La traiettoria energetica e climatica della Cina si inserisce oggi all’interno dell’obiettivo strategico di trasformare il Paese in una vera e propria potenza energetica, una visione espressa nei documenti di indirizzo governativi. Come evidenziato da diverse analisi, questa strategia segna un passaggio concettuale fondamentale dalla sicurezza energetica intesa come semplice abbondanza delle forniture a un modello incentrato sulla sovranità tecnologica e sulla resilienza sistemica di fronte agli shock internazionali. Il percorso verso il picco delle emissioni entro il 2030 e la neutralità carbonica entro il 2060 viene attuato seguendo il principio guida di “costruire prima di distruggere“, secondo cui le nuove infrastrutture pulite devono raggiungere una scala ed un’affidabilità adeguate prima di sostituire il carico di base tradizionalmente fornito dai combustibili fossili. Lo studio del BCG Institute sottolinea come tra il 2004 e il 2024 la Cina abbia ridotto la propria intensità di emissioni del 50%, guidando l’espansione globale delle tecnologie pulite pur continuando a gestire la complessità della propria struttura industriale.
Il Quadro Programmatico: La Visione di “Potenza Energetica” e il Nuovo Sistema
Il 14th Five-Year Plan for Renewable Energy Development fissava per il 2025 un consumo totale di rinnovabili pari a circa 1 miliardo di tonnellate equivalenti di carbone standard, con una generazione elettrica da rinnovabili di circa 3.300 TWh l’anno e una quota di consumo elettrico rinnovabile intorno al 33%. Il 15th Five-Year Plan for Renewable Energy Development alza sensibilmente l’asticella: entro il 2030 il consumo totale dovrà arrivare a circa 1,8 miliardi di tonnellate equivalenti, con una capacità installata rinnovabile di circa 3500 GW e una produzione annua di circa 6.000 TWh, quasi il doppio del target precedente. Anche il peso di eolico e fotovoltaico cresce in modo esplicito: il nuovo piano parla per la prima volta di una capacità combinata superiore a 2800 GW, oltre il 50% sul totale installa previsto di 3500 GW. Nel piano precedente l’obiettivo nazionale su eolico e solare (1200 GW) era enunciato più come traguardo di sistema che come quota dominante della capacità complessiva, mostrando chiaramente lo spostamento delle priorità.
La differenza più significativa non è tanto nei numeri quanto nel linguaggio con cui vengono giustificati. Il Quattordicesimo Piano insisteva soprattutto sulla scala dello sviluppo: installare di più, consumare di più e ridurre i costi fino alla parità di rete. Il principio guida era del 天人合 一 (Tian Ren He Yi) ovvero “l’armonia tra uomo e natura”. Il Quindicesimo Piano introduce invece, come architrave dell’intero documento, il concetto di “sostituzione affidabile” delle fonti convenzionali: non basta più costruire capacità rinnovabile, bisogna che questa fornisca una “potenza garantita” misurabile (obiettivi espliciti dell’8% a livello nazionale, con l’11% per l’eolico e il 6% per il fotovoltaico) e capace di coprire i picchi di domanda serali estivi e invernali. È un cambio di paradigma che riflette la crescente quota di rinnovabili nel mix elettrico cinese: se nel 2021-2025 l’obiettivo era ancora “espandere”, nel 2026-2030 diventa “espandere sapendo sostenere il sistema”, con impianti eolici e fotovoltaici di nuova costruzione tenuti a garantire prestazioni minime di rete già in fase di progetto.
Continuità nello sviluppo e diversificazione degli investimenti
Entrambi i piani si appoggiano sulla stessa geografia industriale: le basi eoliche e fotovoltaiche delle “Tre Regioni Settentrionali” (deserti e aree aride di Xinjiang, corso superiore del Fiume Giallo, Corridoio di Hexi, ansa del Fiume Giallo, Jibei, Songliao), l’eolico offshore concentrato in quattro cluster costieri, l’integrazione idro-eolico-fotovoltaica nel sud-ovest e il pompaggio idroelettrico come principale tecnologia di accumulo. È una continuità che mostra come la pianificazione cinese proceda per accumulo progressivo di infrastrutture pianificate su cicli quinquennali successivi, più che per rotture.
