Il sistema dei pagamenti è oggi uno dei principali terreni su cui si ridefiniscono gli equilibri economici e geopolitici tra potenze. Negli ultimi anni, il modo in cui il denaro viene trasferito — più ancora di come viene creato — è diventato centrale nelle strategie di Stati e attori privati. Non si tratta più soltanto di efficienza tecnologica, ma di controllo dell’infrastruttura attraverso cui la moneta circola.
Nelle economie avanzate questa trasformazione è già visibile. I pagamenti digitali hanno superato il contante come strumento prevalente. Nell’area euro rappresentavano il 45% delle transazioni nel 2024, contro il 39% del contante, e in Italia nel 2025 hanno raggiunto 518 miliardi di euro, pari al 45% dei consumi. Tuttavia, mentre la moneta resta un bene pubblico emesso dalle banche centrali, le infrastrutture di pagamento sono gestite quasi interamente da attori privati — banche, circuiti internazionali e, sempre più, piattaforme tecnologiche. È proprio questa separazione tra sovranità monetaria e controllo dei pagamenti a rendere il tema non solo economico, ma profondamente politico.
Un processo già in atto
La natura fortemente geopolitica di questa trasformazione è emersa per gradi, attraverso alcuni passaggi che negli ultimi anni hanno cambiato il quadro di riferimento. Il primo è arrivato nel 2019, quando Facebook annunciò Libra, un progetto che non si limitava a introdurre una nuova moneta digitale, ma rivendicava di fatto un terreno che fino ad allora era stato considerato quasi esclusivamente prerogativa degli Stati e delle banche centrali.
Il secondo passaggio si è avuto nel 2022, quando l’esclusione di alcune banche russe da SWIFT ha dimostrato che i sistemi di pagamento possono essere utilizzati come strumenti di pressione geopolitica. In risposta, Mosca ha intensificato il ricorso a infrastrutture alternative, come l’autoctono System for Transfer of Financial Messages (SPFS) e il Cross-border Interbank Payment System (CIPS), sviluppato dalla Banca centrale cinese, oltre a strumenti digitali e cripto. Il risvolto politico della vicenda ha mostrato che l’architettura dei pagamenti internazionali può diventare una leva di coercizione o di autonomia strategica.
Il terzo passaggio è quello che si è affermato più di recente, nel 2026, con il caso dell’Iran. Qui il punto non è soltanto l’esclusione dal sistema occidentale, ma il fatto che uno Stato possa utilizzare asset digitali non per rientrare nel circuito tradizionale, bensì per costruire una propria modalità di regolamento, aggirando i canali consueti e sfruttando strumenti come Bitcoin, stablecoin o persino lo yuan cinese per operazioni legate ai flussi commerciali. In questa vicenda c’è un dato di fondo molto importante, ossia che l’idea che il monopolio statunitense sulle infrastrutture di pagamento sia assoluto non è più sostenibile.
L’ascesa delle stablecoin
Dentro questo scenario si inserisce l’ascesa delle stablecoin, che non si limitano a essere uno strumento per muovere valore nel mondo cripto, ma rappresentano una delle innovazioni più rilevanti proprio perché uniscono, in forma totalmente digitale, la funzione di mezzo di pagamento a quella di riserva di valore. Nate per facilitare le transazioni tra asset digitali, oggi sono diventate uno strumento utilizzato su scala mondiale per detenere e trasferire dollari in forma digitale. Con una capitalizzazione superiore ai 300 miliardi di dollari nel 2026, sono oggi tra gli elementi più innovativi e in crescita del sistema monetario. In molti Paesi emergenti vengono usate non per speculare, ma per proteggere i risparmi e accedere a una valuta stabile.
Il loro funzionamento le collega direttamente al cuore della finanza mondiale. Per mantenere la parità con il dollaro, gli emittenti devono detenere riserve in attività denominate in valuta statunitense, principalmente titoli del Tesoro a breve termine. Questo implica che ogni nuova emissione di stablecoin genera una domanda aggiuntiva di debito pubblico americano. Qui emerge come emblematico il caso di Tether che nel primo trimestre del 2026 deteneva circa 141 miliardi di dollari in Treasury, una cifra che la colloca tra i maggiori detentori privati al mondo. Questo dato ha alimentato una lettura geopolitica secondo cui le stablecoin contribuirebbero a sostenere la centralità del dollaro, compensando il calo della domanda da parte di alcuni grandi investitori esteri, come la Cina. Tuttavia, questa è una visione incompleta. I dati sui Treasury risentono di distorsioni legate alla custodia internazionale dei titoli, perché una parte delle posizioni attribuite a Paesi europei potrebbe in realtà appartenere a investitori di altre aree. Più che una sostituzione, queste valute digitali ancorate a una valuta fiat rappresentano quindi l’emergere di una nuova categoria di acquirenti che si affianca a quelle tradizionali.
