Una delle notizie più discusse di questi giorni riguarda la decisione del governo italiano, già annunciata a settembre dello scorso anno, di accedere ai prestiti del programma SAFE (Security Action for Europe), lo strumento creato dall’Unione europea per sostenere gli investimenti congiunti nel settore della difesa. A differenza di quanto annunciato circa un anno fa, però, la richiesta italiana non ammonterà a 14,9 miliardi, come inizialmente previsto, ma a una cifra sensibilmente inferiore, pari a 8,9 miliardi, secondo quanto dichiarato dal Ministro degli Esteri Antonio Tajani.
La vicenda SAFE sembra quindi conclusa, anche se, visti i precedenti, è meglio non darlo per certo. La posizione del governo è cambiata più volte nel corso degli ultimi mesi. Dopo la richiesta ufficiale di 14,9 miliardi annunciata circa un anno fa, il 28 maggio di quest’anno il ministro degli Esteri Antonio Tajani aveva annunciato che Roma avrebbe richiesto una somma inferiore. Alla fine di luglio, durante il dibattito parlamentare seguito all’informativa sul vertice NATO di Ankara, lo stesso Tajani aveva invece dichiarato che l’Italia avrebbe utilizzato l’intero ammontare disponibile. Ora la posizione italiana è cambiata ancora.
Occorre ricordare che, rispetto ad altri strumenti per investire nella difesa, SAFE risulta alquanto vantaggioso. Il rimborso della somma richiesta può essere distribuito su un periodo massimo di 45 anni, con dieci anni di grazia prima dell’inizio dei pagamenti, tassi contenuti grazie alla capacità dell’Unione europea di raccogliere risorse sui mercati e l’esenzione dall’IVA per gli acquisti finanziati. Per un Paese fortemente indebitato come l’Italia, SAFE consente quindi di finanziare programmi militari a condizioni generalmente migliori di quelle che Roma potrebbe ottenere ricorrendo autonomamente ai mercati, distribuendone inoltre il costo su un arco temporale molto lungo. I prestiti non possono però essere utilizzati liberamente. SAFE finanzia programmi di acquisizione congiunta che coinvolgano almeno due Paesi europei, oppure uno Stato membro e l’Ucraina, e richiede che almeno il 65 per cento del valore dei componenti provenga dall’Europa. Lo strumento serve quindi non soltanto ad aumentare la spesa, ma anche a favorire la cooperazione industriale, ridurre la frammentazione degli acquisti e rafforzare la base produttiva europea.
Benché sia molto vantaggioso, l’utilizzo di SAFE non è l’unico modo che l’Italia ha di aumentare le spese per la difesa. Una seconda opzione per il governo sarebbe quella di attivare la clausola di salvaguardia (Nec), per un ammontare massimo dell’1,5% del PIL (oltre 34 miliardi di euro), non conteggiando le spese Difesa aggiuntive ai fini del calcolo dei parametri del Patto di Stabilità, fino al 2028. A inizio agosto il ministro Giorgetti si era già espresso a favore di questo intervento, dichiarando che “il governo intende, con il coinvolgimento preventivo del Parlamento, presentare un piano che preveda per il triennio coperto dalla Nec un incremento complessivo della spesa per gli interventi connessi alla sicurezza energetica dello 0,6% del Pil e della sicurezza e difesa dello 0,9% del Pil” (pari a circa 21.7 miliardi). A settembre la Commissione valuterà la richiesta italiana e, in caso di esito positivo, l’approvazione dovrebbe arrivare a ottobre.
L’evoluzione della spesa italiana
Negli ultimi quattro anni, l’Italia è stata tra i paesi europei che hanno aumentato meno il proprio bilancio della difesa. Secondo il Military Balance, il database sulla difesa pubblicato annualmente dall’International Institute for Strategic Studies, tra il 2021 e il 2025, il valore del bilancio della difesa italiano espresso in dollari è passato da 33,8 a 40,1 miliardi, con una crescita nominale del 18,6%. Tra i paesi europei, soltanto la Francia ha registrato un incremento leggermente inferiore (+18,0%), anche se con un bilancio decisamente maggiore, mentre anche il Regno Unito, terzultimo, ha riportato una crescita sensibilmente maggiore (+31,7%).
