Le navi che hanno riportato 1.476 birmani a Yangon sono l’ultimo anello di un sistema che da decenni tiene insieme il consenso dei cittadini e la coercizione degli stranieri. Nel deposito per immigrati di Belantik, nel Kedah, chi chiede una porzione in più viene picchiato. Lo ha raccontato a Human Rights Watch Ali, rifugiato rohingya di 44 anni, in un rapporto del 2024 che porta come titolo una sua frase: «Ma non possiamo vedere il sole». Il 29 settembre Belantik e Tanah Merah, nel Kelantan, hanno fornito i gruppi più numerosi dei 1.476 birmani imbarcati a Lumut su tre navi della marina del Myanmar. Tra loro c’erano 27 minori, alcuni, ha fatto notare la commissione nazionale per i diritti umani, di appena otto anni. Il 4 ottobre sono sbarcati a Thanlyin, alle porte di Yangon; alcuni portavano magliette con la scritta «We love Myanmar». Quattro giorni dopo Min Aung Hlaing era a Putrajaya, alla sua prima visita ufficiale in Malaysia dal colpo di Stato. I commenti si sono fermati sulla legittimazione della giunta. Tuttavia, vorrei partire da una domanda più piccola: come ci erano finite, quelle persone, a Belantik? La risposta sta in un regime migratorio che da decenni organizza il rapporto tra Stato, capitale e lavoro. Per regime intendo le norme e gli apparati con cui lo Stato decide chi può lavorare nel paese, per quanto, alle dipendenze di chi, e che cosa succede a chi esce dalle regole. Ai cittadini il governo promette che gli stranieri resteranno pochi e di passaggio. Sugli stranieri usa il permesso vincolato al datore, la retata, la detenzione, l’espulsione. La promessa rende sopportabile una dipendenza che l’economia non può ridurre e la politica non può ammettere; la coercizione fa sì che la manodopera arrivi già disciplinata.
Un permesso, un padrone
A metà ottobre 2025 i lavoratori stranieri regolari erano 2,13 milioni, il 14 per cento degli occupati. Per gli irregolari le stime non ufficiali citate da Human Rights Watch vanno da 1,2 a 3,5 milioni. Su questa manodopera la Malaysia ha costruito la sua posizione intermedia nella divisione internazionale del lavoro, troppo cara per competere con i salari del Bangladesh e non abbastanza produttiva per misurarsi con la Corea del Sud. E compra soltanto gli anni in cui un corpo rende di più: nascere, studiare, ammalarsi e invecchiare avvengono altrove. Il tredicesimo Piano Malaysia punta a scendere al 10 per cento della forza lavoro entro il 2030, ma il perno del regime resta il permesso, che lega la presenza legale del lavoratore a un solo datore: chi lascia un cantiere a Johor perde il titolo di soggiorno. Il salario minimo di 1.700 ringgit vale anche per gli stranieri, tranne i 107.000 lavoratori domestici. La legge concede un’uguaglianza salariale formale e toglie l’unico strumento per farla valere, la possibilità di andarsene. Chi dipende da un solo datore accetta il passaporto trattenuto, perché l’alternativa è il deposito. Lo Stato regola i flussi secondo la domanda delle imprese. Tra il 2020 e il 2022 i programmi di «ricalibrazione» hanno raccolto 712.435 iscrizioni di irregolari. Dei 418.528 che chiedevano di essere regolarizzati, 114.121 hanno ottenuto un permesso; dei 293.907 iscritti al rientro, 255.111 sono partiti, e lo Stato ha incassato oltre 140 milioni di ringgit. Il 24 luglio, in campagna elettorale nel Negeri Sembilan, Anwar Ibrahim ha dato ai ministeri un mese per smaltire le domande di lavoratori stranieri della ristorazione.
