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26/06/2026
Africa Subsahariana, Geopolitica, Relazioni Internazionali

L’agenda Trump per una nuova cooperazione sanitaria in Africa

di Luca Busola

Alla fine dello scorso aprile, il governo dello Zambia ha annunciato il naufragio delle trattative in merito alla sottoscrizione di un Memorandum of Understanding (MOU) con gli Stati Uniti per accedere a un pacchetto di aiuti sanitari di circa 320 milioni di dollari. La decisione del governo di Lusaka è legata a diverse criticità all’interno dell’accordo, come la concessione di esclusivi diritti estrattivi alle compagnie statunitensi e l’accesso ai dati sanitari dei pazienti che beneficiano dei programmi umanitari.

Alla fine dello scorso aprile, il governo dello Zambia ha annunciato il naufragio delle trattative in merito alla sottoscrizione di un Memorandum of Understanding (MOU) con gli Stati Uniti per accedere a un pacchetto di aiuti sanitari di circa 320 milioni di dollari. La decisione del governo di Lusaka è legata a diverse criticità all’interno dell’accordo, come la concessione di esclusivi diritti estrattivi alle compagnie statunitensi e l’accesso ai dati sanitari dei pazienti che beneficiano dei programmi umanitari.

Lo Zambia non è stato l’unico Paese a rifiutare gli aiuti americani; Ghana e Zimbabwe, per le stesse motivazioni di Lusaka, hanno anch’essi deciso di non siglare alcun MOU con Washington, mentre in Kenya, dove il governo ha accettato la proposta statunitense, l’Alta Corte del Paese ha impugnato la clausola sulla condivisione dei dati sensibili. 

Ciononostante, la grande maggioranza dei Paesi africani ha siglato simili accordi con gli Stati Uniti dando così slancio all’America First Global Health Strategy, la nuova agenda Trump per la cooperazione sanitaria internazionale, riaccendendo dubbi e discussioni sull’eticità di tali accordi e sul loro impatto in quello che alcuni definiscono un nuovo “colonialismo sanitario”.

Una nuova via per la cooperazione sanitaria

L’America First Global Health Strategy (AFGHS) rappresenta il nuovo piano dell’amministrazione Trump per favorire un approccio alternativo alla cooperazione sanitaria internazionale al di fuori dell’impalcatura istituzionale delle agenzie intergovernative globali come l’Organizzazione Mondiale della Sanità, dalla quale Washington si è ritirata a inizio 2026. L’obiettivo è quello di raggiungere singoli accordi bilaterali con i Paesi partner al fine di redigere MOU basati su specifici casi e non su un piano globale comune per la lotta e la prevenzione delle malattie infettive. Per fare ciò, anche in seguito alla chiusura dei programmi finanziati da USAID, Washington vuole fare sì che siano gli stessi Paesi partner a impegnarsi ad aumentare gli investimenti nella sanità negli anni a venire, mentre l’ammontare degli aiuti offerti viene sostanzialmente ridimensionato con cifre molto inferiori rispetto agli anni passati.

L’AFGHS si fonda quindi su due pilastri principali: la conduzione di trattative dirette con i governi, dalle quali sono escluse ONG e altre espressioni della società civile, e l’inserimento di clausole di condizionalità alle quali vincolare l’ammontare degli aiuti e il tipo di progetti per i quali vengono stanziati i fondi. Un esempio è dato dall’MOU siglato con la Nigeria, che prevede una clausola di preferenzialità a favore degli enti religiosi cristiani nella fornitura di aiuti e prestazioni sanitarie, cercando così di obbligare il governo nigeriano a intervenire attivamente in quella che l’amministrazione americana definisce una persecuzione in atto nei confronti dei cittadini nigeriani di fede cristiana. Vincolare la fornitura di aiuti alla protezione dei cristiani in Nigeria significa anche intervenire sui beneficiari delle cure e sul tipo di servizi che vengono offerti o meno, di fatto facendo subire ai pazienti le decisioni politiche del presidente Trump così come gli obiettivi della sua amministrazione: non solo intere fasce della popolazione verrebbero dunque escluse per motivi religiosi, di orientamento sessuale o di identità di genere, ma verrebbero meno anche servizi sanitari essenziali legati alla gestione della maternità, come l’interruzione di gravidanza volontaria o per motivi medici.

