La morte di Khaleda Zia e la fuga di Sheikh Hasina pongono fine al decennale dualismo tra le due “Begum”. La condanna a morte in contumacia di quest’ultima per crimini contro l’umanità e l’assassinio del giovane leader Sharif Osman Hadi (18 dicembre 2025) confermano la fragilità e la tensione con cui il Paese è arrivato al voto del 12 febbraio 2026. Sotto la guida di Muhammad Yunus, premio Nobel per la pace 2006, il Paese ha affrontato una transizione incerta tra divisioni interne e pressioni geopolitiche di India, Pakistan, Cina e Stati Uniti.
Il 12 febbraio 2026, il Bangladesh è andato al voto per colmare il vuoto di potere creatosi nell’agosto 2024, quando l’allora premier Sheikh Hasina fuggì in India a causa di un’ondata di proteste antigovernative. La principale candidata avrebbe dovuto essere Khaleda Zia, ma la sua morte avvenuta il 30 dicembre 2025 ha privato l’opposizione di una figura di rilievo per riunire il Paese diviso. Gli exit poll, come da pronostico, consegnano il fardello politico a Tarique Rahman, figlio di Zia, da poco rientrato dall’esilio. Sarà in grado di portarsi sulle spalle l’eredità politica della madre, a mantenere a freno la pressione dei partiti islamici e a fronteggiare le ingerenze dei Paesi vicini?
L’eredità economica e politica delle due Begum
Per decenni, il panorama politico bangladese vide contrapporsi due donne: Khaleda Zia (Bnp), vedova di Ziaur Rhaman, una delle figure di spicco nella guerra d’indipendenza, e Sheikh Hasina (Al), figlia di Sheikh Mujibur Rahman, padre fondatore del Bangladesh. Se il primo premierato di Zia (1991-1996) favorì un programma di previdenza sociale e uno sviluppo del mercato, del settore privato e degli investimenti stranieri grazie alla Banca mondiale e al Fmi, il secondo (2001-2006) fu compromesso da conflitti interni e da due eventi avvenuti nel 2004: l’attacco con granate a un comizio di Al e il recupero di un carico di armi a Chittagong.
Sheikh Hasina, ricoprì la carica di primo ministro dal 1996 al 2001 e dal 2009 al 2024. In ambito economico, ella continuò a rafforzare il Paese, incrementando il Pil, permettendo al Bangladesh di ottenere lo status di Paese a reddito medio-basso nel 2015. Sul versante democratico, però, il governo si rese protagonista di violazioni dei diritti umani, restrizioni all’opposizione politica e alla libertà di stampa. Nell’ultimo decennio, Human Rights Watch verificò 86 casi di sparizioni forzate in Bangladesh e i loro corpi risultano ancora dispersi. Nel 2018, anche Khaleda Zia fu dichiarata colpevole e incarcerata per frode e corruzione. È difficile affermare se e/o quanto le accuse fossero fondate, in quanto nei Paesi emergenti, la giustizia venne e viene usata come strumento politico per eliminare scomodi avversari. Nel 2013 la Lega Awami introdusse un emendamento, obbligando la Commissione anticorruzione del Bangladesh a chiedere il permesso dal governo per indagare o presentare accuse contro burocrati o politici governativi.
La Rivoluzione di luglio
Nel luglio 2024, gli studenti scesero in piazza contro il governo per la reintroduzione del sistema delle quote nell’impiego pubblico, già abolito nel 2018 a seguito di un’altra rivolta studentesca: il 30% dei posti di lavoro sarebbe stato assegnato ai discendenti di coloro che combatterono la guerra d’indipendenza. Nonostante il ridimensionamento delle quote al 5%, la protesta degenerò in una rivolta nazionale contro l’autoritarismo del governo. Quest’ultimo fece chiudere le scuole e le università, cuore delle proteste, ordinando l’arresto dei leader della rivolta e dell’opposizione. In risposta, le sedi della televisione pubblica furono prese d’assalto e le strade furono bloccate, comportando danneggiamenti all’economia. Hasina decise di schierare l’esercito, di bloccare internet e introdurre il coprifuoco, ma il 5 agosto 2024, la premier lasciò la carica, riparando in India. I giornali, attraverso Reuters, sostennero che il capo dell’esercito Waqar-uz-Zaman avrebbe rifiutato l’idea di far aprire il fuoco sui civili: si ritenne contro-producente sparare su una folla composta prevalentemente dai “giovani della Gen-Z”, il futuro della società, con il rischio di una guerra civile e di una delegittimazione internazionale totale. Con l’approvazione popolare, fu scelto il premio Nobel per la pace Muhammad Yunus come presidente ad-interim e l’esercito si impegnò a fornire il supporto e la sicurezza necessarie affinché Yunus potesse traghettare il Bangladesh al voto.
