La scorsa settimana il ministro della Difesa Guido Crosetto ha annunciato l’intenzione di rafforzare la presenza navale italiana nel Mar Rosso per garantire il transito delle navi mercantili attraverso lo stretto di Bab el-Mandeb. Il ministro ha chiesto alla Marina di predisporre «quanto necessario» e ha prospettato l’invio di una seconda fregata italiana. Secondo quanto riferito dal Corriere della Sera, l’Italia sarebbe pronta a impiegare fino a quattro unità navali nella regione. Nella regione è già attiva dal febbraio 2024 l’operazione europea Aspides, incaricata di proteggere le navi mercantili senza condurre attacchi contro il territorio yemenita. Alla missione hanno partecipato, in momenti diversi, Italia, Grecia, Francia, Germania, Spagna, Belgio e Paesi Bassi. Oggi, tuttavia, soltanto Italia e Grecia garantiscono stabilmente assetti navali e la componente operativa è ridotta a tre unità, ben al di sotto delle cinque previste inizialmente. Tra queste figura la fregata italiana Carlo Bergamini, recentemente impiegata per scortare un mercantile attraverso Bab el-Mandeb. La pericolosità del teatro è concreta: in diverse occasioni le unità italiane hanno dovuto aprire il fuoco contro droni che rappresentavano una minaccia per le navi presenti nell’area.
Quest’anno non è peraltro la prima volta che l’Italia si trova a dover trasferire improvvisamente uomini e mezzi in un teatro ad alto rischio. Pochi mesi fa, in seguito all’allargamento del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, circa 400 militari dell’Aeronautica, quattro Eurofighter e diversi sistemi di sorveglianza e difesa aerea sono stati schierati tra Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein. La decisione del governo ha alimentato un acceso confronto politico sulle modalità e sulla base giuridica del dispiegamento. Il possibile rafforzamento nel Mar Rosso ripropone quindi una questione più ampia: la crescente esigenza di disporre di contingenti militari pronti, addestrati e rapidamente schierabili all’estero.
Come e dove sono impiegate le Forze armate italiane
A partire dalla fine della Guerra fredda, l’Italia ha impiegato con grande frequenza le sue Forze armate all’estero. Tra i Paesi europei, l’Italia è certamente uno di quelli che hanno impiegato con maggiore frequenza le Forze armate all’estero. Come ha mostrato il prof. Fabrizio Coticchia nei suoi lavori, le nostre Forze armate sono state schierate in tutti i principali teatri di crisi cui hanno preso parte i contingenti occidentali fino a oggi.
Come mostra l’immagine 1, a partire dal 2014-2015 questa tendenza ha subito una netta accelerazione. La pubblicazione del Libro Bianco ha infatti coinciso con l’avvio di una nuova fase della politica italiana di impiego delle Forze armate all’estero, caratterizzata dal ricorso più frequente a missioni bilaterali e da una crescente attenzione verso il teatro del cosiddetto ‘Mediterraneo allargato’.

Militari italiani schierati all’estero, in percentuale rispetto al totale delle unità disponibili.
Anche nel 2026 il numero di unità all’estero è decisamente alto. Secondo quanto riportato nella relazione analitica presentata dal Governo al Parlamento, per il 2026 il Parlamento ha autorizzato l’impiego all’estero di un massimo di 11.642 militari, a fronte di una presenza media prevista di 7.459 unità. A questi numeri non vanno sommati automaticamente i 6.521 militari assegnati alle forze ad alta e altissima prontezza, perché si tratta di contingenti mantenuti disponibili e attivabili in caso di crisi, non di personale già schierato nei teatri operativi.