Ciò che cambia sono i progetti-simbolo. Il piano più recente enfatizza in modo molto più sistematico il fotovoltaico anti-desertificazione, arrivando a delineare l’immagine di una “Grande Muraglia fotovoltaica” che integra nove grandi progetti di contrasto alla desertificazione nelle aree del Corridoio di Hexi, del Taklamakan, di Kubuqi, un tema presente anche in passato ma ora più rimarcato. Gli obiettivi integrativi prevedono oltre 300 GW di nuova capacità di picco affidabile, 160 GW di idroelettrico a pompaggio, 15 GW di solare termico e una produzione di 2 milioni di tonnellate annue di idrogeno verde da rinnovabili entro il 2030. Un ulteriore elemento di novità è la presenza esplicita e ricorrente dell’intelligenza artificiale come leva tecnologica: previsione meteo e di potenza, dispacciamento intelligente, manutenzione predittiva, partecipazione ottimizzata al mercato elettrico.
L’integrazione delle rinnovabili nel tessuto economico cinese sta attraversando una fase di trasformazione strutturale guidata dal passaggio dai sussidi statali ai meccanismi orientati al mercato. Il pilastro della riforma è rappresentato dal Documento No. 136, approvato nel febbraio 2025, che ha abolito le tariffe di immissione garantite per i nuovi progetti entrati in funzione dopo il 1° giugno 2025, costringendo i nuovi impianti a negoziare direttamente sui mercati elettrici alla pari con le altre fonti. Secondo i dati pubblicati nel rapporto China Energy Transition Review 2026, l’imminenza della scadenza ha innescato una massiccia corsa al completamento dei cantieri nella prima metà del 2025, seguita da un fisiologico assestamento delle nuove installazioni. Per garantire la redditività, il governo sta accelerando la realizzazione del Mercato Elettrico Nazionale Unificato al 2030, affiancato dai Green Electricity Certificates (GEC) per i settori energivori e da contratti per differenza (CfD) dedicati allo stoccaggio.
Sul fronte finanziario, i dati sugli investimenti energetici globali mostrano la Cina come primo investitore energetico al mondo nel 2026, in un contesto in cui la spesa complessiva raggiunge il livello record di 3,4 mila miliardi di dollari, di cui circa 2,2 destinati alle tecnologie pulite. Solo nel 2025 gli investimenti in energia pulita hanno contribuito al PIL cinese per oltre 15,4 mila miliardi di RMB, l’11,4% del totale. Per ridurre il curtailment e portare verso le aree di consumo l’elettricità prodotta nelle grandi basi rinnovabili dell’interno, l’azienda nazionale per la rete elettrica ha programmato investimenti per circa 4.000 miliardi di RMB (circa 570 miliardi di dollari) tra il 2026 e il 2030, il 40% in più rispetto al quinquennio precedente, destinati a linee ad altissima tensione (UHV) e reti intelligenti. Sul versante del credito, il sistema bancario ha portato lo stock di prestiti verdi a 44,8 mila miliardi di RMB a fine 2025, in crescita del 20,2% su base annua.
Ripercussioni Geopolitiche e sicurezza energetica
Sul piano geopolitico, la guerra in Iran e la chiusura dello Stretto di Hormuz hanno rafforzato la determinazione di Pechino a ridurre la propria vulnerabilità alle importazioni fossili mediorientali, area da cui nel 2025 arrivavano circa metà del greggio e un terzo del GNL importati dal Paese. Non a caso, il nuovo piano quinquennale ha ridefinito il concetto stesso di sicurezza energetica: non più abbondanza dell’offerta, ma sovranità tecnologica e resilienza sistemica. Durante la crisi, Pechino ha ridotto in modo sostanziale gli acquisti di greggio e, con ogni probabilità, attinto alle proprie riserve strategiche, assorbendo buona parte dello shock sulle forniture e contribuendo a stabilizzare i prezzi globali. Si tratta di una misura temporanea, ma che mostra il peso di mercato delle sue scorte. La strategia guarda anche oltre l’emergenza: il piano per le rinnovabili al 2030 prevede di raggiungere 3.500 GW di capacità tra eolico, solare, reti intelligenti e sistemi di accumulo, senza rinunciare a carbone e gas come garanzia di stabilità. Il nucleare punta a raggiungere quota 150 GW di capacità installata, mantenendo stabilmente nel tempo l’approvazione e la costruzione di nuovi reattori. Nelle relazioni con i Paesi del Global South e con la Belt and Road Initiative, la Cina proietta la propria tecnologia verde: nel primo semestre del 2025 gli investimenti green della BRI hanno raggiunto 9,7 miliardi di dollari tra eolico, solare e waste-to-energy. Grazie a una capacità produttiva solare ormai superiore alla domanda globale e a prezzi crollati di oltre l’80% in dieci anni, Pechino esporta anche standard industriali e crea dipendenze infrastrutturali di lungo periodo, ampliando la propria influenza diplomatica ed economica.
