Tutto è iniziato lunedì scorso durante una visita del cancelliere presso una scuola superiore nella Germania occidentale. Qui, parlando del conflitto in Iran, Friedrich Merz ha evidenziato la mancanza di una strategia da parte degli USA, e l’abilità degli iraniani nel non-negoziare. Così, mentre i tentativi americani di concludere la guerra vengono vanificati, “un’intera nazione (gli Stati Uniti) viene umiliata dalla leadership iraniana” – afferma il cancelliere. Parole insolitamente dure che, infatti, dall’auditorium di una scuola sono poi rimbalzate fra le notizie di tutto il mondo.
Dagli elogi ai litigi
La risposta di Trump arriva subito: Merz “non sa di cosa sta parlando”, e non c’è da sorprendersi “se la Germania sta andando così male, sia economicamente che in altri ambiti”. È il primo attacco diretto al cancelliere. Fino ad ora, Merz aveva potuto vantare una buona relazione con il presidente statunitense, che a lui si era rivolto anche in termini elogiativi. L’ultima volta era stata durante la visita del cancelliere presso la Casa Bianca il 3 marzo scorso, quando Trump ne aveva sottolineato le capacità di leader.
Dagli elogi ai litigi, dunque. E pare che non ci sia una via di ritorno, in particolare dopo che venerdì il Pentagono ha annunciato il ritiro di 5000 soldati statunitensi dal suolo tedesco. Ma quali sono state le tappe di questo rapido peggioramento nei rapporti fra Germania e Stati Uniti?
Dopo le critiche di lunedì del cancelliere e la successiva risposta di Trump, sia il ministro degli esteri Johann Wadephul che Merz stesso hanno cercato di moderare i toni. Da New York, dove si trovava in una visita all’ONU, il ministro Wadephul ha parlato di un malinteso: “era un chiaro avvertimento a Teheran” che in questa fase di cessate il fuoco, piuttosto che negoziare, sta temporeggiando. Nella spiegazione di Wadephul quindi, nel parlare di “umiliazione”, il cancelliere intendeva rivolgersi all’atteggiamento di Teheran. Merz, a sua volta, ridimensiona l’accaduto e sostiene: “il rapporto personale tra il presidente americano e me – almeno dal mio punto di vista – resta invariato e buono. Ho semplicemente avuto dubbi fin dall’inizio su ciò che si stava facendo con questa guerra contro l’Iran, ed è per questo che li ho espressi”.
Ma questi tentativi di riavvicinamento non trovano il favore di Trump, che minaccia di ridurre il numero di truppe americane sul suolo tedesco. Inoltre, invita Merz ad occuparsi di portare a termine la guerra in Ucraina e di rimettere a posto “his broken country”. Ma Merz, ancora, sembra non dare troppo peso a queste parole e, anzi, continua a ricercare il legame con gli Stati Uniti. Questo è evidente durante la visita alla base militare di Münster di giovedì scorso, quando afferma: “ciò che qui compie il Bundeswehr è un contributo indispensabile per una NATO forte e unita. Questo lavoro viene svolto qui, come in altri siti strategici della Germania, fianco a fianco con gli Stati Uniti d’America e con i nostri alleati della NATO”. Ribadisce poi l’importanza di un’affidabile collaborazione transatlantica, e la necessità di maggiori investimenti per la sicurezza della Germania e dell’Europa, secondo quanto previsto anche dalla nuova strategia militare.
Il danno economico e politico della guerra
Se da un lato vi è un cambiamento nei rapporti fra i due leader, dall’altro va anche notato che, nonostante la Germania abbia sempre usato molta cautela nell’esprimersi sulla condotta degli Stati Uniti in Iran, alcuni punti di criticità erano stati sollevati da Merz poco dopo l’inizio del conflitto.
Già al termine dell’incontro con Trump a Washington del 3 marzo, in cui Merz aveva affermato che Germania e USA si trovavano “sulla stessa lunghezza d’onda” rispetto alla necessità di eliminare il regime iraniano, il cancelliere aveva lasciato emergere allo stesso tempo dei primi forti dubbi sulla strategia statunitense. In particolare, constatava “l’assenza della formulazione di una strategia a riguardo della futura conduzione civile del Paese”, ossia, l’assenza di un piano per il giorno dopo gli attacchi. Dubbi che erano aumentati nei giorni successivi, con il cancelliere che aveva mostrato preoccupazione per l’escalation del conflitto, la chiusura dello Stretto di Hormuz e la mancanza di un piano per portare la guerra verso una conclusione convincente.
Tali problematiche, si rinnovano anche nel discorso di lunedì scorso, dove quello che sembra allarmare maggiormente Merz è, di nuovo, l’assenza di una “strategica via di uscita”. Ricordando le esperienze in Iraq e Afghanistan, sottolinea infatti che “il problema in conflitti come questi è che non bisogna solo entrarci, ma poi bisogna anche uscirne” – elemento di estrema urgenza per la Germania, in quanto la già difficile situazione economica viene ora ulteriormente messa alla prova dall’aumento dei prezzi dell’energia.
