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27/03/2026
Russia e Spazio Post-sovietico

Quattro anni di guerra in Ucraina: dal logoramento militare alla trasformazione dell’ordine europeo

di Mattia Saitta

Dopo quattro anni dall’invasione russa del febbraio 2022, la guerra in Ucraina si configura ormai come un conflitto di logoramento strutturale, destinato a protrarsi nel tempo in assenza di condizioni per una vittoria decisiva. La stabilizzazione del fronte, le fragilità interne di Kiev e l’adattamento strategico di Mosca stanno ridefinendo non solo l’evoluzione del conflitto, ma anche gli equilibri della sicurezza europea.

Dopo quattro anni dall’invasione russa del febbraio 2022, la guerra in Ucraina si configura ormai come un conflitto di logoramento strutturale, destinato a protrarsi nel tempo in assenza di condizioni per una vittoria decisiva. La stabilizzazione del fronte, le fragilità interne di Kiev e l’adattamento strategico di Mosca stanno ridefinendo non solo l’evoluzione del conflitto, ma anche gli equilibri della sicurezza europea.

Il conflitto russo-ucraino, iniziato il 24 febbraio 2022 come “operazione militare speciale”, si è rapidamente trasformato in uno scontro prolungato. Le difficoltà incontrate lungo le principali direttrici operative e nei centri urbani strategici hanno compromesso la prospettiva di una campagna breve, determinando il fallimento delle offensive iniziali e segnando il passaggio a una guerra di attrito caratterizzata da logoramento tattico, ridotti guadagni territoriali e costi elevati. 

Le controffensive ucraine tra il 2022 e il 2023 hanno prodotto un primo riequilibrio operativo. La combinazione tra manovre mobili, sistemi di difesa avanzati e il sostegno occidentale in termini di intelligence, addestramento e forniture militari ha consentito a Kiev di recuperare margini di iniziativa, evidenziando una crescente capacità di adattamento. Parallelamente, Mosca ha riorganizzato la propria postura militare, ricorrendo a mobilitazioni parziali e calibrando le operazioni su un confronto di lungo periodo, in cui sostenibilità delle risorse e capacità di esercitare pressione nel tempo sono diventate determinanti.

In un contesto caratterizzato da linee del fronte relativamente statiche, l’evoluzione tecnologica ha assunto un ruolo cruciale. L’impiego sistematico di sistemi senza pilota, integrati con capacità di sorveglianza avanzata e attacchi a lungo raggio, ha aumentato la trasparenza del campo di battaglia, riducendo drasticamente la possibilità di operazioni su larga scala non individuate. Questo ha favorito un modello operativo basato su precisione, saturazione e persistente pressione a distanza, rendendo sempre più difficile ottenere avanzate rapide e decisive. 

Il controllo del Donbass ha assunto una centralità strategica per Mosca: oltre alla rilevanza territoriale e simbolica, la regione garantisce continuità geografica con la Crimea e il controllo di infrastrutture industriali e logistiche fondamentali. Tale obiettivo si inserisce in una visione più ampia della politica estera russa, riconducibile anche alla dottrina Primakov, orientata a contrastare l’unipolarismo occidentale e a promuovere un sistema internazionale multipolare fondato sull’equilibrio tra le grandi potenze. In questo quadro, la guerra in Ucraina si colloca all’interno di una competizione più ampia tra Russia e Occidente, in cui Mosca mira a riaffermare il proprio ruolo nello spazio internazionale. Tuttavia, il prolungarsi del conflitto e l’intensificazione del confronto con i paesi occidentali hanno contribuito ad accentuare l’isolamento politico ed economico della Russia, mettendo in luce i limiti di una strategia fondata su un confronto diretto e di lungo periodo.

Nel complesso, la dinamica del conflitto riflette una condizione di deterrenza senza vittoria, nella quale nessuno degli attori coinvolti dispone delle risorse necessarie per conseguire un successo decisivo nel breve periodo, ma entrambi mantengono la capacità di evitare una sconfitta totale. Ne deriva un assetto instabile ma duraturo, destinato a protrarsi nel tempo. 