Un elemento centrale di forza risiede nelle catene di fornitura dei minerali critici, in particolare nella raffinazione, dove ha quote maggioritarie su 19 su 20 materiali critici; come sottolineato nel report IEA Energy and AI Report, la Cina controlla circa due terzi della raffinazione globale di gallio, oltre che una quota dominante nelle batterie LFP e nei materiali avanzati essenziali per l’infrastruttura digitale e di intelligenza artificiale. La potenza cinese si estende però anche oltre la mera estrazione e raffinazione. L’eccezionale espansione manifatturiera ha generato una forte sovracapacità produttiva, portando Pechino a produrre il 92% dei moduli solari e l’82% delle turbine eoliche mondiali. L’espansione è stata così ampia in alcuni settori che nel comparto delle batterie di accumulo, la sovracapacità e la forte competizione hanno spinto il Ministero dell’Industria e dell’Informazione Tecnologica (MIIT) a intervenire a maggio 2026 per congelare l’approvazione di nuovi impianti produttivi. Questo blocco è stato attuato tramite “window guidance”, ossia direttive informali non scritte per contenere l’espansione senza annunci formali nei consessi internazionali. Questa eccessiva offerta ha scatenato una forte guerra dei prezzi e la riduzione dei margini per le imprese produttrici, in particolare per le concorrenti estere. In questo senso i paesi che vogliano assicurarsi una parte del settore produttivo libero da influenze cinesi, devono forzatamente ricorrere a sostegni statali, pena la chiusura di impianti e la perdita di capacità industriali. Questa dominanza ha spinto i paesi occidentali ad adottare misure di contrasto, che vanno dall’estensione delle barriere carboniche CBAM nell’Unione Europea alle alleanze strategiche tra i paesi del G7 per la diversificazione delle forniture minerali, attirando a se l’attenzione di Pechino, pronta a difendere la sua posizione di forza in modo deciso.
Parallelamente all’espansione delle fonti pulite, Pechino ha recentemente varato una strategia coordinata per garantire la stabilità della produzione e dei prezzi del carbone. Le autorità governative hanno introdotto un piano articolato che impone il rigoroso rispetto dei contratti a medio e lungo termine per il carbone termico, elemento ritenuto fondamentale per ancorare le tariffe elettriche nazionali. Il piano accelera inoltre l’iter di autorizzazione formale della sicurezza per le miniere in fase di sperimentazione e valorizza l’uso del carbone importato come riserva flessibile di regolazione. Questo approccio riflette la duplice natura del modello cinese, in cui il carbone non è più concepito come il vettore primario della crescita futura, ma come una zavorra di stabilità e una garanzia di sicurezza sistemica contro le fluttuazioni dei mercati internazionali e dell’offerta rinnovabile intermittente.
La strategia energetica cinese dunque non è una rottura, ma un’evoluzione pragmatica: attraverso la “sostituzione affidabile”, l’IA e i mercati, Pechino trasforma la transizione ecologica in sovranità tecnologica. Se da un lato la leadership nelle rinnovabili e nei minerali critici rafforza la sua influenza geopolitica e riduce le dipendenze fossili, dall’altro alimenta tensioni con l’Occidente per la sovracapacità produttiva. In questo quadro, il carbone resta la zavorra di stabilità, confermando che la sicurezza energetica nazionale resta la priorità assoluta.