Il divario rispetto al resto d’Europa è particolarmente ampio. Polonia, Danimarca, Norvegia, Belgio, Turchia, Spagna e Svezia hanno più che raddoppiato i rispettivi bilanci, mentre gli aumenti dei Paesi Bassi e della Germania si sono avvicinati al 100%. La Polonia presenta la crescita più elevata, pari al 147,8%, seguita da Danimarca (+125,1%) e Norvegia (+119,8%).

Figura 1: Variazione dei bilanci della difesa nei principali paesi europei, 2021–2025. La figura presenta la variazione percentuale del bilancio della difesa nei paesi europei in cui tale bilancio ha superato i 10 miliardi di dollari nel 2025. Fonte: elaborazione dell’autore su IISS, The Military Balance 2022 (dati 2021) e The Military Balance 2026 (dati 2025), schede paese, voce “Def bdgt”, valori in USD. Nota metodologica: le cifre sono espresse in dollari correnti e le variazioni sono pertanto nominali; non sono corrette per l’inflazione e risentono delle variazioni dei tassi di cambio. Il grafico non misura quindi l’aumento reale delle risorse disponibili per la difesa.
Se poi si considerano i dati del 2026, l’Italia è superata anche dalla Francia, che registra un aumento del 34.9% rispetto al 2021, contro il 24% dell’Italia (ancora una volta su dati Military Balance). Incalcolabile ormai il divario con la Germania, la quale registra un aumento del 144.2% rispetto al 2021.
Tuttavia, i dati riportati dal Military Balance non consentono di ricostruire con precisione l’evoluzione della spesa militare italiana. Determinare quante risorse l’Italia destini effettivamente alla difesa è infatti un’operazione complessa, per almeno due ragioni. La prima è che il bilancio ordinario del Ministero della Difesa include alcune voci che non contribuiscono direttamente al mantenimento, all’operatività o al rafforzamento dello strumento militare. Tra queste rientrano gran parte delle risorse destinate all’Arma dei Carabinieri e i cosiddetti «interventi non direttamente connessi con l’operatività dello strumento militare», come l’ausiliaria e le servitù militari. La seconda ragione è speculare: alcune spese inequivocabilmente militari non compaiono nel bilancio della Difesa perché sono finanziate da altri ministeri. È il caso, soprattutto, dei fondi del Ministero delle Imprese e del Made in Italy destinati ai programmi di acquisizione e di quelli del Ministero dell’Economia e delle Finanze impiegati per finanziare le missioni internazionali. Di conseguenza, il bilancio formale del dicastero non coincide con le risorse effettivamente destinate allo strumento militare.
Anche i dati comunicati alla NATO o elaborati dal SIPRI possono differire, sia dal bilancio ministeriale sia tra loro, perché rispondono a criteri contabili e finalità statistiche differenti. In particolare, i dati dichiarati alla NATO sono poco adatti a ricostruire l’andamento della spesa nel tempo. Negli ultimi anni, infatti, l’Italia ha modificato i propri criteri di contabilizzazione, includendo tra le spese per la difesa voci che in precedenza non venivano considerate. Operazioni analoghe sono state compiute anche da altri Paesi, tra cui Canada e Spagna, soprattutto per avvicinarsi agli obiettivi concordati all’interno dell’Alleanza. Una parte dell’aumento registrato nelle statistiche NATO non corrisponde quindi allo stanziamento di nuove risorse, ma deriva semplicemente da un diverso modo di classificare spese già esistenti.