Ucraina tra resilienza e vulnerabilità: la sostenibilità della guerra lunga

A oltre quattro anni dall’inizio dell’invasione su vasta scala, la capacità dell’Ucraina di sostenere il conflitto dipende sempre più dalla tenuta delle sue strutture politiche, economiche e sociali. Nei primi anni della guerra, lo Stato ucraino ha dimostrato una significativa capacità di adattamento istituzionale e mobilitazione nazionale, riuscendo a preservare la continuità delle istituzioni e un elevato livello di coesione interna. Questa resilienza è stata sostenuta da fattori convergenti, tra cui la mobilitazione della società civile, il rafforzamento del potere esecutivo nel contesto della legge marziale e il sostegno politico, economico e militare garantito dai partner occidentali. Tuttavia, con il prolungarsi del conflitto, emergono con maggiore evidenza le vulnerabilità strutturali del paese

La guerra ha inciso profondamente sul tessuto produttivo e infrastrutturale, tra contrazione dell’attività industriale, danni diffusi alle infrastrutture energetiche e aumento significativo della spesa pubblica destinata alla difesa. In questo contesto, la stabilità finanziaria dello Stato dipende in misura crescente dal sostegno internazionale, divenuto essenziale per garantire il funzionamento dell’apparato statale e dei servizi pubblici. Le pressioni economiche si intrecciano con dinamiche politiche e istituzionali condizionate dal prolungarsi della guerra. La leadership del presidente Volodymyr Zelensky continua a rappresentare un punto di riferimento, ma il sistema politico resta fortemente influenzato dalla legge marziale e dalla sospensione del ciclo elettorale. Nel dibattito pubblico emergono periodicamente ipotesi di elezioni; tuttavia, le autorità ucraine hanno ribadito che qualsiasi processo elettorale potrà essere avviato solo in presenza di adeguate condizioni di sicurezza e dopo un eventuale cessate il fuoco. 

Parallelamente, il conflitto pone sotto pressione il sistema di governance e la capacità dello Stato di mantenere standard elevati di trasparenza. Alcuni episodi recenti, tra cui l’arresto dell’ex ministro dell’Energia, hanno riacceso l’attenzione sul tema della corruzione. L’operazione Mida, condotta dalle agenzie anticorruzione Nabu e Sapo, ha portato alla luce un sistema di tangenti e riciclaggio di circa 100 milioni di dollari legato alla compagnia statale Energoatom, evidenziando criticità nella gestione del reclutamento e irregolarità nel sistema di mobilitazione, in un contesto in cui le forze armate ucraine faticano a mantenere gli effettivi lungo una linea del fronte estesa.  L’inchiesta ha inoltre sollevato interrogativi sul coinvolgimento di figure vicine all’entourage presidenziale. Al tempo stesso,  il sostegno dell’opinione pubblica alla prosecuzione del conflitto appare meno compatto rispetto alle fasi iniziali: secondo un recente sondaggio Gallup, il 69% della popolazione si dichiara favorevole a una soluzione negoziata nel più breve tempo possibile, segnando un’evoluzione nelle percezioni della guerra. 

Nel complesso, la stabilità politica, economica e sociale dell’Ucraina rappresenta oggi una variabile strategica centrale per la prosecuzione del conflitto. La capacità di mantenere la coesione interna e di preservare il sostegno internazionale si conferma infatti determinante per garantire la sostenibilità nel tempo dello sforzo militare e politico del paese.

Russia tra pressione economica e adattamento strategico

Dopo oltre quattro anni di conflitto, la Russia ha progressivamente adattato la propria strategia militare ed economica alla natura prolungata dello scontro. Sul piano operativo, Mosca ha mantenuto una pressione costante lungo il fronte, facendo leva su artiglieria, droni e attacchi a lungo raggio contro infrastrutture critiche, consolidando una postura orientata al logoramento sistematico dell’avversario. Parallelamente, il complesso militare-industriale ha registrato una significativa espansione. La produzione di armamenti e munizioni è stata incrementata per sostenere operazioni prolungate e compensare le perdite, mentre la crescente integrazione tra apparato statale e industriale della difesa ha rafforzato la capacità di mobilitazione economica. L’aumento della spesa pubblica destinata alla difesa e la riorganizzazione delle capacità logistiche e produttive rappresentano elementi centrali di questa strategia, funzionali al mantenimento di uno sforzo bellico di lungo periodo. 

La mobilitazione di risorse umane costituisce un ulteriore fattore chiave. Le autorità hanno fatto ricorso a una combinazione di leva obbligatoria, incentivi economici e pressioni sociali per garantire nuovi arruolamenti. Secondo diverse segnalazioni, anche studenti universitari sono stati coinvolti nei programmi di reclutamento, sollevando preoccupazioni sul piano etico e legale. Nonostante tali criticità, le forze armate continuano a mantenere effettivi numericamente rilevanti, confermando la capacità di Mosca di sostenere la pressione lungo una linea del fronte estesa. In questo quadro, il presidente Vladimir Putin ha ribadito la priorità strategica di consolidare e potenziare ulteriormente le forze armate, mantenendo un apparato competitivo nel confronto con l’Occidente. 

