Siamo ad Ankara per quello che molti considerano il vertice NATO più importante degli ultimi anni. Cosa si aspetta che ne esca per l’Italia da questi due giorni?
Mi aspetto innanzitutto che l’Italia mantenga una postura autorevole. In politica estera la credibilità si costruisce con la coerenza, indipendentemente da chi governa. Essere un alleato affidabile è ciò che rafforza davvero il peso del nostro Paese.
Credo che questo vertice confermi due elementi destinati a orientare la nostra politica estera e di difesa nei prossimi anni. Il primo è che il sostegno all’Ucraina resta una priorità strategica dell’Alleanza. Il secondo è la consapevolezza che la minaccia rappresentata dall’aggressività della Russia non riguarda più soltanto il fianco orientale, ma l’intera sicurezza euro-atlantica. La politica estera e di difesa italiana dovrà tenerne conto anche per il futuro.
Allo stesso tempo mi aspetto che un’Alleanza capace di leggere le sfide della sicurezza a 360 gradi rafforzi l’attenzione verso il fianco Sud e l’Italia su questo deve spingere perché il Mediterraneo è una delle nostre priorità strategiche.
C’è chi dice che una NATO a guida sempre più europea, come quella che si potrebbe costruire nei prossimi tempi, è una NATO più debole senza gli americani. Lei cosa risponde?
Io non credo che il rafforzamento del pilastro europeo renda la NATO più debole perché gli americani sarebbero meno presenti in Europa. Penso esattamente il contrario. Un’Europa che investe di più nella propria sicurezza e si assume maggiori responsabilità rende l’Alleanza più forte, non più fragile.
Dovremmo considerare questa come una grande sfida per costruire finalmente una vera Europa della difesa. Rafforzare la capacità europea di agire significa avere un’Europa più forte all’interno della NATO.
Naturalmente il legame con gli Stati Uniti resta essenziale. Non si tratta di scegliere tra Europa e Stati Uniti, ma di costruire un rapporto più equilibrato, in cui l’Europa sia un partner più forte, non solo più capace di assumersi le proprie responsabilità ma anche di incidere nel portare una propria visione, peculiare e importante, sulle grandi sfide della sicurezza internazionale.
Proprio per questo mi aspetto che il Governo assuma una decisione definitiva sull’adesione allo strumento SAFE. Se crediamo davvero nella costruzione di una difesa europea comune, dobbiamo avere il coraggio di utilizzare gli strumenti che l’Unione europea mette a disposizione. Sarebbe un segnale di coerenza con gli obiettivi che l’Europa si è data e con il ruolo che l’Italia vuole svolgere all’interno dell’Alleanza.
A febbraio il Comitato Militare NATO ha deciso che il Joint Force Command di Napoli passerà all’Italia. È la delega più importante che l’Alleanza potesse dare a Roma sul Mediterraneo. Cosa si aspetta da questo trasferimento in termini concreti? Quali nuove capacità, quali risorse aggiuntive e soprattutto quali tempi? O rischia di restare una delega di prestigio senza i mezzi per esercitarla?
Il passaggio del Joint Force Command di Napoli all’Italia è un riconoscimento importante del ruolo che il nostro Paese svolge nel Mediterraneo e nel fianco Sud dell’Alleanza. Ma proprio perché è un’opportunità strategica, non può restare soltanto un riconoscimento simbolico.
Il Mediterraneo allargato è sempre più centrale per la sicurezza euro-atlantica e questa nuova responsabilità dovrà essere accompagnata da un ulteriore rafforzamento delle capacità del Joint Force Command di Napoli. Ho avuto modo di visitarlo e ho trovato una struttura di assoluta eccellenza, riconosciuta da tutti gli alleati per la qualità del lavoro che svolge.
È anche un banco di prova importante per l’Italia. Quando al nostro Paese vengono affidate responsabilità di questo livello, l’Italia ha sempre dimostrato di esserne all’altezza. Ed è un valore che va oltre i governi: cambiano le maggioranze, ma restano la professionalità, la competenza e la visione strategica delle donne e degli uomini che servono il Paese.
Il 5 luglio Trump ha postato su Truth un meme con scritto “serve un ordine restrittivo” accanto alla foto di Meloni. Zangrillo ha detto che sono tensioni personali, non politiche. Le trova innocue, o un’animosità che può condizionare la posizione italiana al summit?
Trovo quel comportamento inaccettabile. Il Presidente degli Stati Uniti, come qualsiasi Capo di Stato o di governo, dovrebbe sempre mantenere il rispetto dovuto alle istituzioni degli altri Paesi. La politica internazionale non può essere ridotta a un meme o a una provocazione sui social.
Detto questo, credo che si commetta un errore anche quando si interpreta la politica estera come un rapporto di amicizia personale tra leader. Le relazioni politiche tra Paesi si fondano sul rispetto reciproco, sugli interessi e prospettive comuni e sul riconoscimento istituzionale, non sulle simpatie o sulle antipatie personali. Anche perché i ruoli che si ricoprono, in democrazia, sono tutti pro tempore. Anche per il presidente Trump.
Per questo non penso che episodi come questo debbano o possano condizionare la posizione italiana al vertice.

