i Ansar Allah hanno infatti colpito direttamente il territorio saudita, imponendo altresì un embargo aereo e navale ai danni del Regno. Tuttavia, sebbene formalmente parte del patto, la Turchia non è intervenuta direttamente. Diversi osservatori hanno sottolineato come l’accordo, che riunisce tre nazioni caratterizzate da profonde divergenze strategiche, abbia mostrato sin dalle prime fasi alcune delle proprie fragilità. Un alto funzionario turco ha tuttavia precisato che il patto non è ancora stato ratificato dalla Grande Assemblea Nazionale, prerequisito fondamentale per la sua effettiva entrata in vigore. Allo stesso tempo, nonostante la decisione di istituire un segretariato avente sede in Arabia Saudita, i meccanismi di consultazione reciproca risultano ancora in fase di sviluppo, rendendo difficile, almeno nel breve periodo, la valutazione congiunta delle minacce, nonché l’attivazione tempestiva della clausola di difesa collettiva e il coordinamento delle varie forme di assistenza. Parallelamente, gli eserciti dei tre Paesi, profondamente differenti per struttura e priorità strategiche, avranno bisogno di tempo per sviluppare un adeguato livello di interoperabilità. In ultima analisi, l’obbligo previsto dalla clausola ispirata all’articolo 5 della NATO riguarda la prestazione di assistenza e non implica necessariamente il ricorso alla forza militare.
Un difficile equilibrio
Al netto delle questioni relative alla clausola di difesa collettiva e alla solidità delle strutture dell’organizzazione, la scelta della Turchia di non intervenire direttamente può essere ricondotta a tre fattori strutturali: i rapporti strategici con l’Iran, la necessità di preservare la propria capacità di proiezione di potenza nel continente africano e la relativa resilienza delle supply chain turche. In relazione al primo aspetto, Teheran rappresenta infatti un interlocutore fondamentale per Ankara nel monitoraggio del processo di scioglimento del PKK, in quanto eventuali militanti contrari al processo di pace avviato potrebbero cercare rifugio oltre il confine iraniano. L’Iran svolge pertanto un ruolo rilevante nel controllo delle frontiere e nel contrasto al transito di militanti e armamenti. Teheran ha inoltre dichiarato il proprio sostegno all’iniziativa “Terror-Free Türkiye”, auspicando una cooperazione regionale tra Turchia, Siria, Iran e Iraq finalizzata allo smantellamento del PKK e delle sue ramificazioni. Al contempo, l’Iran costituisce un importante contrappeso regionale a Israele, principale rivale strategico di Ankara nell’area.
Un secondo elemento è rappresentato dalla proiezione strategica turca nel Corno d’Africa. La rilevante capacità militare degli Houthi nel Mar Rosso potrebbe infatti compromettere le linee di approvvigionamento di Ankara verso la Somalia. Un conflitto diretto con Ansar Allah potrebbe mettere in difficoltà la proiezione di forza turca in una delle aree di maggiore interesse strategico per Ankara. Il Corno d’Africa rappresenta infatti una porta d’accesso all’Oceano Indiano e costituisce al contempo un’area di interesse per la Turchia in relazione ai progetti di esplorazione energetica. Infine, nonostante il progressivo rafforzamento dei rapporti con l’Arabia Saudita, Ankara le catene di approvvigionamento turche risultano in larga misura indipendenti dallo Stretto di Bab El Mandeb. Il Paese importa infatti gran parte dei combustibili fossili dalla Federazione Russa e dall’Azerbaijan tramite corridoi fisici. Sebbene un conflitto nel Mar Rosso risulti passibile di incrementare i prezzi globali di gas e petrolio, influenzando negativamente l’economia del paese, le importazioni energetiche turche sono relativamente isolate da eventuali shock sistemici causati da eventuali chiusure dello stretto.
I possibili scenari
Alla luce dei fattori sopra citati, le possibilità di un intervento militare diretto di Ankara appaiono estremamente limitate. Tale stato di cose costringe quindi il governo turco a valutare opzioni alternative. La prima potrebbe essere rappresentata dall’incremento delle forniture militari all’Arabia Saudita e dall’eventuale dislocamento sul territorio di assetti difensivi. Tale soluzione, pur permettendo un incremento dell’influenza turca nell’area, presenta rilancio criticità a livello strategico e cinetico. Il dispiegamento di sistemi d’arma turchi in territorio saudita potrebbe infatti incrementare le tensioni con l’Iran, il quale potrebbe percepire una riduzione della propria capacità di deterrenza nei confronti dell’Arabia Saudita. Tale dinamica potrebbe pertanto indurre Ankara a evitare il dislocamento di assetti militari, oppure a limitarne significativamente entità e finalità. Inoltre, sul piano cinetico, la Turchia pur rappresentando uno dei principali attori nel settore della difesa dai droni, presenta ancora rilevanti carenze strutturali nella difesa aerea e missilistica.
Il recente conflitto tra Washington e Teheran ha evidenziato la profonda dipendenza turca dalla NATO in tale ambito. Durante le ostilità, Ankara non è riuscita a intercettare i missili iraniani e ha dovuto fare affidamento sulle batterie Patriot spagnole dislocate ad Adana. I programmi nazionali, tra cui il cosiddetto Steel Dome, risultano ancora in fase di sviluppo e necessiteranno di tempo prima di raggiungere una piena capacità operativa. Una seconda possibilità potrebbe invece essere rappresentata da un’intensificazione degli sforzi di mediazione. Sfruttando le relazioni relativamente positive che Ankara intrattiene sia con Teheran sia con Riyad, la Turchia potrebbe cercare di promuovere un dialogo tra le parti volto a ridurre le ostilità e, eventualmente, a favorire la definizione di un modus vivendi. Tale approccio consentirebbe ad Ankara di rafforzare la propria influenza diplomatica senza assumere direttamente i costi strategici di un coinvolgimento militare.
Una “rivoluzione”?
La formazione del Patto della Mecca ha rappresentato una parziale cesura nella politica estera delle nazioni coinvolte, tradizionalmente restie al coinvolgimento in contesti caratterizzati da obbligazioni di sicurezza vincolanti. L’inserimento nell’accordo di una clausola di difesa collettiva ispirata all’articolo 5 del Trattato Nord Atlantico ha sollevato interrogativi circa la capacità dei tre attori di intervenire concretamente a garanzia della sicurezza reciproca. L’offensiva degli Houthi ha rappresentato il primo significativo banco di prova per il patto, mettendone in evidenza tanto le potenzialità quanto le principali criticità. Se da un lato i membri hanno ribadito il proprio impegno reciproco, dall’altro l’operazione ha evidenziato le problematiche relative all’interoperabilità delle forze armate e alla portata effettiva della clausola di difesa collettiva. La trasformazione del patto in un’alleanza pienamente funzionale richiederà pertanto la costruzione di solide strutture di coordinamento, lo sviluppo di efficaci meccanismi di consultazione e un significativo incremento dell’interoperabilità tra i membri. Tuttavia, anche nel lungo periodo, risulta improbabile che gli obblighi derivanti dall’accordo riusciranno a esercitare un’influenza sulla politica estera dei partecipanti superiore a quella esercitata dagli interessi strategici individuali di ciascun attore.



