21/10/2026
Europa, Geopolitica

L’Ottetto dei Carpazi: un regionalismo senza convergenza

di Lorenzo Avesani e Edoardo Incani

Il vertice di Bukovel rappresenta un tentativo dell’Ucraina di proiettare la propria leadership nell’Europa centro-orientale. L’accoglienza è stata eterogenea, riflettendo la persistente tensione tra le ambizioni ucraine di leadership regionale e la difesa degli interessi nazionali degli altri attori coinvolti. Tale risposta solleva più di qualche dubbio sulla capacità di creare convergenza nel medio-lungo termine.

Il 18 settembre 2026, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha lanciato ufficialmente il Carpathian Eight (successivamente rinominato Carpathian Integration Initiative, CII). L’inaugurazione, svoltasi a Bukovel nell’ovest dell’Ucraina, ha riunito otto Stati: oltre al Paese ospitante, hanno partecipato Romania, Serbia, Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Austria e Ungheria. Anche alcuni delegati dell’Unione europea hanno preso parte ai lavori in qualità di osservatori. Il principale risultato è stato la firma di 50 accordi, di cui più della metà concernente questioni energetiche, per un valore totale di un miliardo di euro.

Sulla carta, il nuovo formato mira a favorire l’integrazione della regione carpatica-danubiana sotto il profilo commerciale e securitario. Zelensky ha promosso su X la CII come “un movimento che rafforza i legami tra i propri membri”. Tuttavia, è nata sotto una cattiva stella, poiché le prime frizioni non hanno tardato a emergere. Durante l’evento ha fatto scalpore l’assenza di esponenti di primo piano dell’Ungheria, rappresentata soltanto da un chargé d’affaires, peraltro non presente nelle foto ufficiali, il cui ruolo è stato oggetto di disputa. Kyiv ha interpretato la presenza magiara come effettiva, mentre Budapest ne ha ridimensionato l’importanza, ribadendo il ruolo di semplice osservatore del proprio rappresentante. Successivamente, la notizia di un accordo tra l’azienda statale ucraina Naftogaz e l’omologa magiara MOL, annunciata due giorni dopo il vertice, sulla realizzazione di un deposito di gas in territorio ungherese ha sollevato preoccupazione a Budapest per ipotetiche ritorsioni russe.

Sebbene circoscritto ai rapporti bilaterali tra Ucraina e Ungheria, l’episodio solleva interrogativi sulla capacità di favorire convergenze durature tra i Paesi partecipanti. L’Ucraina ambisce ad affermarsi come guida dell’Europa centrorientale, una prospettiva che gli altri Paesi della regione si mostrano restii ad assecondare, in quanto comporterebbe un ridimensionamento delle loro ambizioni regionali.

Reazioni miste

Dal 2022, l’Ucraina ha accelerato la politica di avvicinamento alle istituzioni euro-atlantiche per contrastare l’influenza di Mosca nello spazio post-sovietico. Instaurare rapporti con gli Stati dell’Europa centrorientale è un elemento fondamentale, tenendo conto che il conflitto ha spostato il baricentro della sicurezza verso est, rafforzando la necessità di sviluppare nuove forme di cooperazione. Il Paese partecipa a forum quali la Three Seas Initiative, il Consiglio del Mar Baltico in qualità di osservatore nonché è co-fondatore di formati minilaterali quali il Triangolo di Lublino (con Polonia e Lituania) e quello di Odessa (con Romania e Moldova) ed è membro dell’Iniziativa dell’Europa Centrale. La partecipazione a questi tavoli, tuttavia, non le garantisce un posto paritario nei meccanismi regionali di cooperazione.

La creazione della CII segnala la volontà dell’Ucraina di assumere un ruolo di leadership, anziché di semplice follower, nel quadro della cooperazione regionale in Europa centrorientale. Il formato promuove gli interessi ucraini e cerca di assicurarsi sostegno politico e militare coinvolgendo pure attori come Ungheria, Slovacchia e Serbia i quali hanno posizioni ambigue nei suoi confronti. Per Kyiv, il successo del formato dipende dalla capacità di integrarsi nello spazio europeo. La sua efficacia dipenderà dalla volontà degli Stati della regione di investire risorse economiche e capitale politico nel progetto.

