Cosa succede lungo la Linea Durand e nel Khyber Pakhtunkhwa
È da quasi un anno che le storiche tensioni tra Pakistan e Afghanistan si sono tramutate in conflitto aperto. Gli attacchi pakistani compiuti il 24 settembre scorso nelle province afghane di Paktia, Khost e Kandahar sono gli ultimi episodi di ostilità dichiarate, che iniziano ufficialmente nell’ottobre 2025. In quel contesto, ma anche in quella che verrà chiamata “guerra aperta” dagli stessi politici pakistani, gli attacchi seguirono l’incontro tra il ministro degli esteri indiano Subrahmanyam Jaishankar e il ministro degli esteri dei Taliban Muttaqi Khan a New Delhi il 10 ottobre 2025. Si tratta di un incontro assolutamente significativo nella politica estera indiana, in quanto i Taliban sono passati da essere visto come un ‘proxy pakistano’ a un partner che «afferma la duratura amicizia tra India e Afghanistan». Addirittura, possiamo concludere che il contesto si è completamente rovesciato in quanto è ora il Pakistan a vedere nei Taliban un ‘proxy indiano’. Questo è grossomodo lo schema operativo che sta dietro anche agli attacchi scatenati il 27 febbraio scorso, poiché, qualche giorno prima di quest’attacco, c’era stato un importante incontro tra il premier indiano e quello israeliano. Durante quell’episodio, Netanyahu aveva annunciato di supportare un’alleanza con l’India contro gli «assi sunniti e sciiti radicali».
Oltre allo scenario internazionale, vige un problema di natura interna che rappresenterebbe, secondo le molteplici dichiarazioni ufficiali pakistane, la vera causa degli attacchi pakistani lungo la Linea Durand e oltre: gli attacchi dei Tehrik-i Taliban Pakistan. Secondo il South Asia Terrorism Portal (SATP), tra il 2025 e il 2026 avrebbero compiuto, rispettivamente, 244 e 171 attacchi, rispetto ai 33 nel 2021 (anno di ritorno dei Taliban in Afghanistan) e gli 87 nel 2024. Nato come gruppo prevalentemente pashtun a seguito delle massicce operazioni militari compiute dal generale e presidente del paese Pervez Musharraf nelle aree tribali, il gruppo è diventato tra le principali organizzazioni jihadiste dell’Asia meridionale e tra le più pericolose minacce – assieme al Balochistan Liberation Army (BLA) – per lo Stato pakistano. Il suo obiettivo è il rovesciamento dello Stato pakistano e l’instaurazione di un modello politico che ricorda il primo Emirato Islamico dell’Afghanistan; ovvero, l’adozione di un’interpretazione astratta e fondamentalista della shari‘a. Inoltre, l’organizzazione è stata per qualche anno anche una potenza militare in grado di controllare alcune zone del paese nell’ex FATA (Federally Administered Tribal Area) e nel Khyber Pakhtunkhwa, per esempio la valle dello Swat e la più ampia regione del Waziristan.
Come segnalato anche da alcuni rapporti di organizzazioni internazionali, sia i cosiddetti ‘talebani afghani’ sia quelli pakistani presentano numerosi contatti dando concretezza al timore espresso da Islamabad: nonostante il TTP abbiano il proprio emiro, ovvero Noor Wali Mehsud, è nota la loro vicinanza politica ai Taliban, in quanto hanno giurato fedeltà all’attuale Guida Suprema dell’Emirato, Hibatullah Akhtunzada. Tale supporto si è manifestato nuovamente alla luce degli attacchi pakistani nella regione afghana di frontiera di Paktia, i quali hanno apertamente minacciato Islamabad di intensificare gli attacchi in tutto il paese qualora l’esercito pakistano avesse compiuto manovre più invasive nel territorio afghano.
