06/10/2026
Politica Militare

Il governo frena sul rafforzamento delle Forze armate

di Matteo Mazziotti di Celso

Mentre torna ad aumentare il personale di Strade Sicure, il governo rivede nuovamente al ribasso le proprie ambizioni di spesa militare e rinvia l’aumento degli organici.

La settimana scorsa sono emerse tre novità importanti per la politica militare italiana. La prima è il ridimensionamento dell’aumento della spesa per la difesa previsto attraverso la clausola di salvaguardia nazionale, la cosiddetta NEC. La seconda è l’approvazione, in Commissione Difesa alla Camera, di una risoluzione della Lega che propone di aumentare di 3.200 unità il contingente dell’operazione Strade Sicure. La terza è l’avvio dell’esame parlamentare del disegno di legge sul rafforzamento dello strumento militare, dove però non figura più l’aumento degli organici. Tutte e tre segnalano con chiarezza la difficoltà che l’esecutivo incontra nel fornire alle forze armate le risorse di cui hanno bisogno in un contesto di campagna elettorale.

La riduzione degli aumenti del bilancio della difesa

La prima notizia riguarda la decisione da parte del governo di rivedere le proprie decisioni in materia di bilancio della difesa. Come già discusso in questa newsletter, per gli anni successivi al 2026 il governo aveva individuato due strade per aumentare la spesa militare. La prima era il ricorso a SAFE, il programma europeo di prestiti destinati alla difesa. Dopo una richiesta iniziale di circa 14 miliardi e diversi ripensamenti, a settembre il ministro degli Esteri aveva indicato una cifra di 8 miliardi. La seconda strada era quella di sfruttare la cosiddetta clausola di salvaguardia nazionale per la spesa per la difesa (National Escape Clause – NEC). La clausola di salvaguardia nazionale è uno strumento previsto dalle norme di bilancio dell’UE che consente ai singoli Stati membri di deviare temporaneamente dai requisiti di bilancio a fronte di circostanze eccezionali al di fuori del loro controllo, garantendo al tempo stesso la sostenibilità del debito. Con la NEC, l’UE acconsente a uno scostamento annuo fino a un massimo dell’1,5% del PIL. A inizio agosto il ministro Giorgetti si era già espresso a favore dell’attivazione della NEC, annunciando un piano che prevedeva, per il triennio coperto dalla clausola, un incremento complessivo della spesa pari allo 0,6% del PIL per la sicurezza energetica e allo 0,9% per la sicurezza e la difesa. La scorsa settimana, tuttavia, dopo l’approvazione del Documento programmatico di finanza pubblica, Giorgetti ha indicato per il 2027 uno scostamento dello 0,3% del PIL per l’energia e dello 0,3% per la difesa, con un’analoga previsione per il 2028. Per la difesa si tratterebbe quindi di circa 7 miliardi di spesa aggiuntiva all’anno, ossia circa 14 miliardi nel biennio. Dopo la riduzione dei prestiti richiesti tramite il programma SAFE a settembre, dunque, il governo torna a rivedere al ribasso le proprie ambizioni di spesa militare.

L’incremento del contingente di Strade Sicure

Il secondo tema riguarda, ancora una volta, Strade Sicure. Avviata nell’estate del 2008 dal governo Berlusconi, l’operazione puntava ad accrescere la sicurezza percepita nelle principali città italiane attraverso una misura visibile e, soprattutto, poco costosa. Strade Sicure doveva durare pochi mesi, ma poi è stata invece prorogata da tutti i governi successivi, di ogni orientamento politico, fino a diventare una presenza strutturale.   

All’interno del governo Meloni convivono posizioni differenti. Fratelli d’Italia aveva incluso il rafforzamento dell’operazione nel proprio programma elettorale, ma Crosetto ha sostenuto fin dall’inizio del mandato la necessità di sostituire gradualmente i militari dell’Esercito con personale delle forze dell’ordine. La Lega, al contrario, continua a essere il principale promotore dell’impiego dei soldati sul territorio nazionale: a inizio mandato ha sostenuto l’aumento del contingente attraverso Stazioni Sicure e ora propone di portarlo da circa 6.800 a 10.000 unità. La risoluzione approvata in Commissione, con il voto di tutta la maggioranza, va precisamente in questa direzione.

Sul piano politico, una proposta del genere è difficile da respingere. La popolarità dell’operazione e la competizione a destra sul tema della sicurezza rendono costoso sostenere una riduzione del contingente. Anche il cambiamento di posizione di Vannacci – il quale in passato era stato molto critico, avendo definito l’operazione ‘una sciagura’, mentre oggi è favorevole – contribuisce a questa pressione.

dell’opportunità dell’operazione ho già parlato diverse volte su questa newsletter e in decine di altri contesti. Ho spiegato che l’operazione, nonostante sia popolare, danneggia l’Esercito, perché sottrae decine di migliaia di unità al loro addestramento di specialità, svilisce la dignità del personale, che si ritrova a svolgere mansioni che non gli appartengono, e in ultimo ne riduce il morale, con inevitabili conseguenze su reclutamento e retention. La soluzione più ragionevole resta quindi quella indicata dal ministro della Difesa: preservare i presidi di sicurezza, ma trasferirne progressivamente la responsabilità alle forze dell’ordine, fino a sostituire il personale dell’Esercito. Un ulteriore aumento del contingente militare procede nella direzione opposta.

