Golfo rappresenta un fattore indispensabile per preservare il grandeur francese nell’area.
Gli interessi francesi nel Golfo
Le affermazioni di Macron circa “l’obiettivo di mantenere un approccio difensivo e garantire credibilità e de-escalation regionale” riflettono una consolidata strategia di potenza che sta includendo progressivamente la difesa dell’Europa. In seguito al drone che ha colpito la base britannica di Akrotiri nell’isola cipriota, Parigi si è immediatamente mobilitata per sostenere Nicosia con sistemi anti-missile e anti-drone e la fregata FS Languedoc. A ciò si è aggiunto il dispiegamento nel Mediterraneo orientale di otto fregate, due portaelicotteri, due nuove unità nell’operazione Aspides e di Charles de Gaulle, l’unica portaerei a propulsione nucleare attualmente operativa in Europa. Nel complesso, tale schieramento denota l’avvio di un’architettura di contenimento e deterrenza nel Mediterraneo allargato, senza innescare un’offensiva contro l’Iran.
Quanto al dossier energetico e commerciale, Parigi ha avviato un dialogo negoziale con Teheran per riaprire lo stretto di Hormuz, ma la soluzione diplomatica risulta attualmente poco probabile. Dall’altra sponda dell’Atlantico, Trump ha lanciato un appello a Francia, Regno Unito, Cina, Corea del Sud e Giappone affinché inviino navi da guerra per sbloccare lo stretto e assicurare il passaggio delle forniture mondiali di petrolio. In questo senso, Macron starebbe valutando l’invio di unità e contributi per ovviare alla crisi delle rotte e sorvegliare il canale di Suez e il Mar Rosso.
Parallelamente, il consolidamento di alleanze locali diviene un imperativo per l’Eliseo. Sei caccia Rafale sono arrivati agli Emirati Arabi Uniti per assicurarne la sicurezza: una decisione da non sottovalutare e da ricondurre all’accordo politico-militare, siglato nel 1995, tra Parigi ed Abu Dhabi. Tale cooperazione si poggia su prerogative comuni, come la lotta al terrorismo, e si è ampliata notevolmente negli anni, portando all’insediamento di basi permanenti francesi nel Golfo. La base aerea 104 di Al Dhafra che ospita i Rafale, la base navale nel porto di Mina Zayed e la base terrestre della città militare di Zayed rappresentano infrastrutture essenziali per proiettare capacità militari oltre i confini domestici e preparare operazioni in Medio Oriente.
Al di là della retorica e dell’evidente necessità di tutelare i propri cittadini nella regione (circa 400.000), l’attenzione francese per il conflitto in corso e per gli attacchi iraniani è dovuta proprio alla propria base aerea di Al Dhafra. Questa è minacciata dagli attacchi convenzionali, ma in particolar modo dalla guerra elettronica e di saturazione, che attraverso droni, jamming, attacchi sotto soglia, missili balistici, consumerebbe e degraderebbe la funzionalità dei velivoli presenti. Un rischio inaccettabile per la Francia che mira a essere riconosciuta globalmente come potenza aerea e navale e che, per questo, ha intensificato la propria presenza militare nell’area.
La necessità di credibilità
La Francia rappresenta il Paese europeo che sta investendo maggiormente nel conflitto in Medio Oriente, sia con mezzi militari che con iniziative diplomatiche. Tuttavia, un’esposizione sempre più intensa comporta anche un coinvolgimento difficile da contenere. Ne è un esempio la morte del maresciallo Arnaud Frion, del 7° Battaglione di Chasseurs Alpini, rimasto vittima il 12 marzo di un attacco iraniano a Erbil, nel Kurdistan iracheno dove è in corso una missione di lotta al terrorismo. Questo campanello d’allarme, ritenuto “inaccettabile”, non ha dissuaso Macron dal proseguire una postura difensiva e di mantenimento della credibilità strategica.
L’orientamento transalpino punta a concorrere alla difesa nazionale, europea e mediorientale e ad agire indipendentemente dagli Stati Uniti, reputati sempre più imprevedibili e inaffidabili. Come riportato da Defense News, la postura della Casa Bianca si rivela essere “deludente” per i partner del Golfo, considerati marginali rispetto agli interessi israeliani. Invece Parigi, approfittando delle dinamiche circostanziali e della sua presenza storica, intende proporsi come un’alternativa seria in grado di fornire sicurezza e la “terza via” agli Stati del Golfo per evitare di rimanere intrappolati nella competizione sino-statunitense e nell’escalation militare.