Un altro elemento di forte sospetto è che in alcuni degli attentati compiuti dal TTP gli attentatori sembrerebbero essere o di origine afghana o che hanno compiuto il loro addestramento in Afghanistan. Il portavoce dei Taliban, Zabihullah Mojahed, ha sempre ribadito di non ospitare alcun membro di gruppi che danneggiano la sicurezza nazionale del Pakistan; anzi, i Taliban sembrerebbero anche operare per eliminare la presenza di questi gruppi in quanto costituirebbero anche per loro stessi una minaccia alla loro stabilità. Dal ritorno dei Taliban al potere in agosto del 2021 a oggi, l’Emirato ha compiuto molteplici operazioni di controspionaggio e di contenimento militare nei confronti dello Stato Islamico del Khorasan (IS-K), la cosiddetta “costola” dello Stato Islamico di Iraq e Siria piantata tra Afghanistan e Pakistan che ambisce a riportare sulla mappa l’antica regione del Grande Khorasan.
È interessante notare come la quasi totalità degli attacchi del TTP si sia concentrata lungo il confine con l’Afghanistan, ovvero nelle regioni che si affacciano e si trovano lungo la Durand Line, il confine tracciato dagli inglesi a seguito della seconda guerra afghana nel 1893 che divideva il paese con l’India Britannica. Si tratta di una regione che, dalla creazione di entrambi paesi, è oggetto di contesa territoriale da ambo i lati e servita per fare pressione sull’altro. Anche l’Emirato Islamico dell’Afghanistan, in perfetta continuità con i precedenti governi afghani, continua a non riconoscere la Durand Line come il confine ufficiale tra i due paesi, anche se lo scorso marzo sembrerebbe essere stato avviato un timido passo in questa direzione.
In sintesi, il motivo che avrebbe spinto il Pakistan ad attaccare il suo vicino è la massimizzazione della sua sicurezza interna, la cui instabilità non solo deriva dal contesto regionale che si farebbe, dal punto di vista di Islamabad, sempre più ostile. Provengono anche da zone del paese che il Pakistan ha sempre tentato di controllare in maniera salda. In altri termini, un altro obiettivo dietro a questo conflitto sarebbe il controllo quasi completo della Durand Line.
Il ruolo della diaspora afghana in Pakistan e il ‘braccio di ferro’ con i Taliban
Seguendo quanto delineato finora, il conflitto tra Pakistan ed Emirato Islamico dell’Afghanistan sembrerebbe essere causato da una sorta di tentativo di ammorbidire la pressione che Islamabad avverte, contemporaneamente, sia dall’interno che dall’esterno del paese. Al tempo stesso, anche il paese della ‘terra dei puri’ eserciterebbe contro Kabul pressione, mediante la deportazione degli afghani privi di uno status legale valido per rimanere nel paese. È importante sottolineare come il Pakistan, assieme all’Iran, è dall’occupazione sovietica dell’Afghanistan uno dei paesi in cui hanno sperato di trovare un luogo sicuro. Venendo al caso pakistano, la maggior parte degli immigrati provenienti dal vicino ostile vivono principalmente nelle regioni del Khyber Pakhtunkhwa e del Balochistan. Aree che sono tra le più vicine al confine afghano, i cui due passaggi più famosi sono quello di Torkham a Nord e quello di Chaman, nel cuore del Balochistan. I rifugiati afghani in Pakistan hanno giocato un ruolo fondamentale nella guerra contro i sovietici, in quanto, come è noto, i servizi segreti americani, pakistani e sauditi reclutarono e addestrarono molti di questi profughi, offrendo loro istruzione gratuita – comprendente anche vitto e alloggio – nelle madrase lungo la frontiera. Anche da questi luoghi proverranno il gruppo a maggioranza pashtun noto come taliban (gli ‘studenti’).
