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22/06/2026
Africa Subsahariana, Geopolitica, Relazioni Internazionali

Kenya 2027: Tra l’incudine del debito e il martello della piazza.

di Daniele Sferrazza

Una domanda corre per le strade di Meru: «one term or two terms?». L'eco di questo interrogativo svela come il Paese più stabile dell'Africa orientale si stia preparando alle elezioni del 2027. Il Kenya scricchiola.

Sebbene ad agosto 2025 il Kenya National Bureau of Statistics abbia registrato un’inflazione del 4,5%, conforme quindi ai parametri massimi definiti dalla Banca Centrale, il dato aggregato maschera alcune criticità significative. La relativa stabilità statistica viene, infatti, smentita non appena si passano in rassegna il prezzo del carburante+120% rispetto al 2021 — e il dato sull’inflazione alimentare — esplosa al +8,8% ad aprile 2026. Ciò si traduce in un impatto travolgente per le famiglie più vulnerabili di un paese in cui il settore alimentare determina il 32,9% del paniere dei consumi.

Il vero acceleratore dell’instabilità è tuttavia il debito pubblico, che nel 2024 ha toccato il 67% del PIL — ben oltre la soglia raccomandata dal Fondo Monetario Internazionale. Con la Cina posizionata come principale creditore bilaterale e le condizioni imposte dal FMI, l’esecutivo ha dovuto promuovere una rigida politica di austerità, tentando di risanare le casse pubbliche attraverso tagli ai sussidi sul carburante, una riduzione delle esenzioni IVA su prodotti farmaceutici e agricoli e un prolungamento dei tempi di rimborso fiscale. A questo quadro vanno sommati, dal 2025, anche i tagli dell’amministrazione Trump relativi ai programmi di aiuti statunitensi destinati a sanità e istruzione, che storicamente sopperivano alle lacune del welfare keniano.

Gli esiti di queste politiche si sono palesati in occasione delle Finance Bill del 2024 e del 2025, oggi tristemente celebri per le proteste di piazza rapidamente degenerate in episodi di violenza urbana, saccheggi e scontri con le forze dell’ordine. Secondo la Kenya Human Rights Commission, nel 2024, almeno 65 manifestanti sono stati uccisi dalle forze di sicurezza, alle quali vanno aggiunte le oltre 60 sparizioni forzate documentate. La memoria collettiva e i report delle organizzazioni territoriali suggeriscono, però, cifre molto più tetre. L’episodio più emblematico rimane la notte del 25 giugno, quando le forze di sicurezza nazionali, facendo irruzione nello slum di Githurai, hanno dispiegato a pieno regime il proprio potere coercitivo. Testimonianze locali e video amatoriali hanno documentato un’operazione militare senza precedenti, affinché venisse recuperata la mazza cerimoniale d’oro — simbolo del potere legislativo keniano — trafugata durante i disordini pubblici. Quella notte, mentre il governo dichiarava di aver usato solo “colpi a salve”, Githurai piangeva i propri morti, segnando il momento in cui la fiducia nelle istituzioni è stata definitivamente sostituita dalla paura e dal risentimento.

È importante però sottolineare, come la rabbia esplosa nelle strade non sia scaturita unicamente dal peso delle tasse. Ruto ha, infatti, vinto le elezioni promettendo un modello economico Bottom-Up e istituendo l’Hustler Fund per finanziare lavoratori informali e disoccupati. Mentre il primo impegno si è dimostrato una fantasia del tutto utopica, la seconda promessa si è rivelata per molti addirittura una trappola di micro-debiti insolvibili. Il Presidente, promosso dalle chiese cristiane come il difensore degli “ultimi”, viene oggi percepito come il vertice di una nuova dinastia ancora più rapace della precedente. Tutto ciò ha condotto verso una dissoluzione del mito dell’uomo del popolo, che si è tradotta in una sfiducia collettiva trainata dai social, dove Ruto è stato ribattezzato «Zakayo», in riferimento alla figura biblica dell’esattore delle tasse.

