L’operazione militare congiunta, condotta da Israele e Stati Uniti nella giornata di sabato 28 febbraio, contro la Repubblica Islamica dell’Iran, apre un ulteriore spiraglio di crisi che, dal quadrante mediorientale, è suscettibile di estendersi al resto del continente euroasiatico, mettendo alla prova la credibilità di Russia e Cina come potenze regionali. Le immediate azioni di Teheran, dal targeting delle principali basi militari americane stanziate nel Golfo Persico alla chiusura dello Stretto di Hormuz, configurano un primo tentativo di internazionalizzare i costi dell’attacco preventivo diretto al cuore politico dell’Islam sciita.
Nelle ultime ore, a suscitare crescente apprensione sui principali mercati globali rimane l’interdizione dello Stretto di Hormuz al traffico petrolifero. Il corridoio marittimo che separa la costa meridionale dell’Iran dalla penisola di Musandam è interessato difatti dal transito giornaliero di circa 20 milioni di barili di oro nero, ovvero l’equivalente annuo di un quinto del greggio mondiale. Se l’attuale interruzione di forniture petrolifere può essere momentaneamente mitigata dagli Stati Arabi del Golfo, mediante l’impiego di infrastrutture alternative che tagliano lo Stretto di Hormuz (East-West Pipeline e Abu Dhabi Crude Oil Pipeline), l’ineludibilità dei vincoli geografici di questa arteria marittima, a differenza di altri choke point, genera una vulnerabilità reciproca tra produttori ed esportatori. I primi in quanto necessitano dell’accesso al mercato per garantire la sussistenza dei vari apparati economici nazionali; i secondi in quanto richiedono la sicurezza fisica degli approvvigionamenti per scongiurare che eventuali interruzioni nelle forniture si traducano in shock alla produzione industriale.
Idrocarburi e infrastrutture: le leve della crisi
A risultare maggiormente esposte, nel quadro geo-economico delineato, sono le economie asiatiche, destinatarie di circa l’84% dei flussi di idrocarburi che attraversano lo Stretto. Nel medio-lungo periodo, la pressione più significativa potrebbe gravare proprio su Beijing che, in quanto maggiore importatore mondiale di petrolio, ancora la propria sicurezza energetica alla stabilità del Golfo Persico: considerazione che assume un peso rilevante soprattutto in virtù della recente contrazione di forniture di greggio venezuelane determinate dall’embargo statunitense su Caracas. Tali condizionamenti potrebbero condurre il Dragone ad approfondire la propria dipendenza energetica da Mosca, con implicazioni dirette sulla ridefinizione della geometria regionale dei rapporti di potere. Nonostante risulti improbabile che il Cremlino riesca a soddisfare integralmente il fabbisogno energetico di Beijing, nel breve periodo i vantaggi per Mosca sono tutt’altro che trascurabili: la Russia acquisterebbe una posizione negoziale privilegiata che le consentirebbe di esercitare un significativo leverage energetico sul colosso asiatico, assegnando discrezionalmente al petrolio russo un valore strategico decisamente superiore a quello di mercato.
Se le prospettive di breve periodo relative allo sbarramento dello Stretto di Hormuz sembrano giovare al Cremlino, la prolungata destabilizzazione del territorio iraniano rappresenta una minaccia diretta alla piena operatività del Corridoio di Trasporto Internazionale Nord-Sud (INSTC): un’infrastruttura multimodale di circa 7.200 km che collega la costa baltica russa ai mercati indiani, attraverso il Mar Caspio e i porti iraniani. Il corridoio, che ha registrato un traguardo significativo nel novembre del 2025, quando un treno merci partito da Mosca ha raggiunto Teheran in soli 12 giorni, rappresenta, soprattutto in virtù delle sanzioni occidentali comminate al Cremlino dall’inizio del conflitto con l’Ucraina, una rete di interscambio essenziale per la Federazione Russa. L’attacco israelo-statunitense al porto iraniano di Bandar Abbas, capoluogo della provincia di Hormozgan, interessato dall’asse di collegamento dell’INSTC, si inserisce così all’interno di un oculato calcolo strategico volto a indebolire la presenza russa in Iran: l’ultimo avamposto di Mosca contro l’egemonia occidentale in Eurasia.
La tenuta dell’asse euroasiatico
Alla luce di tali dinamiche, che intrecciano vulnerabilità energetiche e interessi infrastrutturali, si comprende perché arginare le ostilità in Medio Oriente rappresenta, per Cina e Russia, non solo un’esigenza sistemica, ma anche un banco di prova dirimente per la loro credibilità quali attori geopolitici. Un eventuale coinvolgimento diretto delle due potenze nel quadrante mediorientale rimane, allo stato attuale, un’opzione con uno scarso margine di praticabilità; ciononostante tale scenario non si accompagna ad un placido immobilismo.
Mosca e Beijing, già a seguito delle escalation regionali nel giugno del 2025, con gli attacchi missilistici statunitensi ai siti di arricchimento dell’uranio di Fordow, Natanz e Isfahan, hanno ulteriormente rafforzato il proprio coinvolgimento in Iran, fornendo assistenza logistica alla capitale sciita. Il 27 febbraio 2026, la società cinese di analisi di intelligence MizarVision ha diffuso, sulle principali piattaforme digitali, gli spostamenti delle unità navali statunitensi nel Golfo: una forma di supporto indiretto che attesta l’occhio vigile della potenza sinica sulla regione. Speculare, ancorché declinata in termini marcatamente militari, si palesa l’inequivoca posizione russa, attraverso la fornitura a Teheran di sofisticati dispositivi di ricognizione orbitale.
Il conflitto in Iran apre dunque delle linee di frattura che non interessano solo il quadrante mediorientale, ma interrogano criticamente il ruolo di Russia e Cina nel continente euroasiatico. Le azioni del “blocco occidentale” a trazione americana sembrano decostruire, a livello narrativo, l’esistenza di un ordine globale fondato su un assetto multipolare. Le modalità di azione future con le quali Beijing e Mosca decideranno di intervenire nell’attuale conflitto, travalicano perciò la dimensione del calco tattico e si inseriscono in un discorso di più ampio respiro, nel quale la posta in gioco è la tenuta stessa della loro credibilità regionale.