C’è anche una parte meno nota di questa storia, ovvero la continuità della diaspora afghana in Pakistan, la quale ha modificato profondamente ad alcuni contesti sociali e urbani del paese. L’esempio più significativo è un quartiere della città di Quetta, il capoluogo del Balochistan pakistano, noto come ‘Hazara Town’, la cui componente maggioritaria è composta prevalentemente da afghani appartenenti all’etnia hazara. Ma tutto questo rischia di essere gravemente messo in discussione dall’Illegal Foreigners’ Repatriation Plan. Si tratta di una legge approvata dal governo pakistano a ottobre 2023 che prevede l’espulsione di tutti gli afghani residenti in maniera legale e illegale nel paese e il loro conseguente ritorno in Afghanistan.
Secondo diverse stime, i rifugiati afghani in Pakistan, prima di questa legge, ammontavano di circa 3 milioni ai quali si sono aggiunti all’incirca altri 600.000 a seguito della (ri)nascita del secondo Emirato Islamico dell’Afghanistan nel 2021. Questa legge presenta tre fasi: a) identificazione e contemporanea deportazione o rimpatrio degli stranieri illegali, non registrati o che risiedono nel paese oltre il tempo concordato con il governo pakistano; b) deportazione dei detentori dell’Afghan Citizen Card (ACC), ovvero tutti quelli uomini e donne afghane a cui non è riconosciuto il valore giuridico di ‘rifugiato’; di conseguenza, hanno soltanto un documento di identità temporaneo; c) al compimento della seconda fase, si procederà al rimpatrio forzato dei detentori della Proof of Registration (PoR), ovvero i rifugiati afghani registrati in Pakistan ai sensi di accordi tra l’UNHCR e il governo pakistano. Si tratterebbe di una legge che il governo avrebbe emanato, ancora una volta, per garantire la propria sicurezza nazionale.
L’espulsione ha la grave conseguenza di mandare indietro persone che rischiano una forte alienazione in Afghanistan, in quanto o potrebbero trovarsi in un contesto socio-culturale completamente estraneo alla loro esperienza di vita, essendo nati e cresciuti in Pakistan. Oppure, un’altra consistente fetta di rifugiati è fuggita in Pakistan proprio per scappare dall’oppressione sempre più stringente nei confronti delle donne. Quindi, sembrerebbe che lo scopo ultimo della decisione di Islamabad risiederebbe nel mettere pressione sui Taliban, aggravando la già precaria condizione umanitaria che affligge il paese.
I rischi di questa mossa politica, da parte di Islamabad, potrebbero portare alla radicalizzazione di alcuni di essi e quindi risultare facilmente reclutabili per gruppi e organizzazioni ostili al governo pakistano, quali il TTP o il IS-K. Essendo la disoccupazione, il sottosviluppo, lo sradicamento e la povertà elementi che promuovono la radicalizzazione, con questa legge il Pakistan avrebbe gettato le basi della sua futura instabilità anziché rafforzare la sua sicurezza interna. Tra l’altro, gli attacchi lungo la Durand Line ha portato, a momenti alterni, alla chiusura del confine nella zona di Torkham o in quella di Chaman, peggiorando tanto la crisi umanitaria dei profughi quanto gli scambi commerciali.
Conclusioni
Ci sono stati diversi tentativi di mediazione e di interruzione delle ostilità, che hanno visto coinvolti paesi come la Cina, il Qatar, la Turchia e l’Arabia Saudita. Anche in momenti diversi del conflitto, tutti questi paesi si sono attivati per poter tentare di almeno raggiungere un cessate il fuoco tra le parti. Purtroppo, questa opzione sembrerebbe essere ancora, nel momento in cui viene scritto l’articolo, un miraggio. Non solo perché il rafforzamento degli accordi di Mecca, a seguito degli attacchi Houthi contro i sauditi, rischierebbe di danneggiare la buona reputazione che la corona saudita gode da parte dei Taliban. Piuttosto, come si è tentato, questo recente scambio di attacchi tra Pakistan e Afghanistan apparrebbe radicato anche in problemi legati alla legittimità che entrambi i paesi rivendicano su una porzione di territorio culturalmente comune a entrambi.
Una soluzione diplomatica che non parte da questo presupposto rischia di posticipare nuovi conflitti e di incentivare la radicalizzazione specialmente sul fronte pakistano.

