Perché lo stretto di Bab el Mandeb è così fondamentale?
L’evoluzione del conflitto all’interno dello Yemen ruota, come un perno, attorno alle sorti di una costellazione di territori Yemeniti: dallo stretto di Bal el-Mandeb all’isola di Perim, fino alla città di Mokha. Questa specifica area rende il versante occidentale della penisola araba, una vera e propria terra di “contesa”, in quanto snodo cruciale che congiunge l’Oceano indiano con il Mar Rosso. Lo stretto di Bab el-Mandeb costituisce, dunque, il cuore di una rete commerciale ed energetica che collega l’Asia al Medio Oriente e all’Europa attraverso il Canale di Suez, rivestendo un’importanza strategica globale per il commercio marittimo e, in particolare, per il transito delle risorse energetiche.
Lo stretto di Bab el-Mandeb, a circa duemila chilometri a sudovest di Hormuz, è largo soli sedici chilometri e può essere attraversato da non più di due navi contemporaneamente. Noto come la “Porta delle lacrime”, la leggenda narra che sia stato creato da un cataclisma che separò l’Africa dall’Asia, dal quale deriva il suo nome. Ma, nonostante le sue esigue dimensioni, esso rappresenta un punto cruciale di passaggio attraverso il quale transita il 10% del commercio marittimo mondiale.
Per tale ragione, il passaggio attraverso tale lingua di mare costituisce una vitale alternativa al blocco “intermittente” dello Stretto di Hormuz per quei paesi fortemente danneggiati, tra cui l’Arabia Saudita, grazie al quale è dato di continuare il transito del petrolio aggirando tale ostacoloper mezzo dell’oleodotto ‘Petroline’. Tale apertura consente, dunque, di ammortizzarne il rischio per l’equilibrio del mercato mondiale di un ulteriore incremento dei prezzi, sia dell’energia che del petrolio, che ne deriverebbe, invece, ad un blocco totale dell’area.
Gli Houthi “gruppo alleato” dell’Iran?
L’esacerbarsi del conflitto all’interno dell’area, dato dall’intensificarsi degli attacchi degli Houthi nei confronti del governo di Aden internazionalmente riconosciuto, ma, soprattutto, gli attacchi nei confronti dei Sauditi, quali protettori e sostenitori del governo legittimo yemenita – dalla cui stabilità dell’area dipende anche la sua sicurezza -, costituiscono la tessera di un mosaico che abbraccia l’Iran fino a Israele;
Gli Houthi, quale gruppo sì “alleato” dell’Iran – in quanto facente parte dell’asse della resistenza, ossia di quelle milizie e stati che sostengono l’Iran in tutto il Medio Oriente -, è bene precisare come questi mantenga comunque una propria autonomia rispetto all’operato dell’Iran, data non solo da una propria agenda “politica”, ma anche dall’appartenenza a una corrente dell’Islam sciita differente da quella dell’Iran. Diversamente dagli altri membri dell’asse della resistenza – come Hezbollah e alcune milizie sciite in Iraq –, gli Houthi non nascono dall’intervento iraniano, ma sono il principale clan/famiglia dello zaydismo yemenita, da cui deriva il nome. Un’alleanza, dunque, quella tra gli Houthi e l’Iran, caratterizzata da una geometria variabile sulla base delle proprie esigenze. Ragion per cui, il gruppo armato, mantiene una forte indipendenza d’azione soprattutto per quanto concerne la politica locale.
Il vero “costo” del conflitto.
Il vero costo della guerra è quello che affligge il 52% della popolazione dello Yemen, circa 18 milioni di persone, la cui sopravvivenza dipende dagli aiuti e sono costretti a misurarsi ogni giorno con fame estrema, mancanza di acqua potabile, oltre alla distruzione quasi totale dei servizi di base. Un costo sociale di una crisi umanitaria che inevitabilmente si intreccia con un costo economico, registrando un numero di sfollati secondo l’OIM pari a 217.303.
L’azione degli Houthi, dunque, alterando la sicurezza, la stabilità e la pace dei popoli della penisola del Golfo, danneggia fortemente anche l’Occidente: impedendo il transito energetico tramite il passaggio per il Mar Rosso, con lo Stretto di Hormuz, affetto da un equilibrio precario e in continuo mutamento, la guerra intestina dello Yemen non costituisce solo un conflitto territoriale, ma una velata lettera scarlatta all’Occidente che mina i rifornimenti energetici, determinando così l’impennarsi dei costi dell’energia che danneggiano fortemente l’economia degli stessi paesi beneficiari, intaccandone l’equilibrio politico dei governi, senza tralasciare la minaccia nei confronti della pace e il timore del riemergere di episodi di terrorismo.
La contesa yemenita come si innesta nel conflitto in Medioriente?
Il conflitto all’interno dello Yemen si immette nello scenario internazionale con tutta la sua imponenza e la necessità di una più celere risoluzione. Le sottolineate difficoltà dell’Arabia Saudita nell’intercettazione dei droni, in relazione al recente attacco dell’11 ottobre all’aeroporto saudita di King Khalid, denotano un intensificarsi del conflitto che potrebbe indurre il coinvolgimento di attori, ancora non direttamente coinvolti, come gli Stati Uniti.
Se per anni il conflitto interno allo Yemen è stato interpretato dagli analisti come una “una guerra per procura” tra l’Iran e l’Arabia Saudita – con il sostegno dei primi agli Houthi e dei secondi nei confronti del governo legittimo di Aden- , rileggendo i fatti alla luce dell’evoluzione della geopolitica globale, tale conflitto, nella sua esacerbazione più totale, potrebbe costituire “una battuta d’arresto” per le sorti del commercio energetico, nonché per le conseguenze su scala in regime inflazionistico.
Il ritmo della guerra
L’attacco nei confronti dell’aeroporto di Riad demarca, dunque, un inasprirsi del conflitto, il cui monito sotteso è di non lasciare agli eventi di prendere il sopravvento. La cautela dell’Arabia Saudita, probabilmente dettata da un auspicato più celere ritorno a quel Medioriente che la penisola del Golfo aveva faticosamente ricostruito negli ultimi anni, va letta anche alla luce del patto della Mecca, che lega i Sauditi con il Pakistan e la Turchia, improntato più su una strategia di supporto che di attacco. Ma il vero timore è che lo scenario di guerra possa estendersi fino al punto di assumere le sembianze di una “guerra fredda” del Medioriente.
A fronte di tali involuzioni ciò che potrebbe allarmare maggiormente la comunità internazionale è il repentino cambio del ritmo della guerra, ossia il continuo accendersi di fuochi tra loro sempre più collegati, capaci non solo di prolungarne la durata dei conflitti, ma come un effetto domino portare all’emergere di episodi sempre più violenti di terrore, incapaci di restituire quel Medioriente che i paesi del Golfo avevano tentato di costruire, anche prima dell’inasprirsi dei rapporti dell’Iran con gli Stati Uniti, coinvolgendo ad uno a uno tutti i paesi della penisola arabica.