Proprio quest’ultimo aspetto rappresenta l’ostacolo maggiore poiché gli Stati della regione perseguono agende spesso in contrapposizione tra loro. I rapporti con l’Ungheria rappresentano l’esempio più emblematico delle difficoltà che il formato è chiamato ad affrontare, nonostante il cambio di governo a Budapest abbia disteso i rapporti. La distensione non segnala maggior solidarietà da parte magiara ma è strumentale a normalizzare i rapporti con i partner europei senza rinunciare alle proprie priorità nazionali. Il rifiuto della CII, giustificata ufficialmente come una questione di metodo, sottolinea la persistente differenza di Budapest nei confronti dell’Ucraina con l’Ungheria che percepisce il formato come uno strumento di pressione nei propri confronti. Sullo sfondo persistono le frizioni relative ai diritti delle minoranze ungheresi in Transcarpazia e alla sicurezza energetica, questioni che Budapest continua a utilizzare secondo una logica del bastone e della carota. A ciò si aggiunge il pragmatismo che ancora caratterizza i rapporti con Mosca: nonostante l’acuirsi delle tensioni, infatti, non si è consumata una rottura definitiva.

Anche Repubblica Ceca e Slovacchia hanno freddamente accolto l’iniziativa ucraina, inviando delegati di minor spessore. Praga non è riuscita nemmeno a inviare un delegato in rappresentanza ufficiale del governo in carica, ripiegando sul primo vicepresidente del Senato Jiří Drahoš. Tale esito riflette la complessità delle dinamiche interne in cui la coalizione al governo esprime posizioni antitetiche tra di loro sul conflitto in Ucraina. Trattandosi di un’iniziativa a guida ucraina, l’esecutivo ha preferito evitare di associarvisi direttamente. Di contro, l’assenza del primo ministro slovacco Robert Fico, ufficialmente giustificata da motivi di salute, si inserisce in una linea di diffidenza nei confronti del sostegno euro-atlantico a Kyiv, di cui le dichiarazioni sull’articolo 5 della NATO sono la manifestazione più eclatante. Ciononostante, Bratislava ha garantito una rappresentanza ufficiale alla CII attraverso una delegazione guidata dal sottosegretario di Stato agli Esteri Marek Eštok, confermando l’approccio opportunistico adottato dal governo slovacco.

Austria, Polonia e Romania hanno, di contro, dimostrato maggior apertura nei confronti della CII. Vienna ha espresso il sostegno più convinto alla CII, considerandola un prezioso quadro di riferimento per rafforzare la sicurezza, promuovere l’indipendenza energetica, potenziare la logistica e favorire l’integrazione europea. Sebbene anch’esse favorevoli alla CII, le posture di Varsavia e Bucarest si distinguono da quella austriaca poiché rispondono a una duplice priorità: continuare a sostenere l’Ucraina e preservare il proprio ruolo guida nella definizione dell’agenda regionale dell’Europa centrorientale.

Dalla prospettiva polacca, la partecipazione al formato rilancia i rapporti bilaterali erosi in seguito alla disputa sulla memoria storica scoppiata qualche mese addietro. Il rapporto polacco-ucraino evidenzia una complementarità strategica e militare solida: Varsavia costituisce un partner fondamentale per il sostegno logistico, militare e diplomatico all’Ucraina, mentre Kyiv rappresenta un attore centrale per la sicurezza del fianco orientale europeo e per il contenimento dell’espansionismo russo. Tuttavia, la sinergia tra i due Paesi rimane incompiuta, poiché la Polonia, o almeno una parte della sua élite politica, considera l’Ucraina un junior partner. Kyiv, al contrario, mira a rafforzare la propria autonomia politica e strategica, aspirando a un ruolo diretto nelle decisioni riguardanti la sicurezza continentale.

Dal punto di vista romeno, la CII conferma il rafforzamento dei rapporti con l’Ucraina quale elemento centrale della sicurezza di Bucarest. La guerra russo-ucraina ha reso evidente la necessità di preservare una propria capacità di iniziativa regionale per porsi quale “esportatore di sicurezza”, un tentativo per diventare un attore più attivo nella promozione di stabilità nel contesto del Mar Nero. Al contempo, le ricadute territoriali del conflitto, fonte di tensione nei rapporti con le autorità ucraine, costituiscono un elemento di vulnerabilità per Bucarest, sia in ragione dei crescenti costi legati alla protezione del territorio, sia per le ricadute politiche interne. Per Kyiv, la Romania rappresenta un partner per diversificare le proprie relazioni in ambito euro-atlantico e centrorientale, quest’ultimo tradizionalmente caratterizzato dalla centralità di Varsavia.

