Il 1° settembre Fincantieri e ThyssenKrupp Marine Systems (TKMS) hanno annunciato la firma di un Memorandum of Understanding (MoU) volto ad approfondire la collaborazione nel settore dei sommergibili e dei sistemi subacquei. Questo accordo, con la dichiarata intenzione di costruire una cooperazione industriale più definita, punta a contribuire al superamento della frammentazione dell’industria navale europea.
Tuttavia, se letto nel contesto in cui cade, il MoU è più di un semplice accordo di cooperazione industriale. Arriva mentre le infrastrutture subacquee – cavi internet, cavi elettrici, oleodotti e gasdotti – trattate a lungo come asset commerciali affidati ai loro operatori, entrano nel perimetro della difesa nazionale, perché reti prive di protezione fisica e troppo estese per essere sorvegliate con continuità si prestano a diventare una leva di pressione. Per l’Italia, che di quelle infrastrutture è tra i principali terminali, la collaborazione conta perché incide sulle due variabili che nel dominio subacqueo pesano di più: i costi di acquisizione di capacità indispensabili e i tempi con cui le si mette in mare.
I termini dell’intesa
Il MoU individua tre direzioni di lavoro: cooperazione tecnologica, opportunità commerciali congiunte e costruzione di un ecosistema industriale avanzato nel settore subacqueo, con l’accento sulla convergenza tecnologica e sulle capacità di lungo periodo. Tra gli obiettivi dichiarati figurano nuovi progetti e sinergie di costo per entrambe le società. Entrambi gli amministratori delegati hanno inquadrato l’operazione in chiave europea: Folgiero ha parlato del superamento della frammentazione come percorso concreto verso una base industriale più competitiva e integrata, Burkhard ha collegato l’unione di competenze complementari al rafforzamento dell’autonomia strategica europea.
Quel quadro non nasce dal nulla. La cooperazione tra i due gruppi poggia su decenni di lavoro comune sulle classi 212A e 212NFS, un percorso che ha reso i sommergibili italiani e tedeschi parenti stretti sul piano progettuale e ha generato una consuetudine industriale rara in Europa.
La collaborazione non implica però subordinazione. Infatti, nel programma NFS, Fincantieri è Design Authority e Prime Contractor, risponde cioè dell’architettura della piattaforma e dell’intera esecuzione del programma, con modifiche progettuali sviluppate autonomamente rispetto al 212A secondo requisiti espressi dalla Marina Militare. Il documento precisa, peraltro, che le attività congiunte terranno conto delle specifiche esigenze dei clienti e resteranno subordinate alle loro autorizzazioni: la cooperazione è bilaterale, ma i requisiti che contano restano nazionali, e li detta il teatro in cui opera ciascuno dei due committenti nazionali, la Marina Militare e la Deutsche Marine.
Lo stesso fondale, due gradi di difficoltà
Il Baltico è il mare in cui la minaccia alle infrastrutture subacquee si è già manifestata, e su cui si è formata di conseguenza l’esperienza operativa e industriale tedesca. Il sabotaggio del Nord Stream, nel settembre 2022, colpì un gasdotto con cariche esplosive; da allora si è invece affermata una modalità meno spettacolare e più difficile da contestare, con una sequenza di danneggiamenti a cavi ed elettrodotti secondo uno schema ricorrente: un mercantile in acque internazionali trascina l’ancora sul fondale.
Le condizioni presenti nel Baltico rendono però il problema, per quanto grave, relativamente trattabile. È un mare chiuso e poco profondo, dove le infrastrutture giacciono a quote raggiungibili con un’ancora. Prevenire resta complesso, ma in uno spazio ristretto e con traffico canalizzato ricostruire a posteriori chi transitava sopra un cavo nel momento del danno è alla portata, e infatti le unità sospette sono state individuate e fermate. Tuttavia, fermare le navi non equivale a dimostrare la volontarietà del sabotaggio e ad attribuirlo chiaramente e giuridicamente.
Se l’attribuzione resta difficile sul piano giudiziario, lo stesso non si può dire per quello politico. Sull’identità dell’avversario, la Russia, gli alleati NATO concordano, ed è bastato questo perché un vertice dei Paesi baltici riunito a Helsinki varasse nel gennaio 2025 l’operazione Baltic Sentry. Fregate, velivoli da pattugliamento marittimo e droni navali sono impiegati per garantire una maggiore protezione delle infrastrutture e per migliorare la risposta alleata ad atti destabilizzanti, fino al sequestro della nave sospetta. Ciononostante, la Russia conserva ancora una discreta capacità di creare disturbo nella regione.
Il Mediterraneo e la sua proiezione verso il Mar Rosso rovesciano quasi tutte queste condizioni. Si tratta sempre di un mare chiuso, ma molto più esteso e profondo, con le dorsali intercontinentali che lo attraversano fino a Suez, al Mar Rosso e a Bab el-Mandeb. In Sicilia gli approdi si concentrano in poche località, e questa concentrazione è insieme il vantaggio e il punto debole della posizione italiana. Ma la differenza decisiva è un’altra: la minaccia non ha un solo volto.