La Marina Militare, nello specifico, schiera due principali dispositivi aeronavali. Quello relativo agli spazi marittimi europei e atlantici comprende cinque operazioni — Mediterraneo Sicuro, NATO Sea Guardian, EUNAVFOR MED Irini, il dispositivo NATO di sorveglianza navale e la presenza nel Golfo di Guinea — e autorizza fino a 1.789 militari, 15 unità navali e 26 mezzi aerei. A questo si aggiunge il dispositivo nel Mar Rosso e nell’Oceano Indiano nord-occidentale, che riunisce Atalanta, Aspides, Combined Maritime Forces e la componente italiana della Multinational Force and Observers nel Sinai. Per queste quattro missioni sono autorizzati complessivamente 753 militari, 6 unità navali e 8 mezzi aerei. Considerati insieme, i due dispositivi marittimi possono quindi impiegare fino a 2.542 uomini, 21 unità navali e 34 mezzi aerei in nove operazioni. Non si tratta, è bene precisarlo, di personale e mezzi permanentemente presenti nello stesso momento né esclusivamente appartenenti alla Marina, ma dei tetti massimi entro i quali il Governo può rimodulare gli assetti durante l’anno.
Le carenze
Il problema di fondo della politica italiana di intervento militare, particolarmente evidente oggi, risiede nello squilibrio tra l’ampiezza degli impegni assunti all’estero e la persistente scarsità delle risorse umane e finanziarie assegnate alle Forze armate.
Partendo dalla dimensione umana, oggi le Forze armate italiane presentano un grave problema di organici: a un impiego particolarmente intenso non corrisponde una dotazione di personale adeguata. Il confronto con le principali potenze europee rende evidente questo squilibrio. Secondo il Military Balance 2026, l’Italia dispone di 160.400 militari in servizio attivo, contro i 203.900 della Francia e i 183.350 della Germania, mentre il Regno Unito si ferma a 141.350. Anche questi Paesi sostengono un numero significativo di missioni internazionali, nelle quali impiegano oltre 10.000 militari nel caso francese, circa 4.500 in quello britannico e meno di 2.300 in quello tedesco. L’Italia, tuttavia, combina organici relativamente contenuti con un livello di impegno esterno particolarmente elevato: come ha osservato il professor Natalizia in un articolo per l’Atlantic Council, Come ha osservato il professor Gabriele Natalizia, nel 2024 l’Italia risultava il secondo maggiore contributore europeo alle operazioni NATO e a Inherent Resolve, alle spalle degli Stati Uniti. A questo sforzo si aggiungono gli impieghi sul territorio nazionale, ai quali l’Italia ricorre in misura particolarmente ampia, soprattutto attraverso l’Esercito.
Questa situazione è stata denunciata ripetutamente dai vertici militari. Nel marzo del 2025, l’ex Capo di Stato Maggiore della Marina Militare, l’Ammiraglio Credendino, in un’intervista a Repubblica aveva sostenuto la necessità di portare gli organici dalle attuali 30.000 a circa 39.000 unità. «Le Marine francese e britannica, simili a noi per numero di navi, hanno 10 mila persone in più», aveva osservato. «Noi siamo fermi a 30 mila e questo ha un impatto sulla resilienza degli equipaggi, che restano in mare per mesi, e sulla vita delle loro famiglie, anche se tutti tornano entusiasti dalle missioni». Richieste analoghe sono state avanzate anche dagli altri vertici delle Forze armate. All’inizio dello scorso anno, il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito aveva indicato la necessità di incrementare gli organici di ben 45.000 unità. La denuncia più netta era però arrivata dall’allora Capo di Stato Maggiore della Difesa, ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, che durante un’audizione in Commissione Difesa del marzo 2024 aveva definito senza mezzi termini «totalmente insufficienti» gli attuali livelli di personale.
La combinazione tra questa politica d’impiego particolarmente intensa e la carenza di organici impedisce spesso di rispettare i normali cicli di turnazione. Il personale viene impiegato con ritmi molto elevati, senza poter beneficiare di periodi di recupero adeguati. Il problema appare particolarmente grave nella Marina, dove i sindacati denunciano un diffuso malessere e sottolineano le crescenti difficoltà nel reclutare e trattenere personale in numero sufficiente. Le conseguenze ricadono inevitabilmente sui militari e sulle loro famiglie. L’età media particolarmente elevata del personale italiano implica infatti che molti abbiano figli o altri familiari a carico e debbano quindi conciliare i ripetuti periodi di assenza con responsabilità familiari ben diverse da quelle di un ventenne. In sostanza, l’attuale livello di impegno delle Forze armate è sostenibile soprattutto grazie agli enormi sacrifici compiuti quotidianamente dal personale e dai suoi familiari.