Il nuovo governo, però, rimase controverso, poiché normò la “vendetta politica”: le Ong Odhikar e Manabadhikar Shongskriti Foundation (Msf) documentano centinaia di uccisioni e linciaggi, con corpi non identificati ritrovati lungo i fiumi bangladesi. Un esempio fu l’aggressione ai danni dell’ex capo della Commissione elettorale Nurul Huda, colui che supervisionò le controverse elezioni del 2018. Inoltre, Onu e Hrw evidenziarono ampie violazioni dei diritti umani da parte delle forze di sicurezza, criticando l’”Operation Devil Hunt” del governo ad interim che aveva portato all’arresto di quasi 2.000 persone, in gran parte sostenitori della Lega Awami. Molti giornalisti sono stati arrestati perché accusati di aver favorito la repressione dei manifestanti antigovernativi da parte del governo Hasina. Tuttavia, è bene tenere presente che Yunus ha governato per poco più di un anno in un contesto di transizione post-rivoluzionaria, mossa da milioni di persone stanche dei quindici anni di autoritarismo del governo Hasina. Nel World Press Freedom Index, il Bangladesh è passato dal 169° posto (maggio 2024) al 149° e, a inizio mandato, Yunus istituì la Commissione d’inchiesta sulle sparizioni forzate che presentò il rapporto finale nei primi giorni di gennaio del 2026: complessivamente, si tratta di 1.913 denunce, di cui 1.569 identificate come sparizioni forzate, principalmente leader e attivisti dei vari partiti islamici e del Bnp. Nabila Idris, membro della Commissione, affermò: «Contattare molte delle vittime delle sparizioni porta alla scoperta di altre vittime che non ci hanno contattato, non sanno di noi o si sono trasferite in altri paesi».
Le ingerenze esterne
Il Bangladesh optò per una strategia di hedging (bilanciamento), al fine di preservare la propria sovranità dialogando con più partner e ridurre, così, la dipendenza storica dall’India. Infatti, con Nuova Delhi le tensioni aumentarono dopo aver accolto Hasina e col tentativo di alcuni manifestanti indiani di assaltare il consolato bangladese ad Agartala, a seguito dell’arresto del leader indù in Bangladesh, Chinmoy Krishna Das. La morte di Khaleda Zia sembrò aver portato ad una de-escalation: il ministro degli Esteri indiano Jaishankar si recò a Dhaka per i funerali, mentre il ministro della Difesa indiano Rajnath Singh si presentò all’Alto Commissariato del Bangladesh a Delhi. Tuttavia, non si impedì la crisi della “diplomazia del cricket” con l’esclusione della stella del cricket bangladese Mustafizur Rahman dall’Ipl e dal boicottaggio della squadra verde-rossa alla Coppa del Mondo di Cricket in programma in India dal 7 febbraio.
A dicembre, Yunus e Shehbaz Sharif, primo ministro pakistano, si incontrarono, annunciando l’intenzione di rafforzare le relazioni bilaterali e risolvere le questioni rimaste in sospeso dal 1971. Nello stesso periodo, una nave cargo pakistana attraccò a Chittagong, ristabilendo una rotta commerciale diretta. Questo riavvicinamento, però, potrebbe preoccupare per il rafforzamento dei partiti islamici abbastanza radicali, come l’Islami Andolan Bangladesh (Iab) e Hizb-ut-Tahrir. Già nel governo provvisorio siede A.F.M. Khalid Hossain, vicepresidente del movimento Hefazat-e-Islam, noto per aver condotto in passato una campagna per una maggiore islamizzazione delle leggi statali. Tuttavia, nella strategia di hedging, il riavvicinamento permette a Dhaka di giocare su più tavoli, trasformando la propria vulnerabilità geografica in una risorsa diplomatica.