Gachagua e la vendetta della montagna

Dietro alla domanda che inonda le strade di Meru, c’è una campagna sistematica di delegittimazione condotta da chi, fino a poco tempo prima, era il secondo uomo del Paese. Il processo di impeachment condotto contro Rigathi Gachagua — il primo vicepresidente rimosso nella storia del Kenya — è stato percepito dalla comunità bantu come un tradimento politico di proporzioni storiche. Questa rottura mette a rischio la straordinaria operazione politica compiuta da Ruto nel 2022, che ha permesso — nonostante la sua provenienza Kalenjin — di conquistare la maggioranza dell’elettorato Kikuyu della regione del Monte Kenya. Un fatto del tutto insospettabile considerati gli scontri tribali tra Luo, Kalenjin e Kikuyu che costarono, nel 2007, la vita a quasi 1.300 persone. 

La vittoria del 2022 aveva alimentato la narrazione di un Kenya che stava superando le divisioni tribali. Una mera illusione, poiché quel trionfo non è avvenuto “nonostante” l’etnicità, ma attraverso una versione più sofisticata di essa. Ruto ha infatti sostituito il tradizionale blocco tribale monolitico con coalizioni dinamiche e fluide, frammentando le identità etniche per ricomporle in alleanze funzionali al potere. Tuttavia, la sostanza del sistema è rimasta invariata, dato che la tenuta di tali coalizioni si regge ancora su una consolidata logica clientelare. Un esempio di questa tattica è l’atteggiamento del deputato somalo Junet Mohamed, che ha riposizionato radicalmente il sostegno della propria comunità in chiave elettorale per il 2027. In egual misura, approfittando della scomparsa di Raila Odinga e della conseguente fase di incertezza dell’Orange Democratic Movement (ODM), il Presidente in carica ha cominciato a tessere relazioni con i leader locali dei Luo di Nyanza — Oburu Oginga su tutti —, con l’effetto di minare la coesione all’interno del principale partito d’opposizione e di frammentarne il consenso tradizionale.

La polarizzazione urbana: una frattura di classe 

L’elemento di maggiore novità è la sovrapposizione del conflitto di classe a quello tribale, esacerbato dall’emergenza occupazionale. Una concomitanza che sarebbe bene tenere sotto osservazione sempre, ma ancor di più in un paese in cui le tribù riconosciute ufficialmente sono 44 e la disoccupazione giovanile (15-35 anni), riportata dalla Federation of Kenya Employers, si attesta intorno al 67%. 

Questa particolare condizione di rischio diventa più pericolosa a Nairobi, dove la polarizzazione urbana si traduce spesso in divisione di classe. Secondo UN-Habitat, circa il 60% della popolazione della capitale vive nelle oltre 200 baraccopoli della città, occupando tuttavia solo il 5-6% del territorio urbano. In quartieri come Kibera (il più grande slum del continente) Mathare o Korogocho l’accesso all’acqua corrente è discontinuo, l’elettricità irregolare e i servizi igienici quasi inesistenti. Mentre le élite politiche e finanziarie vivono nei quartieri di extra-lusso a Karen, Lavington o Westlands, gli abitanti degli slum dipendono ancora da venditori informali d’acqua, fosse settiche condivise e impieghi senza contratto. Il villaggio di Shauri Yako, il cui nome significa letteralmente «sono affari tuoi», è il manifesto involontario di questa indifferenza istituzionale. Quando la classe media urbana e la Gen Z degli slum si sono ritrovate in piazza insieme, hanno trovato un linguaggio comune che la politica tradizionale non aveva previsto. Un linguaggio non più solamente etnico, ma anche socio-economico e generazionale.