Accanto agli attori statali operano intermediari, navi commerciali, operatori opachi e soggetti locali, e anche tra alleati non c’è la stessa percezione delle minacce: chi guarda alla Russia, chi alla Turchia, chi all’instabilità libica o agli Houthi. Manca cioè quel presupposto che nel Baltico esiste – l’accordo su chi sia l’avversario – su cui si forma il terreno comune per una missione dedicata.
L’Italia è marcatamente più esposta in quanto Paese fortemente ricevente: circa il 95% del traffico internet diretto verso il Paese transita su cavi sottomarini e circa metà del gas naturale arriva attraverso condotte subacquee come Greenstream, Transmed e il TAP. Si tratta peraltro di infrastrutture fisicamente fragili, il cui rivestimento misura pochi centimetri e la cui protezione lungo l’intero tracciato è di fatto impossibile da garantire. Che il Mediterraneo non abbia finora conosciuto una campagna paragonabile a quella baltica non riduce l’esposizione: la rende semmai un rischio non ancora testato.
Costruire in proprio e in comune
La diversa leggibilità della minaccia si riflette sul modo in cui i due teatri vengono protetti. Dove l’avversario è identificabile il consenso per un dispositivo comune si forma; altrove il quadro resta in costruzione. La NATO ha attivato strutture di coordinamento e la rete alleata sulle infrastrutture sottomarine critiche si è riunita a Roma nel novembre 2025 estendendo per la prima volta lo sguardo al Mediterraneo. A giugno 2026 è partita la Task Force X-Central Mediterranean, che schiera oltre cento sistemi autonomi ma resta un programma di sperimentazione, non un pattugliamento permanente. Nello stesso mese la Commissione europea ha approvato i primi hub europei sui cavi, uno baltico e uno mediterraneo a coordinamento italiano, mentre a La Spezia procede l’accreditamento di un Centro di Eccellenza NATO sull’underwater promosso dall’Italia. Si tratta in tutti questi casi di strutture di condivisione e sviluppo.
Dove invece un contributo multilaterale c’è, la sorveglianza dei fondali è un compito innestato. La missione europea IRINI, nata per accertare il rispetto dell’embargo sulle armi alla Libia, negli ultimi anni ha assunto funzioni più ampie di sicurezza marittima, agendo come sensore strategico del Mediterraneo. Su quella base il Technical Arrangement firmato a Roma il 4 agosto con la Marina Militare punta a individuare per tempo attività sospette vicino a cavi e gasdotti. Che l’Operation Commander di IRINI auspichi intese analoghe con altri Paesi europei indica peraltro che il modello nasce a Roma.
L’Italia copre dunque con mezzi propri, in un mare più difficile, ciò che altrove viene ripartito tra molti, e la sorveglianza continua è affidata all’operazione Fondali Sicuri. Nessuna marina da sola può pattugliare efficacemente migliaia di chilometri di infrastrutture subacquee, tanto meno in un bacino esteso come il Mediterraneo allargato. La linea seguita è quindi quella di puntare su sensori e mezzi autonomi, e di ridurre i tempi con cui arrivano in mare, in un settore che è tra quelli in più rapida crescita nella sorveglianza marittima.
Su quel fronte l’Italia si muove lungo due canali. Il primo è la ricerca, con il Polo Nazionale della Dimensione Subacquea (PNS) de La Spezia, incubatore nato nel dicembre 2023 dalla cooperazione tra Marina, Difesa, imprese e mondo accademico e finanziato con circa cinquanta milioni l’anno. Dal PNS passano i bandi di ricerca e le gare tecnologiche affidate all’industria nazionale su droni subacquei, fusione dei dati e comunicazioni sicure, con il compito di mettere a sistema le eccellenze nazionali del settore.
Il secondo canale è il procurement. Nel luglio 2025 NAVARM ha reso nota l’intenzione di acquisire dal mercato civile dell’usato una Unità Polivalente per la Sorveglianza della Dimensione Subacquea. Il percorso si è poi sdoppiato, con il progetto di una nuova unità da un lato e l’acquisto di un mezzo usato dall’altro per colmare subito il vuoto capacitivo. Quest’ultimo, riconfigurato da Fincantieri a Palermo, è stato consegnato alla Marina nell’aprile 2026 come nave Tritone. Sul versante dei sistemi, nell’ottobre 2025 Fincantieri ha presentato al Centro di Supporto e Sperimentazione Navale de La Spezia DEEP, soluzione modulare per proteggere e monitorare in tempo reale condotte e cavi sottomarini.
Il MoU non cambia però il fatto che finché nel Mediterraneo non esisterà una sorveglianza dei fondali costruita per quello scopo e condivisa tra più Paesi, il compito resterà in capo alla Marina Militare. Quello che la collaborazione con TKMS può fare è ridurre i costi e accelerare i tempi di sviluppo, dando accesso a un’esperienza di protezione dei fondali che in Europa pochi hanno maturato su eventi reali. Per questo l’Italia lavora anche a costruire lo sforzo collettivo che nel Mediterraneo non è nato da sé: la guida delle sperimentazioni della Task Force X, il coordinamento dell’hub mediterraneo sui cavi e il Centro di Eccellenza de La Spezia rispondono a questa logica. Se un dispositivo comune prenderà forma, a definirne i requisiti sarà chi nel frattempo avrà accumulato mezzi, esperienza e sedi per proteggere quei fondali.