La Cina resta il principale partner commerciale dal 2013. Aderendo alla Belt and Road Initiative (Bri), Pechino divenne la seconda fonte di investimenti esteri del Bangladesh, creando un leverage economico rispetto all’India e garantendo lo sviluppo infrastrutturale senza le condizionalità politiche spesso richieste dall’Occidente. Il 19 giugno si tenne a Kunming (Cina), un incontro trilaterale tra i viceministri degli Esteri di Cina, Bangladesh e Pakistan per discutere una più profonda cooperazione regionale nel commercio, negli investimenti, nell’agricoltura e nell’economia digitale. Quest’ingerenza cinese preoccupa gli Stati Uniti. Washington rappresenta un mercato importante per il settore Rmg (Ready-Made Garment) e il Bangladesh non può permettersi rotture radicali. Il governo Hasina fu criticato per le violazioni dei diritti umani e per le repressioni nei confronti dei membri dell’opposizione, escludendo Dhaka dal Summit della Democrazia del 2021. Nel 2024, negando un suo ruolo diretto nella rivoluzione di Luglio, la Casa Bianca accolse positivamente l’ascesa di Muhammad Yunus.
Le elezioni
Il 12 febbraio 2026, con un’affluenza del 59.44%, la vittoria andò al Bnp che ottenne il 49.97% (209 seggi). Con la Lega Awami esclusa dal voto, i giganti industriali come Bgmea (Bangladesh Garment Manufacturers and Exporters Association) supportarono il figlio di Ziaur Rahman, colui che diede il via all’industria tessile negli anni Settanta, con la speranza di una stabilizzazione interna per far ripartire l’economia: negli ultimi sei mesi le esportazioni calarono a causa dell’instabilità interna e dei nuovi dazi statunitensi (arrivati fino al 37% nell’aprile 2025, ora rinegoziati al 19%).
L’exploit, però, lo ottenne il partito islamista Jamaat-e-Islami, leader dell’”Alleanza degli 11 partiti“, con il 31.76% (68 seggi). Questo successo, però, rappresenta una sfida per l’esercito che percepisce il JeI come una sfida alla propria natura nazionalista e laica e alla coesione interna, temendo un’ascesa islamista che possa sovvertire l’ordine costituzionale. A uscirne sconfitto è il Partito cittadino nazionale (Ncp), partito centrista fondato dai giovani leader delle proteste di luglio, che si ferma al 3,05% (6 seggi)., ma molti bangladesi non si fidano. Come ha osservato la Bbc, «sebbene il Bnp prometta di guidare il cambiamento nel Paese, il partito è stato criticato per corruzione e accusato di violazioni dei diritti umani quando è stato al governo l’ultima volta, all’inizio degli anni 2000». Tuttavia, la necessità di stabilità e la paura dell’ignoto hanno favorito nuovamente “il vecchio”, invece del “nuovo”.Nel panorama interno, nonostante l’agile vittoria, il Bnp affronta un Paese spaccato: attuando un processo di riconciliazione nazionale per scongiurare ulteriori spaccature, Tarique Rahman dovrà gestire una coalizione difficile, bilanciando le pressioni dell’alleato Jamaat, il favore dell’esercito, le necessità degli industriali e le richieste della popolazione. Guardando all’estero, finché gli Stati Uniti cercheranno di controbilanciare l’influenza della Cina, anche l’importanza strategica del Bangladesh rimarrà intatta. Inoltre, Dhaka può sfruttare la rivalità sino-indiana interna ai Brics per massimizzare gli investimenti esteri, senza apparire più vicina all’uno o all’altro schieramento, trasformando, così, la propria vulnerabilità geografica in un’importante risorsa diplomatica.