I social network come infrastruttura del malcontento

A rendere il quadro ancora più instabile è il ruolo crescente delle piattaforme digitali, come TikTok e X, utilizzati come catalizzatori del malcontento e condottieri della mobilitazione politica. Ne è un esempio il Nairobi Gossip Club che si fece promotore e ufficio stampa delle proteste del 2024, (guidate dagli hashtag #RejectFinanceBill2024 e #OccupyParliament) capaci di coinvolgere 35 delle 47 contee totali e di culminare nell’irruzione e nel parziale incendio del Parlamento. Il paradosso è che questa stessa generazione — capace di riempire le strade in pochi giorni grazie alla comunicazione digitale — fatica a convertire la propria forza in rappresentanza elettorale. Nelle elezioni del 2022, gli elettori tra i 18 e i 35 anni rappresentavano solo il 39,8% degli aventi diritto registrati, in netto calo rispetto al 2017. 

Non va dimenticato, infine, che i social network possono essere sfruttati da attori esterni interessati ad amplificare tensioni già esistenti per ottenere vantaggi tattici e strategici sull’intera area geografica, essendo il Kenya la principale potenza regionale. È un rischio che in contesti simili si è già materializzato e che in questo Paese troverebbe terreno fertile nell’assenza di leadership strutturate capaci di filtrare e incanalare il malcontento.

Ruto in difesa, opposizione senza candidato

Sarebbe un errore leggere il quadro attuale come un declino meccanico e inevitabile. Ruto è un politico di straordinaria resilienza tattica, e il modo in cui sta costruendo la sua candidatura al secondo mandato è più sofisticato di quanto il solo dato di popolarità lasci supporre. Il presidente ha smesso di chiedere voti e ha cominciato ad investire su strade, ferrovie, ospedali e palazzi di edilizia popolare che funzionano oggi come messaggi di campagna permanente — la prova visibile di un governo che ha a cuore i propri connazionali. 

A questa strategia interna si affianca una proiezione esterna che lo ha reso il più affidabile e visionario statista africano. È l’alleato prediletto di Washington ed il “campione del clima” nei summit internazionali, disposto persino a inviare la polizia keniana ad Haiti per risolvere crisi appartenenti ad altri continenti. Questo paradosso lo mantiene a galla — garantendogli il vitale ossigeno finanziario dell’Occidente — ma lo isola ulteriormente dai suoi cittadini, che lo vedono sempre più come un amministratore per conto di interessi globali. 

A favorire il gioco di Ruto è il vuoto strutturale dell’opposizione, creatosi in seguito alla morte di Odinga — l’unico volto capace di unificare i blocchi non Kalenjin del paese. La cosiddetta United Opposition — che riunisce leader come Gachagua, Kalonzo Musyoka (Wiper) e Martha Karua (PLP) — non è neppure ancora stata in grado di designare un candidato unico. Ognuno dei principals rivendica la corsa alla presidenza, in un esercizio aritmetico che richiama già le sconfitte del passato. Gachagua, che secondo l’Articolo 75(3) della Costituzione rischia l’incandidabilità, sostiene di poter ancora rimanere in gara fintanto che i ricorsi non sono esauriti, mentre Musyoka, il delfino di Gachagua, deve mobilitare almeno 4 milioni di voti dall’Ukambani per imporsi come il candidato della coalizione. L’inconsistenza elettorale dell’opposizione, privata dell’unificatore Odinga, è stata confermata dalle elezioni suppletive del novembre 2025, che hanno visto il trionfo dei candidati governativi in tutti e sei i collegi contesi. 

Il Kenya non si trova sull’orlo di una crisi improvvisa. Si trova in una fase di erosione strutturale, in cui pressioni fiscali, mobilitazione giovanile, sfiducia cronica e frattura sociale convergono in un equilibrio precario. Se finora il logoramento istituzionale è rimasto sotto la soglia del collasso, il passaggio attraverso la Finance Bill del 2026 e le elezioni del 2027 rappresentano un campanello d’allarme da monitorare attentamente. Il timore più concreto è che una rielezione di Ruto, percepita come illegittima o frutto del tradimento delle promesse popolari, possa innescare mobilitazioni di massa capaci quanto meno di paralizzare lo Stato. In quel caso, l’instabilità intermittente potrebbe lasciare il posto ad una rottura sistemica senza precedenti.

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