06/10/2026
Geopolitica dell'energia, Medio Oriente e Nord Africa

L’acqua, nuova frontiera della cooperazione Mediterranea

di Antonello Assogna

Dal 29 settembre al 2 ottobre 2026 Roma ha ospitato l’Euro-Mediterranean Water Forum, un appuntamento che ha riunito istituzioni, governi, imprese, ricerca e società civile intorno a una questione destinata ad assumere un peso crescente negli equilibri internazionali: la sicurezza dell’acqua nel Mediterraneo.

Il primo dato che emerge dal Forum è infatti geopolitico prima ancora che ambientale. Il Mediterraneo è una delle aree maggiormente esposte agli effetti del cambiamento climatico e oltre 180 milioni di persone vivono già in condizioni di scarsità idrica. Siccità prolungate, crescita demografica, urbanizzazione, fabbisogni agricoli ed energetici ed eventi climatici estremi stanno trasformando la disponibilità dell’acqua in un elemento sempre più importante per la stabilità economica e sociale degli Stati.
È proprio qui che la questione ambientale incontra quella geopolitica. Acqua, energia, sicurezza alimentare e stabilità politica sono ormai strettamente connesse. La scarsità della risorsa può aggravare disuguaglianze territoriali e sociali, incidere sulla produzione agricola, frenare lo sviluppo industriale e contribuire a creare ulteriori fattori di instabilità nei Paesi più fragili.
Il Mediterraneo rischia così di diventare ancora più nettamente un’area nella quale si confrontano due realtà differenti: una sponda europea dotata di maggiori capacità finanziarie, tecnologiche e infrastrutturali e una sponda meridionale e orientale sottoposta, in molti territori, a pressioni demografiche, climatiche ed economiche più intense. Proprio per questo l’Unione europea ha collegato la resilienza idrica al nuovo Patto per il Mediterraneo, prevedendo anche strumenti finanziari e investimenti nell’ambito del Global Gateway.
Il Forum di Roma ha però indicato una possibile alternativa: trasformare l’acqua da potenziale fattore di competizione in strumento di cooperazione internazionale.
È il significato dell’“idrodiplomazia”: costruire intorno alla gestione delle risorse idriche interessi condivisi tra Paesi che possono trovarsi distanti o contrapposti su altri dossier politici. Non è casuale che proprio a Roma sia stata rilanciata la cooperazione dell’Unione per il Mediterraneo e sia nata la Rome Initiative on Water, finalizzata a sviluppare capacità tecniche comuni e soprattutto a facilitare progettazione, finanziamento e realizzazione di interventi sostenibili nell’intero bacino mediterraneo.
In questa prospettiva cambia anche il significato degli investimenti. Ridurre le perdite delle reti, realizzare sistemi di depurazione e riuso, sviluppare tecnologie di desalinizzazione sostenibili, digitalizzare acquedotti e infrastrutture e utilizzare l’intelligenza artificiale per prevedere consumi e criticità non rappresentano soltanto interventi ambientali. Diventano conseguentemente investimenti nella sicurezza e nella stabilità del Mediterraneo.
Anche il rapporto tra acqua ed energia merita particolare attenzione. Produrre energia richiede acqua, mentre captare, trattare, desalinizzare, distribuire e depurare l’acqua richiede energia. A questi due fattori si aggiunge la sicurezza alimentare. Non a caso uno degli indirizzi strategici condivisi in sede euro-mediterranea riguarda il cosiddetto WEFE Nexus – Water, Energy, Food and Ecosystems, che considera in maniera integrata acqua, energia, alimentazione ed ecosistemi.
È una visione che interessa direttamente anche l’Italia. Per la sua posizione geografica, per le proprie capacità industriali e tecnologiche e per i rapporti economici con Nord Africa e Medio Oriente, il nostro Paese può rappresentare uno dei punti di collegamento tra Europa e sponda meridionale del Mediterraneo.
Dopo essere tornato centrale nella geopolitica dell’energia, soprattutto per la diversificazione degli approvvigionamenti europei, il Mediterraneo potrebbe quindi diventare anche uno dei principali laboratori della geopolitica dell’acqua.
La sfida consiste nel non attendere che la scarsità idrica diventi un ulteriore elemento di divisione. Occorre invece costruire infrastrutture, investimenti, ricerca, formazione e progetti comuni capaci di ridurre le distanze tra le due sponde.
È forse questo il messaggio politico più significativo arrivato da Roma: la sicurezza idrica del Mediterraneo non può essere garantita individualmente dai singoli Stati. Deve diventare parte di una strategia comune che tenga insieme politica estera, cooperazione, sicurezza energetica, sviluppo industriale e tutela ambientale. È, in sostanza, il passaggio da una politica dell’acqua prevalentemente riparativa a una vera politica industriale e territoriale della risorsa idrica.
In un Mediterraneo attraversato da guerre, tensioni e nuove competizioni internazionali, l’acqua può diventare un ulteriore terreno di conflitto oppure uno spazio concreto di dialogo. Fare dell’acqua un bene strategico condiviso significa scegliere la seconda strada e trasformare una vulnerabilità comune in uno strumento di cooperazione e stabilità.