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02/04/2026
Medio Oriente e Nord Africa

Pakistan–Afghanistan dopo il 2021: la strategic depth sotto pressione

di Gianmarco Giovannetti

Il ritorno dei Talebani al potere nell’agosto 2021 sembrava offrire al Pakistan un contesto strategico favorevole lungo il proprio confine occidentale, consolidando a Kabul un attore storicamente vicino, ma non necessariamente allineato, a Islamabad. Tuttavia, l’aumento dell’attività del Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP) e il deterioramento della sicurezza nelle regioni di frontiera suggeriscono un quadro più complesso. Più che rafforzare automaticamente la posizione strategica pakistana, la nuova realtà afghana ha finito per mettere sotto pressione la tradizionale dottrina della strategic depth.

Il ritorno dei Talebani al potere nell’agosto 2021 sembrava offrire al Pakistan un contesto strategico favorevole lungo il proprio confine occidentale, consolidando a Kabul un attore storicamente vicino, ma non necessariamente allineato, a Islamabad. Tuttavia, l’aumento dell’attività del Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP) e il deterioramento della sicurezza nelle regioni di frontiera suggeriscono un quadro più complesso. Più che rafforzare automaticamente la posizione strategica pakistana, la nuova realtà afghana ha finito per mettere sotto pressione la tradizionale dottrina della strategic depth.

Dopo il ritiro delle forze occidentali e il rapido collasso del governo afghano sostenuto dagli Stati Uniti, diversi osservatori avevano ipotizzato che Islamabad potesse trovarsi in una posizione più favorevole. Un Afghanistan governato dai Talebani sembrava infatti ridurre il rischio di una presenza politica o militare indiana a Kabul, una delle principali preoccupazioni strategiche pakistane. Da decenni, il Paese considera gli equilibri politici afghani parte integrante della propria sicurezza regionale.

Gli sviluppi successivi alla vittoria talebana mostrano però una realtà più ambigua. I report del Monitoring Team delle Nazioni Unite (ONU), pubblicati regolarmente tra il 2023 e il 2025, sottolineano come l’Afghanistan continui a rappresentare una fonte di instabilità transfrontaliera, soprattutto a causa delle attività di gruppi militanti che operano dal territorio afghano. Tra questi, il più rilevante per la sicurezza pakistana è il TTP, gruppo militante attivo principalmente nelle aree tribali del nord-ovest pakistano.

La strategic depth nella strategia pakistana

Il concetto di strategic depth occupa da decenni un ruolo centrale nel dibattito sulla sicurezza del Pakistan. In termini operativi, indica la possibilità di disporre di uno spazio politico e territoriale favorevole oltre i propri confini occidentali, così da ridurre la pressione strategica indiana e mantenere margini di manovra in caso di conflitto. Nato nel contesto della rivalità con l’India, riflette la percezione di vulnerabilità geografica del Paese, stretto tra India a est e Afghanistan a ovest, dove quest’ultimo è stato spesso interpretato come uno spazio funzionale a evitare una situazione di two-front threat, cioè un accerchiamento strategico su entrambi i fronti.

Nel corso degli anni Novanta e nei decenni successivi, questa logica ha influenzato profondamente l’approccio pakistano verso gli attori armati operanti in Afghanistan. Come evidenzia Moeed Yusuf nel suo studio sulla politica pakistana in Afghanistan, Islamabad ha spesso cercato di mantenere un certo grado di influenza politica e militare sul vicino afghano per limitare la presenza di attori rivali e preservare un ambiente strategico favorevole.

La presa del potere dei Talebani nel 2021 è stata quindi interpretata da una parte dell’establishment pakistano come un possibile “successo strategico”. Un Afghanistan guidato da un movimento storicamente vicino al Pakistan sembrava in grado di garantire maggiore stabilità lungo il confine occidentale e ridurre la penetrazione diplomatica e strategica dell’India. Tuttavia, gli sviluppi successivi indicano che questa lettura era probabilmente troppo ottimistica.

Il ritorno dei Talebani e la nuova instabilità regionale

Nonostante i rapporti storici tra il Pakistan e segmenti rilevanti del movimento talebano, il nuovo governo afghano non ha garantito a Islamabad il livello di cooperazione strategica che molti avevano ipotizzato. Le valutazioni dell’ONU mostrano come il regime talebano sia stato finora incapace o riluttante a contenere le attività di gruppi militanti che utilizzano il territorio afghano come retrovia operativa.