La vera tensione si manifesta però all’interno degli Stati Uniti. La crescita delle stablecoin non mette in discussione il ruolo del dollaro — che anzi ne esce rafforzato — ma ridisegna gli equilibri tra gli attori che ne gestiscono la circolazione. Accanto al sistema bancario tradizionale è emerso un nuovo blocco composto da fintech, piattaforme tecnologiche e operatori cripto, interessati a trasferire sempre più funzioni finanziarie su infrastrutture digitali private.
L’evoluzione normativa riflette questo confronto. Con il GENIUS Act del 2025, gli Stati Uniti hanno riconosciuto le stablecoin imponendo però vincoli stringenti, come l’obbligo di riserve sicure e il divieto di remunerazione diretta. Le banche temono che, anche in presenza di questi limiti, ci possono essere rischi di sottrazione dei depositi al sistema tradizionale, soprattutto se intermediari terzi trasferiscono ai clienti parte dei rendimenti generati dalle riserve. Tuttavia, le evidenze empiriche suggeriscono che l’impatto potrebbe essere contenuto e che la competizione si giochi più con strumenti come i money market fund che con i depositi bancari classici.
Cercando di analizzare il fenomeno, si può vedere come si stia affermando una nuova infrastruttura dei pagamenti, globale, continua e programmabile, in cui la stessa unità monetaria può essere utilizzata sia per detenere valore sia per effettuare transazioni. Questo le distingue dalle forme tradizionali di moneta bancaria e le rende particolarmente rilevanti nei contesti internazionali, soprattutto dove l’accesso al dollaro è limitato. Per questo motivo, la questione delle stablecoin non riguarda tanto il futuro del biglietto verde quanto il controllo dell’infrastruttura attraverso cui la divisa americana verrà utilizzata. È una competizione tra modelli: da un lato l’intermediazione bancaria tradizionale, dall’altro reti digitali private.
L’Europa tra ritardo e risposta
L’Europa si trova in una posizione delicata, perché deve affrontare un duplice problema: la dipendenza da infrastrutture di pagamento non europee e il ritardo nello sviluppo di una propria moneta digitale. Oggi oltre il 60% dei pagamenti con carta nell’eurozona passa attraverso circuiti internazionali, spesso statunitensi , mentre solo pochi Paesi dispongono di sistemi nazionali autonomi.
La risposta europea è poliedrica. Sul piano normativo, il regolamento MiCA ha definito il quadro per gli operatori cripto. Sul piano privato, iniziative come Wero e l’integrazione con EuroPA puntano a costruire un’infrastruttura di pagamenti paneuropea basata su bonifici istantanei.
Sul fronte pubblico, il progetto dell’Euro Digitale rappresenta un tentativo di risposta ambizioso. La Banca Centrale Europea lo considera uno strumento di sovranità monetaria e, allo stesso tempo, una risposta alla crescente centralità delle infrastrutture private extraeuropee nei pagamenti digitali. La tabella di marcia oggi prevede l’adozione del regolamento nel 2026, un pilota dalla metà del 2027 e una possibile prima emissione nel 2029. Il ritardo rispetto alla Cina, che ha già reso operativo lo yuan digitale, e rispetto agli Stati Uniti, che hanno scelto di valorizzare il settore privato, resta però evidente.
Accanto a queste iniziative, emerge anche un tentativo di sviluppare stablecoin in euro, come nel caso del consorzio Qivalis, formato da 37 istituti bancari europei e orientato a lanciare una valuta digitale ancorata all’euro. L’Europa, dunque, non sta seguendo una sola strada, ma un insieme di regolazione, sperimentazione privata e moneta pubblica digitale. È un percorso complesso, forse inevitabilmente più lento di quello americano o cinese, ma anche potenzialmente più equilibrato nel rapporto tra Stato e Mercato.
Un confronto globale
Sul palcoscenico internazionale le performance sono le più diverse. Washington ha scelto di sostenere le aziende tecnologiche, valorizzando le iniziative private, anche come strumento di rafforzamento del dollaro. Pechino, al contrario, punta su una valuta digitale pubblica. Bruxelles si colloca in una posizione intermedia, cercando di combinare regolazione, iniziativa privata e intervento pubblico.
Alla fine, la trasformazione in corso non pertiene alla moneta in sé, ma investe direttamente il sistema che ne consente l’uso. La posta in gioco riguarda i pagamenti, e quindi una fetta consistente del potere economico, industriale e di conseguenza geopolitico. Le stablecoin, le valute digitali pubbliche e le nuove infrastrutture europee sono tutti mezzi per correre la stessa gara.
Quello che dobbiamo chiederci non è tanto chi raggiungerà per primo il traguardo, ma chi riuscirà a dettare un nuovo standard per l’economia globale.