Il fattore Serbia

Il coinvolgimento della Serbia ha ampliato la pertinenza territoriale dell’iniziativa e ne ha arricchito il dossier politico. Questo passaggio si pone in continuità con la visita ufficiale compiuta a Belgrado dal Presidente ucraino Zelensky nell’agosto 2026, il quale ha rappresentato un’occasione per una convergenza tra le due parti su una serie di punti oltre a testimoniare la sfumatura della posizione serba sul conflitto russo-ucraino, anche al netto dei legami di lunga data tra Mosca e Belgrado. Zelensky e il suo omologo serbo Vučić, infatti, hanno affermato il supporto alle rispettive aspirazioni europee e all’integrità territoriale dei due Paesi, in particolare con riguardo all’appartenenza della Crimea all’Ucraina e al mantenimento, da parte di Kyiv, della linea del non riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo.

Da parte serba, la partecipazione al vertice Carpathian Eight può essere letta in vari modi. In primo luogo, viene confermata la postura di Belgrado con riguardo ai rapporti con l’Ucraina, senza che ciò comporti svolte imminenti nelle relazioni con Mosca e coerentemente con la politica estera multivettoriale posta in atto dal Paese balcanico. Il contenuto del vertice di agosto, infatti, è stato ulteriormente discusso il 18 settembre, in occasione del C8, in un nuovo incontro tra Zelensky e Vučić, con le due parti che hanno confermato la prosecuzione del dialogo bilaterale e, da parte ucraina, la promessa serba alla fornitura di ulteriori aiuti umanitari di fronte al conflitto in corso.

In secondo luogo, Vučić ha descritto il vertice come un’occasione per rafforzare i legami con i Paesi del vicinato settentrionale e, più in generale, dell’area centroeuropea. Sotto questo profilo, il Presidente serbo ha citato la profondità dei legami economici esistenti (evidenziando come il 50% delle esportazioni sia destinato a Romania, Ungheria e Repubblica Ceca), ma anche le prospettive di ulteriore approfondimento, con l’apertura della linea ferroviaria ad alta velocità Belgrado-Budapest, nuovi collegamenti ferroviari e stradali con la Romania e la crescita degli scambi commerciali dell’Ucraina.

Più in generale, il vertice ha rappresentato per Vučić un’occasione per mostrare alle controparti europee la componente filo-occidentale della politica estera attuata da Belgrado, pur nell’ambito di una postura più complessa e segnata da legami con altri attori dell’arena internazionale, cercando in questo modo di consolidare la propria legittimità in seno alle cancellerie europee in vista delle elezioni politiche previste per il 25 ottobre.

Implicazioni

Dunque, la CII evidenzia come una nuova stagione di integrazione regionale sia ancora prematura, in assenza di una convergenza politica sufficientemente solida tra gli Stati partecipanti. L’invasione su vasta scala dell’Ucraina ha influenzato le dinamiche della cooperazione politica regionale tra gli Stati dell’Europa centrorientale mettendo in luce non tanto la capacità di adattamento dei formati esistenti o la creazione di nuovi ma la loro incapacità di agire all’unisono. Le ragioni non risiedono esclusivamente nelle diverse posizioni assunte dai Paesi nei confronti del conflitto russo-ucraino, ma anche nelle divergenze relative a interessi strategici che trascendono la guerra in corso e rimangono tuttora irrisolte.

Le prospettive dell’iniziativa dipenderanno pertanto meno dalla solennità del vertice inaugurale ma dalla capacità di produrre i risultati nel tempo. Se gli accordi annunciati a Bukovel si tradurranno in investimenti, collegamenti logistici e forme stabili di coordinamento, la CII potrà contribuire a ridisegnare la cooperazione nell’Europa centrorientale. In caso contrario, rischierà di aggiungersi alla costellazione di formati che moltiplicano le occasioni di dialogo senza superare le rivalità che attraversano la regione.