Nella giornata del 30 settembre gli Stati Uniti d’America hanno concluso l’operazione Inherent Resolve, ponendo fine dopo due decenni alla propria presenza militare sul suolo iracheno. Washington aveva pianificato una riduzione dell’ammontare di truppe nel Paese già nel 2019, senza tuttavia contemplare l’ipotesi di un ritiro completo. Tuttavia, l’assassinio del Generale iraniano Qasem Soleimani e di Abu Mahdi al-Muhandis, comandante della milizia sciita irachena Kata’ib Hezbollah, minò la sostenibilità politica della permanenza del contingente americano. L’operazione suscitò forti proteste negli ambienti politici e nella popolazione irachena, che la considerarono una violazione della sovranità del paese. L’evento spinse il Parlamento locale ad approvare una risoluzione non vincolante volta a spingere l’Esecutivo a porre fine alla presenza di tutte le forze straniere. L’Amministrazione Trump rispose minacciando imponenti sanzioni economiche in caso di espulsione delle truppe statunitensi, al fine di proteggere gli investimenti militari effettuati dagli Stati Uniti nel Paese. Nel marzo del 2020 Washington condusse ugualmente, in linea con gli intenti già formulati nel 2019, una riduzione dell’ammontare di truppe in loco, il cui numero venne ridotto a 2500. Il Generale Kenneth McKenzie, comandante del CENTCOM, comunicò come non ci fossero piani per un totale ritiro delle forze americane, il cui iniziale compito di contrastare lo Stato islamico era stato progressivamente affiancato al ruolo di contrappeso alle locali milizie filoiraniane.
L’istituzione, nell’agosto del 2023, della U.S.-Iraq Higher Military Commission (HMC) rappresentò un nuovo punto di svolta nelle relazioni tra Washington e Baghdad. L’organo, presieduto dal Capo di Stato Maggiore Generale iracheno, Abdel Emir Rashid Yarallah, e dal Comandante del CENTCOM Michael Erik Kurilla, venne attivato al fine di negoziare la transizione dalla permanenza della coalizione internazionale a guida americana ad una partnership di sicurezza bilaterale tra Stati Uniti e Iraq. La commissione ha assunto come criteri negoziali il livello di minaccia residua rappresentato dallo Stato Islamico, i requisiti operativi e ambientali sul campo e le capacità complessive delle forze di sicurezza irachene. La progressiva escalation militare tra Stati Uniti e Iran a partire dalla fine del 2023 ha nuovamente spinto il Governo di Baghdad ad avviare colloqui per il completo ritiro delle forze statunitensi. I colloqui si sono conclusi con successo nel settembre del 2024, mediante la firma dello U.S.-Iraq Joint Statement on the conclusion of the Global Coalition’s military mission, volto a concludere la presenza militare statunitense nel paese. Il ritiro americano è stato accolto con favorevolmente da una parte popolazione irachena ed ha portato all’istituzione di una nuova festività nazionale nel Paese, il “Giorno della Sovranità”
Una partnership di sicurezza
Il presente ritiro effettuato dalle forze armate statunitensi ha immediatamente sollevato parallelismi con la controparte del 2011, al quale fece seguito la rapida dello Stato Islamico. Tuttavia, l’attuale disimpegno statunitense presenta rilevanti differenze strutturali dal precedente e viene a realizzarsi in un contesto profondamente differente. Il collasso dell’autorità statale irachena nel 2014 venne infatti determinato dall’intersezione tra le carenze strutturali delle forze di Baghdad, la difficile situazione sociale del paese e il vuoto di potere creatosi nella Siria settentrionale. Le forze armate irachene risultavano infatti afflitte da una profonda corruzione, con gran parte delle nomine apicali eseguite sulla base di logiche dettate dal favoritismo politico e dall’appartenenza settaria. Allo stesso tempo, il ritiro statunitense, negoziato nell’ambito del U.S.–Iraq Status of Forces Agreement venne configurato come un disimpegno scadenziato, le cui tempistiche non tennero conto delle capacità delle forze locali. I programmi di addestramento furono focalizzati sulla dimensione quantitativa delle forze armate e le forniture di equipaggiamento vennero limitate in larga misura a strumenti di controinsurrezione. Ciò determinò la formazione di una forza numerosa, avente tuttavia una scarsa efficienza combattiva. In secondo luogo, il Governo di Baghdad, allora guidato da Nouri al Maliki, emarginò la comunità sunnita dalla vita politica del paese sciogliendo le milizie “Figli dell’Iraq”, le quali si erano rivelate altamente funzionali nel contrasto ad Al Qaeda e conducendo arresti di massa nelle regioni a maggioranza sunnita. Infine, il collasso dell’autorità statale siriana nel nord est del paese fornì all’ISIS un forte afflusso di armi e reclute, nonché la profondità strategica necessaria per preparare l’offensiva condotta nel 2014.