Le dinamiche provocate dalla guerra in Iran, notano diversi commentatori, danneggiano non solo la Germania, ma anche Friedrich Merz. Le sue critiche ora molto nette a Trump e alla conduzione della guerra potrebbero quindi anche essere motivate da questioni di politica interna. Merz, infatti, pur non essendo mai stato un politico particolarmente carismatico, ora si trova in notevole difficoltà. L’economia tedesca rimane ferma, il partito di estrema destra Alternative für Deutschland – descritto più volte dal cancelliere come principale avversario – guadagna consensi e nei sondaggi scavalca la CDU di 5 punti. Pochi giorni fa, la classifica del tabloid Bild sulla popolarità dei principali politici tedeschi, posiziona Friedrich Merz all’ultimo posto. Sostenere Donald Trump, non gradito da larghissima parte della popolazione tedesca, avrebbe quindi un costo politico non indifferente per il cancelliere, che così ora esprime più nettamente le proprie perplessità rispetto al presidente americano e alla guerra in Iran, anch’essa largamente impopolare.
Il prezzo delle critiche e il ritiro delle truppe americane
Tuttavia, dopo quanto successo, è da vedere se Merz farà marcia indietro in questo tipo di approccio. Nel frattempo, infatti, Trump è passato dalle minacce ai fatti: venerdì il Pentagono ha annunciato il ritiro di 5000 (su circa 39000) soldati USA presenti sul suolo tedesco nei prossimi 6-12 mesi. Come motivazione ufficiale: la necessità di una “revisione generale della presenza militare americana in Europa”. Successivamente, Trump ha ancora alzato il tiro, aumentando a un numero non ancora precisato i soldati che prevede di ritirare.
Per la Germania, paese europeo con il maggior numero di militari americani, e per l’Europa, questo comporta una minore sicurezza e capacità di deterrenza contro la Russia. Ma da questo punto di vista a preoccupare maggiormente non sono tanto i 5000 soldati ritirati – pari al 15% sul totale delle truppe americane presenti sul nostro continente – bensì la decisione di non schierare più in Germania il battaglione dotato di armi a lungo raggio previsto durante l’amministrazione Biden. Questo perché ad oggi l’Europa non è infatti in grado di produrre autonomamente tali armi. Tuttavia, altri esperti non intravedono conseguenze drammatiche per la sicurezza e difesa della Germania, e sottolineano come questa decisione sia da leggere come reazione di Trump alle critiche ricevute da Merz.
Ad ogni modo, in questa vicenda c’è un ulteriore elemento da considerare: le basi militari statunitensi rappresentano un importante fattore economico per le regioni in cui sono situate, che così sarebbero messe in crisi. E ancora, sempre nei giorni segnati dallo scontro con Merz, il presidente americano pare voler danneggiare l’economia tedesca con un ulteriore strumento ormai noto. L’aumento dei dazi al 25% su auto e camion provenienti dall’UE da lui annunciato la scorsa settimana (non ancora attuato) peserebbe infatti notevolmente sulla Germania, che in questo settore figura come maggiore produttore.
La reazione in Germania e negli USA
Questo peggioramento nelle relazioni transatlantiche sembra tuttavia non cogliere di sorpresa la Germania. Per il ministro della difesa Pistorius, il ritiro delle truppe USA dall’Europa, inclusa la Germania, era prevedibile. Dichiara inoltre: “noi europei dobbiamo assumerci maggiore responsabilità per la nostra sicurezza” e che la Germania “è sulla strada giusta”. Sulla stessa linea è anche la dichiarazione del portavoce della Nato, per cui quanto avvenuto sottolinea la necessità che l’Europa continui a investire di più nella difesa, e aggiunge: “restiamo fiduciosi nella nostra capacità di garantire la nostra deterrenza e difesa mentre prosegue questo passaggio verso un’Europa più forte, in una Nato più forte”.
Nonostante la decisione di Trump arrivi sullo sfondo dello scontro con il cancelliere, va evidenziato che l’idea di ritirare truppe americane dalla Germania non è una novità. Trump lo aveva già annunciato nel suo primo mandato, ma l’iniziativa non aveva avuto seguito. Restando sul fronte americano, inoltre, all’interno del Congresso si sollevano già voci contrarie a questa iniziativa, vista come un vantaggio per Putin, e un indebolimento degli interessi di sicurezza degli Stati Uniti stessi. E di ciò è consapevole anche il ministro Pistorius, come emerge dalle sue parole di sabato mattina: “la presenza dei soldati americani in Europa, e in particolare in Germania, è nei nostri interessi e negli interessi degli Stati Uniti”.
Mentre la dinamica è ancora in corso, ciò che avverrà in seguito a questa decisione è ancora tutto da osservare. Se infatti il progressivo disimpegno americano in Europa è ormai cosa nota, questa manovra potrebbe non essere vantaggiosa, se non addirittura risultare dannosa, per gli Stati Uniti stessi, per cui le basi in Germania sono di fondamentale importanza per la loro azione in Europa, Africa e il Medio Oriente. Tuttavia, mentre tutto è ancora in divenire, una considerazione rimane costante fra i politici tedeschi al governo, e non solo: maggiore responsabilità per la propria sicurezza, e maggiore forza dell’Europa all’interno della NATO.

