09/09/2026
America Latina, Geopolitica, Stati Uniti e Nord America

Washington contro Caracas: Maduro, le elezioni del 2024 e la strategia degli Stati Uniti in Venezuela

di Eduard Ursu

La cattura di Nicolás Maduro ha segnato un punto di svolta nella politica statunitense verso il Venezuela, ma non rappresenta un evento isolato. Al contrario, si inserisce in una strategia costruita negli anni attraverso sanzioni, pressione diplomatica, accuse di narcotraffico e crescente attenzione alla sicurezza dell’emisfero occidentale. Per Washington, il dossier venezuelano non riguarda soltanto la democrazia a Caracas, ma anche petrolio, migrazioni, criminalità transnazionale e competizione con Cina, Russia e Iran.

Il Venezuela rappresenta oggi uno dei dossier più complessi della politica estera statunitense nell’emisfero occidentale. La crisi politica ed economica del Paese, il controllo delle sue ingenti riserve energetiche, il narcotraffico e la crescente presenza di attori esterni come la Cina hanno progressivamente trasformato la questione venezuelana da crisi interna a problema di interesse strategico per Washington. Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha ulteriormente modificato questo approccio, portando gli Stati Uniti verso una politica caratterizzata da una combinazione sempre più diretta di pressione economica, strumenti giudiziari, interessi energetici e forza militare. L’evoluzione della strategia americana nei confronti di Caracas permette quindi di interrogarsi non solo sul futuro del Venezuela, ma anche sulle modalità con cui Washington intende riaffermare la propria influenza nell’emisfero occidentale.

Dalla cooperazione al confronto

Le relazioni tra Stati Uniti e Venezuela risalgono al XIX secolo, quando Washington riconobbe ufficialmente l’indipendenza venezuelana e stabilì relazioni diplomatiche con Caracas nel 1835. Per gran parte del Novecento, il rapporto tra i due Paesi si sviluppò soprattutto attorno al petrolio, con il Venezuela che divenne uno dei principali fornitori energetici degli Stati Uniti e uno degli attori più rilevanti del sistema economico latinoamericano.

La rottura è iniziata con l’ascesa di Hugo Chávez nel 1998, quando Caracas ha avviato una politica estera più apertamente critica nei confronti di Washington e ha progressivamente rafforzato i rapporti con Cuba, Russia, Cina e Iran. Il chavismo ha inizialmente utilizzato le rendite petrolifere per finanziare programmi sociali e ridurre la povertà estrema, ma la crescente politicizzazione della compagnia statale PDVSA, la corruzione e la cattiva gestione hanno trasformato il principale motore economico del Paese in una struttura sempre più inefficiente.

Il Venezuela diventa così dipendente quasi interamente dalle esportazioni petrolifere, che nel 2013 rappresentavano circa il 98% delle esportazioni complessive del Paese. Il crollo dei prezzi del greggio nel 2014 ha accelerato una crisi economica già profonda, trasformando il deterioramento finanziario del Paese in una crisi politica, sociale e migratoria di portata regionale. 

Maduro e la crisi della legittimità

Dopo la morte di Chávez nel 2013, Nicolás Maduro ha assunto la presidenza del Venezuela in un contesto economico già fragile. Il suo governo ha tentato di affrontare la crisi attraverso una forte espansione monetaria, contribuendo all’esplosione dell’iperinflazione e alla progressiva dollarizzazione informale dell’economia venezuelana. Nel frattempo, la scarsità di beni essenziali, il collasso dei servizi pubblici e la repressione del dissenso hanno alimentato una crisi interna sempre più difficile da contenere.

Dal punto di vista statunitense, il Venezuela ha gradualmente smesso di essere soltanto un dossier democratico. Washington ha iniziato ad interpretare Caracas come un problema di sicurezza regionale, collegato ai flussi migratori, al narcotraffico, alla presenza di reti criminali transnazionali e all’influenza di potenze rivali nell’emisfero occidentale. Dal 2017, gli Stati Uniti hanno fornito quasi 3,7 miliardi di dollari in assistenza umanitaria, economica, sanitaria e di sviluppo per sostenere i venezuelani all’interno del Paese e nella regione.