Il principale tra questi gruppi è il sopracitato TTP, organizzazione ombrello fondata nel 2007 che riunisce diversi gruppi jihadisti attivi soprattutto nelle aree tribali del nord-ovest pakistano. Pur restando formalmente distinto dai Talebani afghani, l’organizzazione condivide con essi legami ideologici e storici e mantiene relazioni operative con diversi segmenti del movimento talebano. I Talebani non considerano il gruppo un attore pienamente ostile: i due movimenti condividono legami consolidati e una parte della leadership talebana teme che una repressione diretta possa favorire defezioni verso lo Stato Islamico nella Provincia del Khorasan (ISKP).

Dopo il ritorno dei Talebani al potere, le loro attività sono aumentate sensibilmente, come mostrato da un’analisi della Brookings Institution, nel 2021 in Pakistan si sono registrati 207 attacchi terroristici, con un aumento significativo rispetto all’anno precedente. Il TTP è stato responsabile di una quota crescente di queste operazioni.

Le stime del rapporto ONU del 2024 indicano, inoltre, che gli attacchi attribuiti al gruppo sono passati da circa 573 nel 2021 a oltre 1.200 nel 2023. Questa intensificazione delle operazioni del TTP si è tradotta in attacchi più frequenti contro forze di sicurezza pakistane, infrastrutture militari e obiettivi simbolici nelle regioni di confine. L’aumento degli attacchi si è riflesso direttamente sulle dinamiche di frontiera, con episodi di scontro armato e chiusure temporanee dei principali valichi tra i due Paesi. In parallelo, si registra la presenza di migliaia di combattenti militanti ancora attivi in Afghanistan, fattore che mantiene la situazione di sicurezza regionale estremamente fluida.

Il dilemma strategico di Islamabad

La situazione attuale può essere interpretata anche attraverso il concetto di “principal-agent problem”, spesso utilizzato negli studi sulle relazioni tra Stati e gruppi armati non statali. In questo schema uno Stato sostiene o tollera un attore armato per perseguire determinati obiettivi strategici, ma nel tempo l’attore sostenuto può acquisire una propria autonomia e agire secondo interessi indipendenti.

Nel caso di Islamabad, il rapporto con l’universo militante afghano e pakistano presenta diversi elementi di questa dinamica. Per decenni il Pakistan ha mantenuto relazioni con reti militanti operanti nella regione, nel tentativo di preservare un certo margine di influenza sugli equilibri afghani. Come sottolinea Christine Fair nel suo studio sulla strategia pakistana nei confronti dei Talebani, il TTP rappresenta in parte un caso di blow-back delle politiche regionali di Islamabad.
Difatti, senza l’infrastruttura militante costruita negli anni precedenti attorno al conflitto afghano, l’organizzazione difficilmente avrebbe potuto emergere nella forma attuale.

Oggi il gruppo rappresenta una minaccia diretta alla sicurezza interna del Pakistan, colpendo soprattutto forze di sicurezza e obiettivi strategici. In questo senso il TTP mostra i limiti di una strategia basata sull’utilizzo di proxy ideologicamente affini ma dotati di significativa autonomia operativa, tipica delle dinamiche di proxy warfare, cioè dell’utilizzo di gruppi armati non statali per perseguire obiettivi strategici indiretti.

Una strategic depth sempre più difficile da controllare

Alla luce di questi sviluppi emerge una domanda centrale: il ritorno dei Talebani ha realmente rafforzato la posizione strategica del Pakistan?

Da un lato, la presenza a Kabul di un governo non ostile continua a rappresentare un elemento potenzialmente favorevole per Islamabad. Dall’altro, l’aumento dell’instabilità lungo la frontiera e la crescita dell’attività del TTP mostrano come la situazione sia molto più difficile da controllare di quanto molti osservatori avessero previsto nel 2021.

In questa prospettiva, l’instabilità attuale può essere letta non solo come un fallimento strategico, ma anche come il risultato di un compromesso implicito tra la riduzione dell’influenza indiana e l’aumento del rischio militante. Più che segnare il fallimento definitivo della strategic depth, il contesto attuale sembra indicare una fase di trasformazione della strategia pakistana. Come suggerisce Moeed Yusuf, Islamabad ha progressivamente ridimensionato l’idea di utilizzare l’Afghanistan come retrovia strategica in funzione anti-indiana, concentrandosi sempre più sulla gestione delle minacce interne e sulla stabilizzazione del proprio confine occidentale.L’Afghanistan post-2021 non appare quindi come una semplice retrovia strategica per il Pakistan, ma come uno spazio politico e militare molto più instabile e meno controllabile. La vittoria talebana ha ridotto alcuni timori storici di accerchiamento strategico, ma ha contemporaneamente rafforzato le dinamiche militanti lungo la frontiera occidentale, trasformando l’Afghanistan da possibile retrovia strategica in una fonte persistente di instabilità.

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