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15/06/2026
Interviste, Medio Oriente, Relazioni Internazionali, Uncategorized

In dialogo con Alissa Pavia: l’evoluzione delle relazioni tra Turchia e Arabia Saudita nei nuovi equilibri regionali. 

di Emma Torresi

Alissa Pavia è Nonresident Senior Fellow presso il programma Middle East dell’Atlantic Council, Research Program Leader del Centro Studi Geopolitica.info e Junior Fellow di Aspen Institute Italia. Ha lavorato per cinque anni presso l’Atlantic Council a Washington D.C., dove ha codiretto il programma Nord Africa e si è occupata principalmente di sicurezza nel Mediterraneo allargato, dinamiche politico-strategiche nordafricane, competizione tra grandi potenze e implicazioni per gli interessi euro-atlantici. In precedenza ha maturato esperienze presso l’Assemblea Parlamentare della NATO, le Nazioni Unite e l’European Foundation for Democracy. È laureata in Scienze Internazionali e Istituzioni Europee presso l’Università degli Studi di Milano e ha conseguito una laurea magistrale alla Johns Hopkins University - School of Advanced International Studies (SAIS). Attualmente sta completando un secondo master in Middle East Policy Studies presso il Washington Institute.

Alissa Pavia è Nonresident Senior Fellow presso il programma Middle East dell’Atlantic Council, Research Program Leader del Centro Studi Geopolitica.info e Junior Fellow di Aspen Institute Italia. Ha lavorato per cinque anni presso l’Atlantic Council a Washington D.C., dove ha codiretto il programma Nord Africa e si è occupata principalmente di sicurezza nel Mediterraneo allargato, dinamiche politico-strategiche nordafricane, competizione tra grandi potenze e implicazioni per gli interessi euro-atlantici. In precedenza ha maturato esperienze presso l’Assemblea Parlamentare della NATO, le Nazioni Unite e l’European Foundation for Democracy. È laureata in Scienze Internazionali e Istituzioni Europee presso l’Università degli Studi di Milano e ha conseguito una laurea magistrale alla Johns Hopkins University – School of Advanced International Studies (SAIS). Attualmente sta completando un secondo master in Middle East Policy Studies presso il Washington Institute. 

Il tema centrale dell’intervista è l’evoluzione delle relazioni tra Arabia Saudita e Turchia, attualmente interessate da un significativo processo di trasformazione e riavvicinamento. L’analisi prende in esame diversi aspetti di questo rapporto, a partire dall’impatto del conflitto in Iran e dalle sue ripercussioni sugli equilibri regionali. Successivamente, l’attenzione si concentra sull’evoluzione delle relazioni turco-saudite alla luce del dossier libico e delle dinamiche che coinvolgono anche gli Emirati Arabi Uniti. L’intervista, inoltre, approfondisce il ruolo degli Stati Uniti nei rapporti tra Turchia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti e viene evidenziato il peso della strategia americana negli attuali processi di riallineamento regionale. 

Come sono cambiate le relazioni tra Arabia Saudita e Turchia negli ultimi anni alla luce dell’ascesa dell’Iran come attore regionale e delle recenti tensioni in Medio Oriente? E in che misura la percezione della minaccia iraniana ha favorito il riavvicinamento tra Ankara e Riad, nonostante le profonde divergenze che avevano caratterizzato i loro rapporti dopo le Primavere arabe?

L’Arabia Saudita e la Turchia si stanno muovendo con grande cautela sulla questione iraniana. Hanno priorità diverse: la Turchia considera prioritaria la stabilità regionale e il mantenimento di un Iran quanto più stabile possibile, perché un collasso del regime comporterebbe un forte aumento di rifugiati verso il suo territorio. Per Riyad, invece, l’obiettivo principale è la caduta del regime attuale. Detto questo, la situazione attuale – con la chiusura dello Stretto di Hormuz e la strategia attuale americana (un engagement di media intensità invece di un intervento deciso stile Iraq 2003) – riduce il livello di sicurezza percepita dall’Arabia Saudita. 

Esiste comunque una convergenza strategica importante: sia Ankara che Riyad hanno interesse a contenere l’Iran. Nessuno dei due vuole un Iran nucleare. Anche nel caso in cui il regime iraniano non dovesse cadere, i leader turco e saudita convergono sulla necessità di limitarne l’influenza regionale e le sue capacità militari.

Tuttavia, è ancora troppo presto per definire chiaramente quale ruolo abbia avuto e avrà la guerra in Iran nel riavvicinamento tra Riyad e Ankara. Riyad rimane fortemente dipendente dagli Stati Uniti per la propria sicurezza, ma si sta aprendo alla possibilità di una maggiore convergenza nel settore della difesa con la Turchia, grande esportatrice di droni.