Il primo momento di svolta è arrivato nel 2015, quando l’opposizione ha conquistato la maggioranza dell’Assemblea Nazionale. Gli Stati Uniti hanno considerato l’Assemblea eletta in quell’anno come l’istituzione più rappresentativa e legittimata dal voto popolare nel contesto venezuelano. Dopo la contestata rielezione di Maduro nel 2018, l’Assemblea ha dichiarato illegittima la sua presidenza e Juan Guaidó si è proclamato presidente ad interim, ottenendo il riconoscimento degli Stati Uniti, del Canada, di gran parte dell’Unione europea e dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA). Tuttavia, il riconoscimento internazionale di Guaidó non si è tradotto in un effettivo trasferimento del potere: Maduro ha mantenuto il controllo delle forze armate, degli apparati di sicurezza e della maggior parte delle istituzioni statali, riuscendo a rimanere al potere nonostante la crescente pressione internazionale

Le elezioni presidenziali del 2024 hanno rappresentato il secondo passaggio decisivo. Maduro ha dichiarato nuovamente la vittoria nonostante le prove raccolte dall’opposizione indicassero un risultato favorevole a Edmundo González Urrutia. L’esclusione di María Corina Machado dalla competizione e le accuse di frode spinsero gli Stati Uniti e numerosi alleati occidentali a non riconoscere Maduro come presidente legittimamente eletto. A quel punto, la crisi venezuelana è entrata in una fase nuova: per Washington, la pressione diplomatica e sanzionatoria non era più sufficiente a modificare il comportamento del regime.

La massima pressure e il dossier criminale

La strategia statunitense verso il Venezuela si è progressivamente costruita attorno a un sistema di sanzioni sempre più ampio. Dal 2005, gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni mirate contro individui ed entità venezuelane accusate di corruzione, violazioni dei diritti umani, azioni antidemocratiche e attività criminali. Durante la prima amministrazione Trump, queste misure furono estese al settore finanziario, alla compagnia petrolifera PDVSA e ad altri pilastri dell’economia venezuelana.

Nel 2017, Washington ha limitato l’accesso del governo venezuelano ai mercati finanziari statunitensi. Nel 2019, gli Stati Uniti hanno congelato i beni del governo Maduro presenti sotto giurisdizione americana e hanno proibito ai cittadini statunitensi di effettuare transazioni con l’esecutivo venezuelano, salvo autorizzazioni specifiche dell’OFAC. Le sanzioni non avevano soltanto un obiettivo punitivo, ma miravano a ridurre la capacità del regime di finanziarsi e a costringerlo ad accettare una transizione politica negoziata.

Accanto alla dimensione economica, Washington ha rafforzato il dossier giudiziario e criminale contro Maduro. Nel marzo 2020, il Dipartimento di Giustizia statunitense ha incriminato Maduro per narco-terrorismo, cospirazione per importare cocaina, possesso di mitragliatrici e dispositivi distruttivi. Secondo le autorità americane, Maduro avrebbe contribuito a dirigere il Cartel de los Soles, una rete di traffico di droga composta da alti funzionari venezuelani. 

Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha rilanciato questa impostazione in forma ancora più aggressiva. Nel 2025, Washington ha designato Tren de Aragua come organizzazione terroristica straniera e ha successivamente incluso il Cartel de los Soles tra le organizzazioni terroristiche globali designate. Nello stesso anno, la ricompensa per informazioni utili alla cattura di Maduro è stata aumentata fino a 50 milioni di dollari, rendendolo il primo obiettivo del Narcotics Rewards Program con una taglia superiore ai 25 milioni.

La cattura di Maduro e la svolta militare

La cattura di Nicolás Maduro nel gennaio 2026 ha rappresentato il punto di arrivo di questa strategia. L’operazione statunitense, denominata Absolute Resolve, ha portato alla detenzione di Maduro e di sua moglie Cilia Flores, che sono stati successivamente condotti negli Stati Uniti per affrontare accuse federali legate al narcotraffico e al terrorismo. L’operazione è stata preceduta da mesi di pianificazione militare e intelligence, con un coinvolgimento diretto delle strutture di sicurezza americane.

