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29/06/2026
Cina e Indo-Pacifico, Geopolitica, Russia e Spazio Post-sovietico

ASEAN-Russia Commemorative Summit: multipolarità e autonomia regionale

di Aniello Iannone

Kazan, 18 giugno. Ferdinand Marcos Jr. e Vladimir Putin copresiedono il vertice che celebra trentacinque anni di relazioni tra ASEAN e Russia, e il presidente filippino mette piede per la prima volta su suolo russo cinquant’anni dopo il viaggio del padre nell’Unione Sovietica del 1976. La scena, osservata dalle capitali occidentali negli stessi giorni in cui il G7 riunito in Francia ribadiva il proprio sostegno a Kiev, ha l’aria della contraddizione. Un alleato di Washington, legato da un trattato di difesa e oggi più che mai esposto a un’eventuale crisi su Taiwan, stringe la mano a Mosca davanti alle telecamere e ne ricava perfino la liberazione di ventiquattro filippini detenuti a Irkutsk. La contraddizione, però, esiste soltanto se si accetta la griglia che la produce, quella che riduce il Sud-Est asiatico a un campo di scelta binaria tra Cina e Stati Uniti. È esattamente la griglia che Kazan smonta.

Kazan, 18 giugno. Ferdinand Marcos Jr. e Vladimir Putin copresiedono il vertice che celebra trentacinque anni di relazioni tra ASEAN e Russia, e il presidente filippino mette piede per la prima volta su suolo russo cinquant’anni dopo il viaggio del padre nell’Unione Sovietica del 1976. La scena, osservata dalle capitali occidentali negli stessi giorni in cui il G7 riunito in Francia ribadiva il proprio sostegno a Kiev, ha l’aria della contraddizione. Un alleato di Washington, legato da un trattato di difesa e oggi più che mai esposto a un’eventuale crisi su Taiwan, stringe la mano a Mosca davanti alle telecamere e ne ricava perfino la liberazione di ventiquattro filippini detenuti a Irkutsk. La contraddizione, però, esiste soltanto se si accetta la griglia che la produce, quella che riduce il Sud-Est asiatico a un campo di scelta binaria tra Cina e Stati Uniti. È esattamente la griglia che Kazan smonta.

L’ASEAN non organizza la propria condotta attorno all’asse Washington-Pechino. La organizza attorno a un principio meno nobile e più materiale, cioè la gestione delle dipendenze. Il vertice ha adottato quattro documenti, fra cui un Piano d’azione 2026-2030 e una dichiarazione congiunta sull’energia, e ha tenuto sullo sfondo un pranzo di lavoro dedicato all’integrazione eurasiatica, con la presenza del segretario generale della Shanghai Cooperation Organization e del vertice della Commissione economica eurasiatica. Per Mosca il significato è trasparente: dimostrare che l’isolamento decretato dall’Occidente non ha presa sull’Asia, e che il pivot verso oriente non è più una dichiarazione d’intenti ma un’infrastruttura di accordi. Per i paesi del blocco la posta è diversa e va cercata sotto la retorica della cooperazione. La chiusura dello Stretto di Hormuz nelle settimane precedenti, l’impennata dei prezzi del carburante e la fragilità delle catene di approvvigionamento hanno reso la ridondanza dei fornitori una necessità, non una preferenza diplomatica. Russia significa greggio e GPL, e per alcuni partner anche tecnologia nucleare. Sono beni che nessun trattato di sicurezza con Washington è in grado di consegnare. Il caso filippino è il più istruttivo proprio perché è il più scomodo per la lettura binaria. Manila ospita i siti dell’EDCA che guardano verso il Canale di Bashi, è il vertice della catena di deterrenza statunitense nella prima isola, e dovrebbe dunque incarnare l’allineamento più rigido. Eppure è Marcos a copresiedere il vertice, a invitare Putin all’East Asia Summit di novembre a Manila, a riannodare un filo che risale al gesto del padre nel 1976. La spiegazione non sta in un riposizionamento strategico, perché sul piano della sicurezza nulla si è mosso. Sta nel fatto che la sicurezza militare e la sicurezza materiale rispondono a pressioni diverse e tirano in direzioni diverse. La deterrenza tira verso Washington; l’energia, il cibo, il turismo russo verso Boracay e Palawan tirano verso Mosca. Le due cose non vengono riconciliate a livello di dottrina. 

Convivono perché ciascuna risolve un problema che l’altra non tocca. È qui che la vicenda interroga la lettura della National Security Policy filippina. Se si legge quel documento attraverso la sola lente dell’alleanza e del fronte di Taiwan, Kazan appare un’anomalia da spiegare. Letto invece a partire dalle sue condizioni strutturali, è perfettamente coerente. Il linguaggio della sicurezza comprehensive che pervade la NSP nasconde una gerarchia materiale in cui la diversificazione delle dipendenze non contraddice la fedeltà al trattato, perché il trattato non stabilizza il prezzo del diesel né garantisce il fertilizzante. La politica di sicurezza di un’economia esposta alla frammentazione delle filiere non può permettersi un allineamento che precluda i fornitori, e questo vale tanto più per un arcipelago che importa energia e teme l’inflazione alimentare. La neutralità apparente è, in realtà, amministrazione della vulnerabilità. L’assenza di Prabowo Subianto da Kazan illumina lo stesso meccanismo da un’angolazione opposta. Giacarta ha mandato il ministro Sugiono e ha giustificato la scelta con le urgenze interne, le proteste, il rincaro del 32 per cento sui carburanti non sussidiati, oltre alla recente visita del presidente a Mosca in aprile. Letta come distanza dalla Russia, l’assenza ingannerebbe. Mentre Prabowo restava in patria, l’Indonesia confermava l’importazione di centocinquanta milioni di barili di greggio russo e apriva i colloqui sui reattori galleggianti con Rosatom. La coreografia diplomatica, presenziare o non presenziare, si è scollata dal substrato materiale, che procede secondo una logica propria e indifferente alle ottiche. Marcos esibisce l’ingaggio attraverso la presenza; Prabowo esibisce il non-allineamento attraverso l’assenza. Entrambi gestiscono la stessa dipendenza, con due grammatiche diverse.

Resta l’ombra che il vertice non ha voluto nominare. Il Myanmar era rappresentato da un funzionario del ministero degli Esteri, escluso ancora una volta dal livello dei capi di Stato, e la guerra in Ucraina è rimasta sostanzialmente fuori dalla cornice, segno che il blocco continua a rifiutare di interiorizzare la costruzione occidentale della Russia come Stato paria. Si riconosce qui un tratto già noto del regionalismo dell’ASEAN, la capacità di trasformare il consenso e la centralità in dispositivi che amministrano i limiti del dicibile più di quanto producano risposte. La stessa logica che a Kazan permette di tenere aperto il canale russo è quella che, sul Myanmar, normalizza l’impotenza. La domanda che il vertice lascia aperta non riguarda la coerenza dell’ASEAN, che è coerente fino in fondo con le proprie strutture. Riguarda il nome da dare a questa condotta. Se la diplomazia multivettoriale sia autonomia effettiva oppure una dipendenza gestita che distribuisce la subordinazione su un numero maggiore di patroni, allargando il margine di manovra senza modificare la posizione periferica che lo rende necessario. Per Manila la prova arriverà a novembre, quando l’East Asia Summit porterà di nuovo il dossier Taiwan al centro del tavolo, e si vedrà se il binario che Kazan ha eluso possa essere eluso anche allora, o se a quel punto la scelta tornerà a imporsi.