Il calcolo più accurato della spesa militare italiana è quello elaborato da Rivista Italiana Difesa (RID). Secondo questa metodologia, dal bilancio ordinario della Difesa devono essere sottratte le risorse destinate all’Arma dei Carabinieri, fatta eccezione per quelle impiegate nelle missioni all’estero dei militari dell’Arma, e le spese relative agli «interventi non direttamente connessi con l’operatività dello strumento militare». Al risultato devono poi essere aggiunti i fondi stanziati dal Ministero dell’Economia e delle Finanze per le operazioni internazionali e quelli messi a disposizione dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy per gli investimenti militari. Il totale per il 2026 ammonta così a circa 31,5 miliardi di euro – una cifra decisamente inferiore a quella comunicata dal Military Balance – pari all’1,5 per cento del PIL e sostanzialmente in linea con l’anno precedente. In sostanza, secondo RID, tra il 2025 e il 2026 la spesa militare italiana è rimasta sostanzialmente invariata in rapporto al PIL. Nel 2021, calcolata secondo lo stesso metodo, la spesa italiana era pari a 22,3 miliardi di euro, corrispondenti all’1,3 per cento del PIL. In cinque anni essa è quindi aumentata di 9,2 miliardi, pari al 41,3 per cento in termini nominali. L’incidenza sul PIL è invece cresciuta di 0,2 punti percentuali: dall’1,3 all’1,5 per cento, un incremento relativo del 15,4 per cento, inferiore a quello registrato dal Military Balance.
Anche utilizzando i dati del Military Balance, più favorevoli, il confronto con Francia e Germania è particolarmente negativo. Secondo questa fonte, il bilancio italiano è passato da 28,3 miliardi di euro nel 2021 a 35,5 miliardi nel 2025, con un incremento di 7,2 miliardi, pari al 25,4%. Nello stesso periodo, la Francia è passata da 49,7 a 62 miliardi: il suo bilancio è aumentato di 12,3 miliardi e nel 2025 risultava 1,75 volte quello italiano. Ancora più netto è il caso tedesco: la Germania è passata da 46,9 a 95 miliardi, con un incremento di 48,1 miliardi, pari al 102,6%. Berlino dispone oggi di un bilancio 2,68 volte superiore a quello italiano e il divario tra i due paesi, pari a 18,6 miliardi nel 2021, ha raggiunto i 59,5 miliardi nel 2025.
Il dato interessante è che, sebbene il bilancio italiano sia molto inferiore a quello di Francia e Germania, le dimensioni delle forze armate italiane non sono molto diverse. Secondo i dati del Military Balance 2026, l’Italia mantiene 160.400 militari in servizio attivo e 14.500 riservisti. La Germania conta 185.350 militari attivi e 34.100 riservisti, mentre la Francia dispone rispettivamente di 203.900 militari attivi e 38.100 riservisti. La Francia ha dunque il 27,1% di personale attivo in più dell’Italia, mentre la Germania soltanto il 15,6%. Le differenze nelle risorse disponibili sono però molto più ampie: nel 2025 il bilancio francese era superiore a quello italiano del 74,6% e quello tedesco del 167,6%. Rapportando indicativamente il bilancio al personale in servizio attivo, l’Italia dispone di circa 221.000 euro per militare, contro i 304.000 euro della Francia e i 513.000 euro della Germania. Ciò non significa che queste somme siano direttamente destinate a ciascun militare, ma evidenzia quanto siano differenti le risorse disponibili per finanziare personale, addestramento, manutenzione, infrastrutture, equipaggiamenti e investimenti.
Il risultato è duplice. Da un lato, il bilancio italiano risulta fortemente sbilanciato verso le spese per il personale: non perché i militari siano pagati troppo (anzi), ma perché le risorse complessive sono insufficienti a sostenere una forza di queste dimensioni. Dall’altro, le Forze armate — e soprattutto l’Esercito — sono sottoposte a un impiego eccessivo, dovendo conciliare gli impegni in numerose missioni internazionali con le operazioni interne, soprattutto Strade Sicure, un compito che, peraltro, contribuisce a indebolire lo strumento militare.
