L’opera si apre trattando del sistema di elezione del Presidente degli Stati Uniti, non senza aver prima condotto un’analisi storica sull’evoluzione della Nazione e della loro Costituzione, preceduta per pochissimi anni da una serie di Articoli, poi sostituiti. Gli Articoli della Confederazione diedero vita a un’unione formata da più Stati sovrani, senza un figura presidenziale e con un Congresso con poteri piuttosto limitati.
Partendo dalla debole Confederazione nata dalla rivoluzione americana si passò in meno di dieci anni alla Costituzione del 1787. La decisione maturò nel contesto della Convenzione di Philadelphia, istituita per dotare gli Stati Uniti di una Costituzione a tutti gli effetti: gli Articoli della Confederazione infatti non erano un vero e proprio testo costituzionale bensì un trattato tra più Stati sovrani per la creazione di un’unione. I principi fondamentali del nuovo testo furono la separazione dei poteri ed il federalismo. Figura di spicco tra i Padri fondatori fu Alexander Hamilton, uno degli autori del celebre saggio Il federalista insieme a James Madison e John Jay. Già in passato Hamilton era stato il sostenitore di una repubblica aristocratica, con la frangia più facoltosa e colta della popolazione americana chiamata a svolgere un ruolo fondamentale all’interno del sistema, come il manuale evidenzia in seguito.
Per l’elezione del Presidente venne infatti ideato un sistema elettorale indiretto tramite il Collegio Elettorale, formato da persone di grande virtù e responsabilità, cioè i Grandi Elettori, scelti dai singoli Stati. In tal modo i Padri fondatori mirarono a creare più un modello repubblicano che un modello democratico, delle masse. Ponendo inoltre la scelta definitiva del Presidente nelle mani del Congresso si sarebbe potuto mettere a rischio il principio della divisione dei poteri. A causa dell’esistenza del Collegio dei Grandi Elettori si possono vincere le elezioni avendo ottenuto un numero di voti a livello federale inferiore allo sfidante. In caso di parità nel numero di Grandi Elettori, il potere di stabilire il vincitore delle elezioni presidenziali spetta alla Camera dei Rappresentanti.
L’autore successivamente passa ad una disamina del funzionamento delle elezioni moderne, dalla nascita dei Caucus in occasione delle presidenziali del 1800 alla lenta affermazione delle primarie fino al loro consolidamento negli anni 60 del secolo scorso. Al termine delle primarie il candidato è ufficialmente designato alla Convention del partito, a cui segue la campagna elettorale. Si vota il primo martedì dopo il primo lunedì di novembre, per una tradizione dovuta agli usi della società americana di fine Ottocento, principalmente agricola. Il tempo che intercorre tra le elezioni e l’inizio ufficiale del mandato è detto “periodo di transizione”, che termina con la proclamazione ed il giuramento del 20 gennaio.
Merita un discorso a parte la successione presidenziale, a partire dalla convenzione del limite dei due mandati consecutivi codificata solo dopo le quattro Amministrazioni di Franklin Delano Roosevelt. Viene introdotta anche la figura del Vicepresidente, a lungo nell’ombra tanto che, per esempio, durante la presidenza di Thomas Jefferson la carica rimase vacante per due lunghi periodi dopo la morte di George Clinton e successivamente di Elbridge Gerry; Teddy Roosevelt invece, subentrato a Andrew Garfield proprio in qualità di suo Vicepresidente, non ne nominò mai uno poiché ciò non era previsto dalla Costituzione. Solo il XXV emendamento del 1965, partorito dopo l’omicidio di Kennedy, regolò definitivamente il passaggio dei poteri tra Presidente e Vicepresidente. Viene menzionata anche la continuazione della linea di successione presidenziale nei casi di emergenza e viene introdotta la figura del last survivor, un membro della successione che in casi importanti viene trasferito in un luogo sicuro per garantire in caso di necessità la continuità di governo.
Negli anni sono state proposte molte riforme del sistema elettorale, considerato superato (come nel caso dei Grandi Elettori) ma difficilmente modificabile. Un’eventuale organizzazione federale delle elezioni sarebbe infatti vista come una limitazione dell’autonomia degli Stati, che attualmente sono i responsabili della gestione del voto nei propri territori. L’eliminazione del “quorum” dei Grandi Elettori potrebbe causare anche un aumento del numero dei candidati e quindi una dispersione dei voti con problemi di governabilità sia a livello nazionale che locale. Si ha poca chiarezza anche nella linea di successione presidenziale, poiché alcune figure in essa incluse potrebbero non godere dei requisiti costituzionali richiesti per ascendere alla Presidenza.
Nell’ultima parte del capitolo viene trattato il sistema di approvazione degli emendamenti costituzionali, talmente complesso e macchinoso che, escluso il Bill of Rights, su diecimila proposte solo sedici si sono tramutate effettivamente degli emendamenti.
Il secondo capitolo si concentra sulla figura e sui poteri del Presidente che, essendo in primis sia Capo di Stato che di Governo, è probabilmente il leader politico occidentale con maggiori poteri.
Grande attenzione è posta sui poteri militari del Presidente. Egli è Comandante in Capo delle Forze Armate e l’unico a poter ordinare un attacco nucleare, mentre il Congresso mantiene il diritto di decidere su un’eventuale dichiarazione di guerra, definendone obiettivi e durata. Come però risulta evidente in queste settimane, l’esecutivo gode di un’ampia autonomia, spesso appellandosi alla sicurezza nazionale per giustificare interventi armati senza una formale dichiarazione di guerra. L’autore sottolinea che solo in cinque conflitti nella storia americana si è giunti a una dichiarazione di guerra da parte del Congresso. Il War Resolution Act del 1973, adottato dal Congresso per limitare i poteri presidenziali in guerra, non ha sortito grandi effetti anche a causa della Corte Suprema, che ha ribadito come il Presidente possa condurre operazioni militari con durata e obiettivi limitati.