La riforma delle forze armate

La terza novità riguarda il disegno di legge n. 2028, “Disposizioni per il rafforzamento e l’adeguamento della capacità di difesa nazionale”. Il provvedimento rappresenta un primo passo della riforma voluta da Crosetto e nasce dal lavoro del Comitato strategico costituito all’inizio dell’anno. L’obiettivo dichiarato è adeguare l’organizzazione della Difesa alle nuove minacce, attraverso interventi destinati a produrre effetti oltre il mandato dell’attuale governo.

Tra le misure principali figurano il rafforzamento del contrasto alla minaccia ibrida, il potenziamento delle capacità cibernetiche e l’introduzione dello specialista cyber militare, accompagnata da incentivi per trattenere competenze particolarmente richieste anche dal settore privato. Il testo aggiorna inoltre la disciplina dei sistemi senza equipaggio e promuove una maggiore integrazione tra le Forze armate, anche attraverso la valorizzazione delle esperienze interforze nei percorsi di carriera. Interviene infine sulle procedure di acquisizione e sul sostegno alla ricerca militare.

Altri interventi riguardano le condizioni in cui il personale opera. Il primo mira ad adeguare l’applicazione delle norme sulla sicurezza del lavoro alle specificità dei teatri operativi, dove rischi e responsabilità differiscono da quelli di un normale ufficio o stabilimento produttivo. Il secondo riguarda i danni subiti da terzi: nelle fattispecie previste, in caso di condotta colposa, la richiesta di risarcimento viene indirizzata all’Amministrazione della Difesa. È un tema particolarmente sensibile per i comandanti, chiamati ad assumere decisioni complesse in condizioni di rischio.

Restano però fuori dal provvedimento due questioni decisive: l’aumento degli organici e la riforma della riserva. Crosetto ha precisato che saranno affrontate con un secondo disegno di legge, per il quale occorre prima individuare coperture finanziarie pluriennali nell’ambito della legge di bilancio. La riforma procede dunque su due binari: uno dedicato all’organizzazione e alle procedure, già all’esame del Parlamento; l’altro relativo al personale e alla riserva, ancora subordinato alla disponibilità di risorse.

Il fatto che nella riforma non figurino più la questione degli organici e quella della riserva – come inizialmente previsto – è un dato scoraggiante. Entrambe le iniziative, infatti, sono di fondamentale importanza. La prima, quella che dovrebbe portare a un aumento del personale, è cruciale non solamente per adeguare le nostre forze armate alle lezioni provenienti dall’Ucraina, le quali suggeriscono l’importanza della massa nei moderni conflitti armati, ma anche perché le nostre forze armate pagano da anni un grande squilibrio tra quantità di unità a disposizione e impegni richiesti. Al nostro strumento militare è chiesto di essere ovunque, in Patria e all’estero, ma non vengono date le risorse umane necessarie per sostenere questi sforzi. Il risultato è che esso è sovraimpiegato, con inevitabili conseguenze per il personale, denunciate dai nostri vertici da anni. La seconda iniziativa, la riforma della riserva, è parimenti cruciale. L’Italia dispone di una ‘riserva selezionata’ in grado di fornire personale specializzato, ma non ha una riserva operativa in grado di fornire unità combattenti vere e proprie. È un deficit grave, perché la riserva operativa è un assetto di fondamentale importanza sia per aumentare la massa in caso di necessità, sia per sgravare il personale professionista dalle mansioni meno complesse, come Strade Sicure (così si fa in Francia con le operazioni interne). 

È proprio su quest’ultimo punto che le tre novità si incontrano. Il governo avvia una riforma per rendere le Forze armate più moderne ed efficaci, ma ridimensiona l’aumento delle risorse e sostiene una proposta che sottrarrebbe altro personale alla preparazione militare. Nel frattempo, rinvia le decisioni sugli organici e sulla riserva perché mancano le coperture finanziarie. La contraddizione è evidente: si vuole rafforzare lo strumento militare, ma si rimandano le scelte necessarie per farlo e si approvano iniziative che ne compromettono l’efficacia in combattimento.

Queste decisioni mostrano quanto sia difficile, nell’attuale contesto italiano, perseguire una politica militare efficace. Gran parte dell’opinione pubblica è contraria all’aumento della spesa per la difesa, ma favorevole all’impiego dei soldati nelle strade. Il clima da campagna elettorale in cui siamo ormai entrati rende quindi politicamente penalizzante destinare più risorse alle Forze armate e ridurne l’impiego domestico. Il consenso premia la presenza visibile dei militari nelle città, mentre ostacola gli investimenti necessari alla loro preparazione.

In queste condizioni, aumentare in misura sostanziale le risorse per mezzi, materiali, sistemi d’arma e personale diventa particolarmente difficile. E in effetti, negli ultimi mesi, il governo ha fatto passi indietro su diverse delle sue originali intenzioni in materia di politica militare. Con ogni probabilità, bisognerà attendere la fine della campagna elettorale — che, se si votasse nell’autunno del 2027, potrebbe durare ancora quasi un anno — e l’insediamento del prossimo governo per capire se esisterà lo spazio politico per un vero rafforzamento della difesa. Questo, però, soltanto se prevarranno forze politiche disposte a sostenerlo. In caso contrario, le Forze armate potrebbero subire persino una riduzione delle risorse.

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