Ne consegue che gli Stati Uniti vogliano sfruttare le necessità finanziarie e sanitarie dei Paesi partner al fine di trarre vantaggiosi accordi soprattutto sul piano politico, ma anche economico, dal momento che tra le condizionalità, oltre ai diritti esclusivi di estrazione mineraria, spesso spicca la volontà di forzare l’apertura del mercato africano alle aziende sanitarie private americane con l’obiettivo di rafforzare la presenza statunitense nel continente, subordinando così i Paesi africani agli standard di washington nell’approvazione, commercializzazione e diffusione di medicinali e macchinari, con l’obiettivo ultimo di aumentare i profitti.

Il rifiuto da parte di alcuni Paesi africani

Il primo Paese a stroncare le negoziazioni è stato lo Zimbabwe. A febbraio il presidente Mnangagwa ha ordinato di porre fine alle trattative per la ratifica di un MOU del valore di 350 milioni di dollari per il 2026, definendo l’accordo un attacco alla sovranità e all’indipendenza del Paese. Il motivo principale dietro il rifiuto di Harare si cela nella volontà da parte degli Stati Uniti di accedere alle cartelle cliniche e ai database sanitari dei pazienti zimbabwiani, al fine di migliorare la somministrazione dei servizi sanitari e sviluppare nuove cure. Il problema, come hanno denunciato alcuni membri del governo, consiste nell’asimmetria intrinseca all’MOU, che di fatto costringerebbe lo Zimbabwe a vendere la privacy dei propri cittadini per la creazione di cure mediche di cui essi non potrebbero beneficiare in nessun modo, poiché non avrebbero alcun accesso privilegiato o scontato alle medicine che verrebbero create utilizzando i loro dati sanitari personali.

Successivamente, a fine aprile è arrivato il rifiuto dello Zambia, Paese dove circa il 6% della popolazione beneficiava delle cure mediche fornite dal progetto PEPFAR, poi chiuso dall’amministrazione Trump a inizio del secondo mandato, e dove circa il 10% della popolazione adulta è affetta da HIV. L’MOU prevedeva, come nel caso dello Zimbabwe, uno sborsamento di 320 milioni di dollari per il 2026, volti a coprire l’intero arco dei progetti sanitari attivi in Zambia, mentre prima della chiusura di USAID e di PEPFAR nel 2025 erano stati stanziati 367 milioni di dollari solo per i progetti volti alla lotta all’HIV. I fondi sarebbero poi diminuiti costantemente nei successivi cinque anni, arrivando a 112 milioni di dollari nel 2030. A ciò si aggiunge una clausola vincolante, pena l’immediata cessazione dell’accordo, che obbligava lo Zambia ad aprire i propri database sanitari alle aziende farmaceutiche americane per 10 anni, andando ben oltre la durata quinquennale dell’accordo; inoltre, gli USA avevano richiesto l’accesso ai diritti estrattivi nel Paese per aprire nuove miniere di rame, litio e cobalto.

Alla fine Lusaka ha rifiutato l’accordo a causa della clausola troppo restrittiva sull’accesso ai minerali e ha espresso preoccupazione in merito alla volontà degli USA di ottenere accesso ai dati dei cittadini zambiani, andando contro la legge locale sulla protezione della privacy.

Il tema della protezione dei dati sensibili ha portato a maggio al naufragio dell’accordo anche in Ghana, dove è ancora incerto se a compromettere le trattative siano state anche possibili clausole legate all’estrazione dell’oro in quello che è il maggior produttore del continente. In Kenya, dove l’MOU è stato firmato lo scorso dicembre, l’Alta Corte del Paese ha dovuto sospendere l’accordo da 2 miliardi e mezzo di dollari sempre alla luce di possibili problemi legati alla condivisione e al trattamento dei dati biomedici dei cittadini kenyoti, andando di fatto contro il Kenya’s Data Protection Act.

A febbraio, invece, l’amministrazione Trump ha raggiunto con il Congo la firma dell’MOU volto al finanziamento di circa 900 milioni di dollari in 5 anni al fine di rafforzare la resilienza nazionale contro le epidemie, soprattutto di Ebola, e favorire la creazione di un moderno sistema di tracciamento e prevenzione. Tuttavia, ciò si inserisce nel più ampio arco di accordi tra Kinshasa e Washington legato all’estrazione di minerali nelle regioni contese dell’est: tale accordo preliminare, che garantisce agli USA diritti estrattivi ottenendo di fatto la possibilità di competere direttamente con le compagnie cinesi, ha agito da condizionalità affinché l’MOU venisse proposto, mettendo così nuovamente in risalto i reali obiettivi dell’AFGHS, ossia dare la priorità agli interessi economici, securitari e geopolitici americani sulla salute delle popolazioni dei Paesi partner.