L’Amministrazione Trump ha presentato l’intervento come una misura necessaria per colpire un leader considerato illegittimo, accusato di aver trasformato lo Stato venezuelano in una piattaforma criminale e narcoterroristica. Tuttavia, l’operazione ha aperto immediatamente un dibattito giuridico e politico molto più ampio. Secondo diversi esperti di diritto internazionale, l’impiego della forza militare statunitense sul territorio venezuelano solleva interrogativi circa il rispetto del divieto dell’uso della forza e del principio di sovranità sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite. Su un piano distinto, la cattura di Maduro pone invece la questione del rispetto delle norme di diritto internazionale consuetudinario relative all’immunità degli organi dello Stato e, in particolare, all’immunità personale riconosciuta ai capi di Stato in carica. Al tempo stesso, alcuni giuristi statunitensi hanno osservato che, una volta trasferito negli Stati Uniti, Maduro può essere processato dai tribunali federali anche se la modalità della sua cattura resta controversa sul piano internazionale.

Washington ha sostenuto che non fosse possibile lasciare le maggiori riserve energetiche mondiali nelle mani di un leader considerato illegittimo e ricercato dalla giustizia americana. Questo contrasto mostra il nucleo della nuova strategia statunitense: per l’amministrazione Trump, il Venezuela non è più soltanto una crisi politica interna, ma una questione di sicurezza nazionale e di controllo strategico dell’emisfero occidentale.

Petrolio, sanzioni e interessi strategici

Il petrolio resta il centro materiale della contesa. Il Venezuela possiede le maggiori riserve di petrolio greggio del mondo, ma la sua produzione è crollata rispetto ai livelli degli anni Settanta. Secondo le stime citate dall’Economist, il Paese produceva quasi 4 milioni di barili al giorno alla fine degli anni Settanta, mentre la produzione recente si aggira intorno a un milione di barili al giorno. Il deterioramento delle infrastrutture, i blackout, la mancanza di investimenti e la crisi di PDVSA rendono estremamente complesso un ritorno rapido ai livelli produttivi del passato.

La strategia americana punta a trasformare il petrolio venezuelano in una leva di stabilizzazione politica ed economica. La Casa Bianca ha giustificato la protezione delle entrate petrolifere venezuelane sostenendo che esse debbano essere preservate per finalità diplomatiche e di politica estera degli Stati Uniti. L’Amministrazione Trump ha inoltre collegato il controllo delle risorse energetiche alla necessità di contrastare narcotraffico, immigrazione irregolare e influenza di attori ostili come Iran e Hezbollah. Il legame con Teheran si è consolidato soprattutto durante le presidenze di Hugo Chávez e Nicolás Maduro, fino alla firma nel 2022 di un accordo di cooperazione ventennale tra Venezuela e Iran, concepito anche per rafforzare la capacità dei due Paesi di resistere alle sanzioni internazionali. Per Washington, questa relazione assume una dimensione securitaria anche per i presunti legami tra Caracas e Hezbollah, organizzazione sostenuta dall’Iran: documenti del Congresso statunitense hanno indicato il Venezuela come uno dei principali punti di proiezione dell’influenza iraniana in America Latina, mentre funzionari statunitensi hanno associato le attività di Hezbollah nella regione al riciclaggio di denaro, al traffico di droga e al contrabbando. La riduzione dell’influenza iraniana in Venezuela si inserisce quindi, nella prospettiva statunitense, nella più ampia strategia di contenimento delle reti politiche, economiche e criminali considerate ostili nell’emisfero occidentale.

Il problema è che la riattivazione del settore petrolifero non produce automaticamente stabilità. Nonostante la crescita delle esportazioni petrolifere e il ritorno degli investimenti stranieri, i benefici della ripresa energetica non si sono tradotti immediatamente in un miglioramento delle condizioni economiche della popolazione, ancora alle prese con inflazione elevata e salari stagnanti. Inoltre, gli investitori stranieri restano prudenti per via dell’incertezza normativa, del rischio di espropriazione e della difficoltà di rimpatriare i profitti.