Viceversa, il ritiro del 2024 è stato anzitutto negoziato da un organo congiunto sulla base di criteri tecnici. Contestualmente, le forze armate irachene presentano oggi un coefficiente di potenza significativamente superiore rispetto al 2011. I piani di addestramento americani sono stati infatti orientati al miglioramento qualitativo delle forze locali e affiancati da forniture di armamenti più robuste, le quali hanno favorito la formazione di una solida aviazione e di un robusto comparto d’artiglieria. Le unità regolari sono altresì affiancate dalle Forze di Mobilitazione Popolari (PMF), unità militari che nel 2014 svolsero un ruolo chiave nella sconfitta dello Stato Islamico. La comunità sunnita è oggi maggiormente integrata nella vita istituzionale del paese e forze fedeli al Partito Baath, le quali nel 2014 risultarono il nerbo militare professionale dell’ISIS, sono oggi quasi del tutto scomparse e il loro leader Izzat Ibrahim al Douri, ex Vicepresidente durante il regime di Saddam Hussein, è deceduto nel 2020, privando il movimento di una vera guida. In ultima analisi, a seguito della conclusione della Guerra Civile Siriana, Damasco ha ripreso il controllo della frontiera con l’Iraq, riducendo il rischio che lo Stato Islamico possa nuovamente disporre di un rifugio sicuro nell’area
Gli impatti sulla regione
Il principale rischio strategico associato al disimpegno statunitense dall’Iraq riguarda la possibile riconfigurazione degli equilibri regionali a vantaggio dell’Iran. Teheran esercita infatti una significativa influenza sul sistema politico iracheno attraverso una rete di partiti, milizie armate e interessi economici, questi ultimi particolarmente rilevanti nel settore edilizio. Nonostante il rafforzamento delle istituzioni centrali, numerose formazioni armate filoiraniane conservano capacità militari e catene di comando autonome rispetto all’autorità statale. In tale contesto, il tentativo del governo di Baghdad di completarne l’integrazione nelle forze armate entro il 30 settembre, in concomitanza con il ritiro statunitense, non ha raggiunto gli obiettivi previsti. Il rifiuto delle milizie di procedere al disarmo ha infatti costretto il governo a posticipare la scadenza, evidenziando i limiti della capacità statale di esercitare un controllo esclusivo sull’uso della forza. Parallelamente, il disimpegno americano rischia di indebolire la posizione strategica della Regione del Kurdistan iracheno. La rimozione delle capacità di difesa aerea e missilistica statunitensi, funzionali al contrasto di eventuali attacchi iraniani, nonché l’interruzione dei finanziamenti destinati ai Peshmerga, potrebbero ridurre la capacità di deterrenza di Erbil.
Tuttavia, la riduzione della presenza militare americana non implica necessariamente un corrispondente allontanamento strategico di Baghdad da Washington. I due Paesi mantengono infatti legami di sicurezza ed economico-finanziari che continuano a condizionare le opzioni di politica estera irachene. Gli Stati Uniti costituiscono un partner fondamentale nei settori dell’intelligence, della sorveglianza e della ricognizione, essenziali per la prevenzione di una riorganizzazione delle formazioni jihadiste. A ciò si aggiunge la centralità del sistema finanziario statunitense nella gestione dei proventi petroliferi iracheni, i quali sono custoditi presso la Banca di New York, rendendo l’Iraq dipendente da Washington per l’afflusso di dollari. Tali fattori contribuiscono a preservare una significativa interdipendenza tra Baghdad e Washington. La cooperazione bilaterale tra l’Iraq e gli Stati Uniti rappresenta altresì un importante strumento di bilanciamento dell’influenza iraniana, rispondendo agli interessi di diversi attori politici iracheni. In particolare, settori dello sciismo nazionalista e componenti delle comunità sunnita e curda.
In conclusione, la probabilità che il disimpegno statunitense determini una nuova ascesa dello Stato Islamico appare relativamente limitata, poiché diversi fattori strutturali che ne avevano favorito l’espansione nel 2014 non sembrano riprodursi nelle medesime condizioni. Ciò non esclude possibili deterioramenti della sicurezza, qualora la riduzione del sostegno americano compromettesse le capacità operative delle forze irachene. L’effetto strategico più significativo del ritiro potrebbe tuttavia manifestarsi nella progressiva riconfigurazione degli equilibri politici e militari a vantaggio dell’Iran, che disporrebbe di maggiori margini di manovra per consolidare la propria influenza sulle istituzioni irachene. Per contenere tale dinamica, Washington dovrà accompagnare la riduzione della presenza militare con il mantenimento di una solida partnership strategica con Baghdad. La continuità della cooperazione in materia di sicurezza, intelligence e relazioni economico-finanziarie costituirà infatti un elemento essenziale per preservare l’influenza americana e contribuire alla stabilità dell’Iraq nel lungo periodo.