Allo stesso modo, in tempo di pace il Presidente gestisce la politica estera e le relazioni diplomatiche con gli altri Stati, necessitando tuttavia dell’appoggio del Congresso, come nel caso della ratifica da parte del Senato dei trattati internazionali. Nel corso degli anni sono stati ideati degli strumenti legislativi come la Joint Resolution e gli Executive Agreements: il primo per velocizzare l’approvazione del Senato abbassando la maggioranza richiesta e il secondo per autorizzare il Presidente stesso a concludere certi accordi internazionali.
A livello legislativo, il Presidente non ha il potere diretto di iniziativa. Le proposte vengono di solito presentate tramite dei parlamentari oppure è il Presidente stesso a invitare il Congresso a discutere di un progetto considerato particolarmente importante per l’interesse nazionale, cosa che avviene solitamente nel discorso sullo Stato dell’Unione. Si cita però un provvedimento legislativo presidenziale, l’Executive Order, che non necessita dell’approvazione del Congresso. Sempre in ambito legislativo l’autore tratta anche del veto presidenziale nei confronti di un provvedimento del Congresso, veto a sua volta superabile dal Congresso con una maggioranza dei 2/3, piuttosto alta. Vi è infine il pocket veto, ovvero la mancata firma da parte del Presidente di una legge in prossimità della chiusura di una sessione del Congresso, che quindi non può riesaminare il provvedimento rendendo il veto insuperabile.
In campo economico invece i poteri del Presidente risultano meno ampi, essendo fondamentale in campo legislativo l’approvazione del Congresso. Viene inoltre ricordato che la politica monetaria e le decisioni sui tassi di interesse spettano alla FED e non alla Casa Bianca.
Si passa poi ad esaminare la procedura dell’impeachment, collegandola all’annosa questione dell’esistenza o meno di un’immunità presidenziale, su cui la Costituzione tace lasciando spazio alle molteplici interpretazioni che si sono susseguite negli anni, specialmente durante l’Amministrazione Nixon. Viene anche analizzato l’Executive privilege, per cui il Presidente può rifiutarsi di rendere pubbliche delle informazioni in suo possesso e ritenute fondamentali per lo svolgimento del suo ruolo istituzionale e quindi per motivi di sicurezza nazionale. A concludere si ha un resoconto dell’evoluzione della figura presidenziale nella storia costituzionale americana
Se nel secondo capitolo il perno del discorso è il Presidente, nel terzo è il Congresso. Viene inizialmente vagliata la struttura delle due Camere, evidenziando sia le somiglianze che le differenze, come nel caso dell’elezione e della durata dei mandati dei Rappresentanti, che formano la Camera bassa, e dei Senatori, che formano quella alta. Le Camere possono riunirsi in seduta comune per speciali occasioni, come l’annuale discorso del Presidente sullo Stato dell’Unione, la visita di un leader straniero e il conteggio dei voti e la proclamazione dei risultati delle elezioni presidenziali.
Ci si ricollega allo scorso capitolo per quanto riguarda l’impeachment, usanza di origine britannica e mantenuta nella Costituzione americana dai Padri fondatori. La messa in stato d’accusa, spettante alla Camera dei Rappresentanti, è l’esempio perfetto di strumento per controbilanciare i poteri presidenziali, che altrimenti potrebbe sembrare a prima vista un regime autoritario. È stato utilizzato solo contro quattro presidenti: Andrew Johnson, Richard Nixon nell’ambito dello scandalo Watergate, Bill Clinton per il Sexgate e Donald Trump per due volte, di cui l’ultima per l’assalto al Congresso dopo le presidenziali del 2020 vinte da Joe Biden.
Si passa successivamente all’analisi del procedimento di approvazione delle leggi, riprendendo anche quanto detto nel secondo capitolo in merito al ruolo che svolge il Presidente in questo processo. Si può anche verificare il caso di un Presidente senza maggioranza al Congresso, specialmente dopo le elezioni di mid-term: ciò porta la Casa Bianca a cercare continuamente la mediazione delle Camere per evitare uno stallo. Altro elemento di pressione politica del Congresso verso la Presidenza è rappresentato dalle commissioni parlamentari, dotate di notevoli prerogative come poter disporre la comparizione di testimoni e addirittura ordinarne l’arresto e la condanna in certi casi.
Le ultime pagine del libro costituiscono il quarto capitolo, dedicato alla Corte Suprema. Formata da nove giudici nominati a vita dal Presidente e ratificati dal Senato, nacque per sanare i contrasti tra il governo federale e le amministrazioni statali, assumendo successivamente un maggior significato politico. Gioca un ruolo fondamentale nel Judicial Review, il controllo di costituzionalità delle leggi approvate dal Congresso e dalle Assemblee legislative dei vari Stati.
Essendo i giudici nominati dal Presidente, è innegabile che la scelta sia di natura politica ed ideologica. Negli anni si sono susseguite alcune proposte di riforma dell’organo per renderlo meno politicizzato, ma per il momento ad esse non è stato dato alcun seguito.
In conclusione, il volume propone un’analisi a 360 gradi della struttura istituzionale americana, illustrando al lettore pregi e difetti delle sue principali componenti. Al termine di ogni capitolo inoltre l’autore si sofferma sui tentativi di riforma riguardanti l’istituzione in questione, evidenziandone i limiti, i problemi attuali e le possibili soluzioni. Ad ogni modo risulta ben evidente come riformare la Costituzione americana sia storicamente difficile, sia per il timore di intaccare il delicato sistema dei checks and balances sia per le resistenze dei vari gruppi di pressione.