A ciò si aggiunge la dimensione internazionale. La Cina ha sviluppato negli ultimi due decenni profondi legami economici con il Venezuela, concedendo prestiti rilevanti e acquistando gran parte del petrolio venezuelano anche durante il regime sanzionatorio statunitense. Per Pechino, Caracas è stata una fonte energetica e un avamposto politico in America Latina; per Washington, la riduzione dell’influenza cinese nel settore petrolifero venezuelano è diventata parte della più ampia competizione strategica nell’emisfero occidentale.

Il dopo Maduro e i limiti della strategia americana

L’insediamento di Delcy Rodríguez come presidente ad interim ha aperto una fase politicamente ambigua. Da un lato, Washington ha ottenuto la rimozione di Maduro e una maggiore capacità di incidere sulle scelte economiche venezuelane. Dall’altro, una parte significativa dell’apparato chavista è rimasta al potere, sollevando interrogativi sulla reale portata della transizione. Una strategia basata soltanto su pressione economica e controllo delle risorse difficilmente può produrre una democratizzazione duratura senza il coinvolgimento dell’opposizione e della società civile venezuelana.

Il nodo centrale riguarda quindi il rapporto tra stabilizzazione e democrazia. Gli Stati Uniti possono esercitare una pressione decisiva su Caracas, ma devono evitare che la gestione della fase post-Maduro si trasformi in un semplice cambio di leadership senza reale apertura politica. Le prime scelte dell’Amministrazione Trump sembrano tuttavia indicare una diversa gerarchia delle priorità. Washington ha infatti scelto di tollerare la permanenza al potere del governo ad interim di Delcy Rodríguez, espressione dello stesso apparato chavista, dopo che la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt  aveva dichiarato che, fino a quel momento, il nuovo esecutivo aveva soddisfatto tutte le richieste avanzate dagli Stati Uniti e dal presidente Trump. Parallelamente, María Corina Machado, nonostante l’incontro con Trump alla Casa Bianca dopo la cattura di Maduro, non ha ricevuto l’endorsement del presidente statunitense per guidare la transizione. La disponibilità americana a collaborare con Rodríguez, insieme alla centralità attribuita alla gestione delle risorse petrolifere, alimenta quindi l’interrogativo su quanto la democratizzazione rappresenti realmente la priorità della strategia statunitense rispetto alla rimozione di Maduro, alla stabilizzazione del Paese e alla tutela degli interessi energetici americani. Una transizione credibile richiederebbe elezioni libere, rilascio dei prigionieri politici, garanzie istituzionali e ricostruzione di un sistema giudiziario indipendente. In assenza di questi elementi, la strategia americana rischia di sostituire il contenimento del chavismo con una forma di gestione selettiva della crisi.

La questione venezuelana dimostra dunque come la politica estera statunitense nell’emisfero occidentale sia entrata in una fase nuova. La cattura di Maduro non rappresenta soltanto la conclusione della “maximum pressure”, ma il passaggio ad una strategia più diretta, in cui strumenti militari, giudiziari, energetici e finanziari vengono combinati per riaffermare l’influenza americana nella regione. Per Washington, il Venezuela è oggi il punto in cui convergono sicurezza energetica, lotta al narcotraffico, controllo dei flussi migratori e competizione con Cina.

Resta però aperta la domanda decisiva: la rimozione di Maduro sarà sufficiente a stabilizzare il Venezuela o finirà per esporre gli Stati Uniti a una transizione più lunga, costosa e politicamente fragile di quanto previsto? Proprio questa incertezza rende Caracas uno dei dossier più rilevanti della politica estera americana contemporanea. Non perché il Venezuela sia soltanto una crisi latinoamericana, ma perché mostra fino a che punto Washington sia disposta a spingersi per ridefinire gli equilibri di potere nel proprio emisfero.

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