Chi finisce nel deposito
Entrare senza documenti è un reato punito fino a cinque anni di carcere e sei colpi di bastone, e la legge non fissa limiti alla detenzione amministrativa. Nel 2022 nei depositi sono morte 150 persone; sette erano bambini. Dall’agosto 2019 l’UNHCR non può entrarvi. Dal 1° gennaio al 17 settembre l’Immigrazione ha condotto 9.700 operazioni e trattenuto oltre 57.000 migranti. Nello stesso periodo ha agito contro 1.720 tra datori di lavoro e proprietari di immobili, uno ogni trentatré fermati. Heidy Quah, fondatrice di Refuge for the Refugees, ha raccontato ad Al Jazeera che le retate sono ormai quotidiane e che anche chi ha la tessera dell’UNHCR resta dentro circa quattordici giorni, il tempo di verificarla. Le retate mostrano ai cittadini uno Stato che presidia il territorio, ma sull’offerta di manodopera incidono poco. A chi resta lasciano la paura. E chi ha paura difficilmente denuncia un datore che non paga.
Bumiputera e stranieri
L’ordine politico della Malaysia poggia su una cittadinanza differenziata tra bumiputera. Gli stranieri stanno fuori dal patto, ed è per questo che tornano utili: la severità verso di loro permette a ogni governo di presentarsi come difensore dei cittadini senza toccare gli equilibri interni. A giugno una petizione per «rimuovere» i rohingya ha superato le 424.000 firme prima di essere ritirata. Questo senso comune rende accettabili milioni di lavoratori stranieri, purché sembrino temporanei e sorvegliati, e sposta su di loro un risentimento che potrebbe prendere di mira i salari o il costo della vita. Le pressioni esterne hanno prodotto riforme, ma dall’alto. Tra luglio e dicembre 2020 le dogane statunitensi hanno bloccato le importazioni di Top Glove, FGV e Sime Darby; su Sime Darby rilevavano tutti gli undici indicatori di lavoro forzato dell’ILO. Le aziende hanno rivisto il reclutamento, ma al tavolo i lavoratori non c’erano, e il permesso vincolato e la minaccia dell’espulsione sono rimasti dove erano.
Il registro e le navi
La Malaysia non ha firmato la Convenzione di Ginevra, e per anni i circa 194.000 rifugiati birmani hanno lavorato in nero, tollerati e senza diritti. Quest’anno lo Stato li ha portati dentro la stessa logica. Il nuovo registro nazionale, il DPP, raccoglie impronte, volto e voce, non garantisce alcuna permanenza e potrà servire ad abbinare i rifugiati tra i 20 e i 40 anni ai posti vacanti di cinque settori. Il 23 luglio il governo ha ordinato all’UNHCR di sospendere le nuove registrazioni. Quah racconta di una richiedente asilo fermata prima di un appuntamento con l’agenzia: la lettera che ne confermava lo status è arrivata, e lei è rimasta dentro. Poi ci sono le navi. Il ministero dell’Interno ha passato all’ambasciata del Myanmar 5.000 nomi; Naypyidaw ne ha accettati 1.476, e altri 3.524 per la seconda fase. A scegliere è un governo che nega la cittadinanza ai rohingya, e tra i primi rimpatriati i leader comunitari non ne hanno riconosciuto nessuno. Naypyidaw, intanto, obbliga chi lavora all’estero a rimettere un quarto del reddito attraverso le banche ufficiali, e nel 2025, secondo dati visti da Bloomberg, le rimesse hanno toccato 5,6 miliardi di dollari, il 38 per cento degli afflussi esteri. Il prelievo a più livelli che doveva far pagare di più le imprese dipendenti dagli stranieri era previsto per il 2026; il 12 ottobre il segretario generale del Tesoro ne parlava ancora come di un’ipotesi. Il reato di ingresso irregolare, invece, si applica ogni giorno. Lo Stato usa la legge dove vincola il lavoro e si ferma all’annuncio dove dovrebbe costare qualcosa al capitale. Con chi sta fuori dalla cittadinanza il regime conta sulla coercizione, che ottiene obbedienza finché mancano alternative. Le misure che sposterebbero i rapporti di forza sono note: libertà di cambiare datore, un percorso verso la residenza, protezione dall’espulsione per chi denuncia un abuso. Nessun governo della Malaysia le ha messe in agenda, e il tredicesimo Piano, con permessi più brevi e meno mobilità tra datori, va nella direzione opposta. Al 31 agosto i birmani trattenuti nei depositi della Malaysia erano 11.804. Per molti di loro quello che si è detto a Putrajaya non cambia l’alternativa: restare dentro senza una data di uscita, oppure firmare per la prossima nave.