Sul piano economico, la Russia ha fronteggiato gli effetti cumulativi delle sanzioni occidentali e della guerra prolungata senza subire un collasso sistemico. Le esportazioni energetiche hanno rappresentato un pilastro di resilienza, generando flussi finanziari rilevanti e consentendo il finanziamento dello sforzo bellico. Nel periodo conclusosi a febbraio 2026, le entrate derivanti da petrolio, gas, carbone e prodotti raffinati hanno registrato una contrazione del 27% rispetto al periodo precedente all’invasione, pur rimanendo su livelli elevati grazie al mantenimento dei volumi esportati e alla riallocazione verso mercati alternativi. Al contempo emergono segnali di pressione interna, tra cui aumento dei costi produttivi, crescita della pressione fiscale e progressivo squilibrio tra economia civile e settore militare.

Un ulteriore elemento di adattamento è dato dal rafforzamento della cooperazione con la Cina. I rapporti bilaterali tra Xi Jinping e Vladimir Putin hanno consolidato una partnership strategica in ambito economico, tecnologico ed energetico, favorendo lo sviluppo di circuiti commerciali alternativi e attenuando l’impatto delle sanzioni occidentali. L’intensificazione degli scambi energetici ha svolto un ruolo cruciale nel sostenere la stabilità finanziaria della Federazione Russa e nel consolidare la posizione della Repubblica Popolare Cinese quale principale partner commerciale di Mosca.  Attualmente, la Cina rappresenta oltre il 30% dei ricavi derivanti dalle esportazioni russe e oltre il 40% delle importazioni russe.

Nonostante questi elementi di resilienza, persistono incertezze sulla sostenibilità di lungo periodo dello sforzo bellico russo. L’Alta Rappresentante dell’Unione Europea per la politica estera e di sicurezza Kaja Kallas ha sottolineato come l’economia russa stia progressivamente risentendo del conflitto e dell’isolamento internazionale, mettendo in discussione la capacità del paese di sostenere indefinitamente una guerra prolungata. In linea con questa valutazione, il rapporto 2026 del Servizio di Intelligence estone rileva crescenti pressioni economiche e sociali interne: l’economia civile viene trascurata a favore della spesa militare, il deficit e la pressione fiscale aumentano, mentre tensioni tra funzionari di alto livello segnalano uno stress istituzionale crescente. Il documento evidenzia anche un rafforzamento della repressione politica, del controllo ideologico e delle elezioni, pur riconoscendo la capacità del regime di adattarsi e mantenere stabilità macroeconomica e capacità militare. Complessivamente, queste valutazioni indicano che la Russia può proseguire lo sforzo bellico, ma i rischi interni economici, sociali e politici aumentano, mettendo in discussione la sostenibilità della guerra nel lungo periodo. 

La crisi in Medio Oriente e la temporanea chiusura dello Stretto di Hormuz hanno riportato al centro del quadro geopolitico globale la rilevanza strategica degli idrocarburi, generando pressioni sui mercati energetici e ridefinendo le opportunità di negoziazione per i grandi esportatori. In questo contesto, la Russia beneficia di un paradosso energetico: pur sottoposta a sanzioni e a crescenti tensioni interne, la sua posizione come principale fornitore di petrolio e gas le consente di mantenere ricavi stabili e significativi, fondamentali per sostenere l’industria bellica e mantenere la pressione sul fronte ucraino, garantendo al contempo margini di manovra anche nei confronti dei paesi europei. Tale centralità energetica si intreccia con una crescente proiezione diplomatica: le tensioni regionali e il riemergere del dossier iraniano offrono a Mosca l’opportunità di accreditarsi come interlocutore rilevante anche verso Washington, ritagliandosi un potenziale ruolo di mediazione tra Stati Uniti e Iran. Ne deriva un vantaggio su più livelli, in cui la resilienza economico-energetica si traduce in leva politica e negoziale, rafforzando la posizione internazionale del Cremlino e ampliando la sua capacità di influenzare gli equilibri globali nonostante la pressione occidentale. 
In questo contesto, la guerra in Ucraina si conferma come un conflitto di logoramento prolungato, nel quale la resilienza ucraina, sostenuta dal supporto occidentale, si confronta con l’adattamento strategico russo, rafforzato da risorse energetiche, partenariati esterni e rinnovate opportunità diplomatiche. L’assenza di condizioni per una vittoria rapida da parte di entrambi gli attori alimenta un equilibrio strategico instabile, destinato a protrarsi nel tempo. Più in generale, il conflitto trascende la dimensione territoriale e si configura come un processo strutturale in cui si intrecciano fattori militari, economici e geopolitici. In prospettiva, la capacità della Russia di convertire la propria resilienza economica ed energetica in leva politica e negoziale è destinata a incidere non solo sulla prosecuzione del conflitto, ma anche sull’innalzamento delle proprie richieste in eventuali fasi negoziali, con implicazioni dirette per la sicurezza europea e per l’evoluzione dell’ordine internazionale.

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