Turchia e Arabia Saudita hanno sostenuto schieramenti diversi nel conflitto libico, ma negli ultimi anni le loro relazioni bilaterali sono migliorate sensibilmente. In che modo questo riavvicinamento tra Ankara e Riyad si riflette sulle dinamiche del rapporto tra Turchia ed Emirati Arabi Uniti in Libia?

In Libia, Arabia Saudita e Turchia risultano sempre più allineati. Se in passato seguivano traiettorie opposte – con Ankara che sosteneva il governo di Tripoli ad ovest e Riyad che appoggiava Haftar e l’est – negli ultimi anni Riyad si è progressivamente spostato verso l’ovest. Questa mossa, però, non è stata determinata dal riavvicinamento con la Turchia, bensì dal fatto che i sauditi non puntano più su Haftar. Riyad e Abu Dhabi si trovano su fronti opposti in Libia, così come accade in Sudan e Yemen. Ankara sta cercando di mantenere un equilibrio strategico tra i due Paesi del Golfo: da un lato non può permettersi di alienare gli Emirati Arabi Uniti, con i quali ha importanti interessi economici e di integrazione regionale; dall’altro mostra un allineamento maggiore con Riyad. La ragione di fondo è che Turchia e Arabia Saudita condividono una visione simile sulla Libia: entrambe preferiscono il rafforzamento del potere centrale per garantire stabilità nel Paese. Gli Emirati, al contrario, puntano maggiormente sulla frammentazione regionale. Recentemente la Turchia si sta esponendo anche sul fronte orientale: sono stati individuati droni turchi nelle zone controllate da Haftar, segnale di un parziale riavvicinamento tra Ankara ed Haftar motivato soprattutto da interessi economici ed energetici, in particolare il mantenimento del corridoio energetico tra Libia e Turchia. Questo movimento ha favorito anche un parziale riallineamento con gli Emirati. Tuttavia, Ankara manterrà probabilmente una certa distanza da Abu Dhabi in Libia, privilegiando il rapporto con Riyad. I due Paesi condividono una visione più simile sulla stabilità regionale e, rifacendosi entrambi a buoni rapporti con l’amministrazione Trump, la Turchia considera l’Arabia Saudita un polo più forte e strategico rispetto agli Emirati nell’orbita americana.

In che modo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca sta influenzando le relazioni tra Turchia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti? Quali sono gli interessi strategici degli Stati Uniti nella regione e come si riflettono sulle dinamiche di cooperazione e competizione tra questi attori regionali?

L’amministrazione Trump ha un impatto decisamente positivo sulle dinamiche tra questi Paesi. A differenza di Biden, che aveva assunto posizioni molto antagoniste nei confronti dell’Arabia Saudita, Trump è vicino sia a Mohammed bin Salman che a Recep Tayyip Erdoğan. L’interesse strategico americano è chiaro: Washington vuole partner forti e affidabili nella regione, capaci di condividere responsabilità di sicurezza. Gli USA perseguono una linea di disimpegno militare parziale, ma mantengono un forte impegno diplomatico e politico. L’obiettivo è coltivare rapporti solidi con potenze stabili ed emergenti, anche a costo di qualche screzio con alleati tradizionali come Israele.

Sia la Turchia che l’Arabia Saudita auspicano il mantenimento di una presenza americana nella regione, ritenendola essenziale per la stabilità, soprattutto come deterrente nei confronti dell’Iran. 

Sul fronte turco, la questione curda ha visto un parziale miglioramento grazie all’accordo mediato dagli americani con i siriani (in particolare dell’inviato statunitense Tom Barrack, ambasciatore in Turchia), che ha escluso le milizie curde siriane da alcuni equilibri di potere: un esito visto positivamente da Erdoğan.

Gli Stati Uniti mantengono rapporti molto forti con gli Emirati Arabi Uniti, ma stanno privilegiando chiaramente il rapporto con Riyad. Questo approccio riflette anche fattori personali: l’Arabia Saudita fu il primo Paese visitato da Trump nel suo primo mandato e la famiglia Trump ha importanti investimenti nel Regno. Nonostante ciò, Washington evita di inserirsi nelle tensioni tra Riyad e Abu Dhabi. 

Riyad e Abu Dhabi, da parte loro, fingono pubblicamente che non esistano problemi tra loro e non chiedono agli USA di prendere posizione ufficiale, consapevoli che Washington non vorrebbe, né potrebbe, scegliere apertamente una parte.

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