Accordi asimmetrici a favore di “estrattivismo biomedico” e colonialismo sanitario

Le concrete finalità degli accordi bilaterali e le accuse mosse dai governi di alcuni Paesi africani sembrano allinearsi con quello che diversi critici definiscono “estrattivismo biomedico”, ossia una pratica descritta come il potenziamento delle partnership sanitarie che, pur essendo finalizzate alla ricerca di nuove cure per malattie che da anni affliggono le popolazioni africane, fungono invece da cavallo di Troia per mantenere un sostanziale dislivello tra le due parti durante le trattative. In tal modo, i reali beneficiari dell’accordo sarebbero soltanto i governi e le compagnie occidentali, rafforzando pratiche di colonialismo sanitario in cui si conducono ricerche direttamente sui pazienti africani e si usa il pretesto degli aiuti umanitari per ottenere l’accesso alle risorse strategiche. I Paesi partner diventerebbero così miniere a cielo aperto di dati e campioni patologici, una risorsa preziosissima nell’industria farmaceutica odierna. I dati verrebbero prelevati direttamente dai cittadini, senza che questi possano poi godere dei risultati, mentre i diritti di proprietà intellettuale e i ricavi generati dalla produzione e commercializzazione di nuovi vaccini e medicine rimarrebbero prerogativa delle case farmaceutiche occidentali.

In molti Paesi permane inoltre lo scetticismo legato alle possibili sperimentazioni mediche a causa di un traumatico passato coloniale in cui vaccini e cure sperimentali venivano testati sulle popolazioni delle colonie, con risultati spesso indesiderati. Anche nella storia recente ci sono stati casi di sperimentazione diretta sulla popolazione africana come nel 2009, quando l’azienda Pfizer ha dovuto pagare una multa di 75 milioni di dollari al governo nigeriano, poiché incriminata per aver testato un farmaco non regolarizzato su 100 bambini nella regione di Kano. O ancora, durante la pandemia di COVID-19 i Paesi africani sono stati tra gli ultimi a ricevere i vaccini, nonostante questi avessero partecipato al loro sviluppo inviando campioni del patogeno ai laboratori negli USA e in Europa fin dalle prime settimane della pandemia. L’ultimo e più recente esempio di sfruttamento dei programmi umanitari per fini di ricerca medica è avvenuto a inizio 2026 in Guinea Bissau, dove il governo ha sospeso un esperimento, portato avanti da ricercatori danesi e compreso all’interno del pacchetto di aiuti sanitari siglato tra USA e Guinea Bissau, che mirava ad analizzare eventuali differenze legate all’inoculazione del vaccino per l’eptatite B nei bambini subito dopo il parto, o dopo sei settimane, mettendo nuovamente in discussione l’eticità di alcune pratiche mediche che, pur avendo un nobile fine, sembrano trarre vantaggio dal bisogno di cure da parte delle popolazioni locali per portare avanti le proprie ricerche, facendo sperimentazione attiva su pazienti talvolta totalmente ignari.

Prima gli interessi americani, poi la salute africana

Il timore è che gli accordi siglati tra gli USA e i Paesi africani rafforzino l’unilateralismo sanitario garantendo di fatto maggiori benefici alle aziende farmaceutiche americane, mentre i reali bisogni dei cittadini africani verranno nuovamente messi in secondo piano e diventeranno sempre più vulnerabili alle malattie che da anni si cerca di curare. Quello che alcuni definiscono un “colonialismo sanitario” prende vita grazie ai termini di condizionalità obbligatoria presenti negli MOU, mettendo in luce le reali intenzioni dell’amministrazione Trump, la quale sfrutta le necessità mediche dei Paesi africani al fine di ottenere vantaggiosi accordi economici e commerciali, secondo un piano politico che mette al primo posto i bisogni degli Stati Uniti a discapito delle migliaia di persone la cui salute dipende dall’esistenza dei suddetti programmi di cura, vaccinazione e prevenzione. Inoltre, la conduzione di trattative dirette ed esclusive con i governi e l’esclusione di ONG e membri della società civile accentuano la natura politica di questa agenda “umanitaria”, mentre la drastica riduzione dei fondi mette a repentaglio decine di programmi sanitari. Non sappiamo se gli altri Paesi che hanno firmato accordi di cooperazione con Washington si siano piegati ad accettare clausole vincolanti come quelle proposte allo Zambia, allo Zimbabwe o al Ghana; tuttavia è lecito pensare che il bisogno di liquidità per fare fronte ai bisogni medici della propria popolazione abbia spinto questi governi ad accettare gli MOU, i cui effetti si vedranno solo nei prossimi anni.

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