Sul piano delle risorse finanziarie, il problema è altrettanto grave. Come ho già evidenziato in questa rubrica, il bilancio della difesa italiano è nettamente inferiore a quello delle altre principali potenze europee. Secondo le stime del Military Balance, nel 2026 l’Italia destinerà alla difesa 41,9 miliardi di dollari, contro gli 80 miliardi della Francia, i 102 del Regno Unito e i 137 della Germania. In altre parole, Parigi spenderà quasi il doppio dell’Italia, mentre Londra e Berlino disporranno di risorse più che doppie. Eppure, nonostante questo divario, le Forze armate italiane sostengono un livello di impegno almeno comparabile — e per alcuni aspetti persino superiore — a quello degli altri grandi Paesi europei. La politica militare italiana appare dunque molto ambiziosa negli obiettivi e negli impegni assunti, ma assai meno nelle risorse messe a disposizione per sostenerli.
Un ulteriore problema riguarda il modo in cui le risorse finanziarie vengono distribuite. Secondo le stime NATO per il 2026, l’Italia destina al personale il 57,1% della spesa per la difesa, contro il 35,3% della Francia, il 27,5% del Regno Unito e appena il 22,9% della Germania. Questo squilibrio non sembra derivare da retribuzioni particolarmente generose, quanto dalla limitatezza del bilancio complessivo e dal peso difficilmente comprimibile delle spese per il personale: la coperta è corta e, non essendo possibile comprimere ulteriormente il costo del personale, a essere sacrificate sono soprattutto le risorse destinate alla manutenzione e all’addestramento. Alla categoria che comprende operazioni, manutenzione e le altre spese correnti resta infatti soltanto l’11,6% del bilancio italiano, contro il 26,9% francese, il 34,9% britannico e il 40,1% tedesco. È un divario particolarmente preoccupante, perché addestramento e manutenzione sono indispensabili per garantire sia la prontezza dei reparti sia l’efficienza di mezzi, materiali e sistemi d’arma. La compressione dell’addestramento e della manutenzione riduce la prontezza operativa e, nel tempo, può accrescere i rischi per il personale, soprattutto nelle missioni ad alta intensità.
Che fare?
La situazione in cui versano le forze armate italiane – caratterizzata da un disallineamento tra obiettivi e risorse – non è sostenibile nel mondo in cui ci troviamo oggi. Come ho spiegato in un precedente articolo, il contesto internazionale è profondamente cambiato rispetto a dieci anni fa. Nel nuovo sistema multipolare, le grandi potenze competono sempre più apertamente per la propria sicurezza e questa competizione coinvolge ormai tutte le regioni del mondo. L’Italia deve attrezzarsi di conseguenza.
Le operazioni militari rappresentano uno strumento fondamentale per tutelare la sicurezza e gli interessi nazionali. Se il traffico commerciale attraverso lo stretto di Bab el-Mandeb venisse interrotto, per esempio, le conseguenze economiche per il nostro Paese sarebbero gravissime. Ma per condurre queste operazioni, soprattutto in scenari sempre più pericolosi, le Forze armate devono disporre di personale, mezzi e risorse adeguati.
Oggi questo richiede innanzitutto un ampliamento degli organici e un aumento strutturale del bilancio della difesa, con particolare attenzione alle risorse destinate all’addestramento, alla manutenzione e alla prontezza operativa. Sono entrambe scelte costose e politicamente difficili, ma non esistono alternative a costo zero: non possiamo continuare a chiedere alle Forze armate di fare quanto, se non più, delle loro omologhe europee, mettendo a disposizione molte meno risorse. La sicurezza ha un costo. Fingere il contrario significa semplicemente trasferirlo sui militari, sulle loro famiglie e, nel lungo periodo, sull’intero Paese.
Leggi l’articolo e segui la rubrica Politica Militare anche su Substack.