Le difficoltà ad aumentare la spesa
Perché, dunque, nonostante la limitatezza del bilancio italiano, il governo ha deciso di ridurre la richiesta di fondi europei? La risposta è duplice. La prima ragione è contingente: quando, nel settembre 2025, Roma presentò una richiesta iniziale di 14,9 miliardi di euro, il quadro economico e politico era molto diverso.
Sul piano economico, l’Italia non aveva ancora subito le conseguenze della guerra condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Il conflitto ha provocato un rapido aumento dei prezzi del petrolio, costringendo il governo a mobilitare risorse aggiuntive per contenerne gli effetti su famiglie e imprese e riducendo, di conseguenza, lo spazio disponibile per la difesa.
Sul piano politico, nel frattempo, sono intervenuti tre cambiamenti significativi. Il primo è stato la sconfitta del governo al referendum sulla giustizia, che ha indebolito l’esecutivo. Il secondo è l’ascesa di Futuro Nazionale, il partito guidato dal generale Roberto Vannacci, apertamente contrario al ricorso a SAFE. Nel suo programma, il partito sostiene che i prestiti rappresentino «nuovo debito che rimane in capo alla nazione che ne fa richiesta» e che il loro utilizzo sia vincolato «alle priorità di Bruxelles e non alle vere esigenze» dell’Italia. Le resistenze, tuttavia, attraversano anche la maggioranza. Nella Lega, il senatore Claudio Borghi ha criticato pubblicamente la decisione di ricorrere a SAFE, ribadendo di aver espresso e argomentato la propria contrarietà anche in Parlamento. Il terzo cambiamento, infine, è l’avvicinarsi delle elezioni politiche: una scadenza che rende ancora più difficile per il governo assumere decisioni impopolari e facilmente rappresentabili come nuovo debito destinato al «riarmo».
La seconda ragione è invece strutturale e riguarda l’opinione pubblica. Un sondaggio dell’European Council on Foreign Relations, pubblicato nel giugno 2026, mostra che soltanto il 28 per cento degli italiani considera opportuno aumentare la spesa nazionale per la difesa. È il valore più basso tra tutti i Paesi inclusi nella rilevazione: seguono, a notevole distanza, l’Austria con il 45 per cento, l’Estonia con il 46 e la Svizzera con il 50 per cento.
Le ragioni di questa opposizione sono probabilmente molteplici. Esiste anzitutto una componente ideologica, legata alla tradizionale diffidenza di una parte della società italiana nei confronti dello strumento militare. A questa si aggiunge un contesto economico segnato dalla debole crescita della produttività e dalla sostanziale stagnazione dei salari, che rende difficile costruire consenso intorno alla destinazione di nuove risorse alla difesa. Gli italiani tendono comprensibilmente a privilegiare politiche percepite come più vicine alle proprie esigenze quotidiane, dalla sanità alla protezione sociale e alla sicurezza interna. Anche il progressivo invecchiamento della popolazione contribuisce a consolidare queste priorità, accrescendo la domanda di assistenza, prestazioni sanitarie e protezione sul territorio. In questo contesto, aumentare la spesa militare rimane una scelta politicamente costosa per qualsiasi governo, indipendentemente dal deterioramento dello scenario internazionale.
Questa breve analisi suggerisce che, nell’attuale fase di riarmo europeo, l’Italia rischia di perdere il proprio rango di grande potenza militare continentale. Negli ultimi quarant’anni il suo bilancio della difesa è rimasto generalmente inferiore a quelli di Francia, Germania e Regno Unito, ma il divario non era mai apparso così ampio. Secondo le stime del Military Balance, nel 2026 i bilanci britannico (102 miliardi di dollari) e tedesco (137 miliardi) saranno più che doppi rispetto a quello italiano (41,9 miliardi), mentre quello francese raggiungerà gli 80 miliardi, sfiorando il doppio. Se l’Italia non riuscirà a tenere il passo con gli incrementi registrati dagli altri principali paesi europei, il divario finanziario si tradurrà inevitabilmente in un divario di capacità: meno risorse per acquisire e mantenere gli equipaggiamenti, addestrare il personale, ricostituire le scorte e garantire la prontezza operativa.

