Che cosa documentano le fonti istituzionali
La minaccia esiste e non è nuova. Il quarto rapporto del Servizio europeo per l’azione esterna sulle manipolazioni informative straniere censisce per il 2025 540 incidenti, il 29% attribuito alla Russia, il 6% alla Cina e il 65% non attribuito. L’Italia vi compare con 11 incidenti, a fronte dei 107 della Francia e dei 71 della Germania. La Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza relativa al 2025 descrive l’ecosistema di cui Mosca si avvarrebbe nelle sue iniziative in Italia, dagli ambienti filorussi ai blogger finanziati, e osserva che, sebbene finora non siano stati registrati eventi di natura violenta sul territorio italiano, il coinvolgimento di entità o proxy russi in atti di questo tipo rappresenta una possibile evoluzione del modus operandi della Russia in Europa.
La documentazione esaminata non riporta, invece, una valutazione tecnica pubblica riferita alle mobilitazioni di ottobre. Le notizie su tracce riconducibili alla Russia in alcune chat di coordinamento provengono finora da fonti non identificate, e l’esito delle audizioni parlamentari riportate dalla stampa non è pubblico. Il 24 ottobre la Procura di Milano ha disposto il fermo del presunto amministratore dei canali social del «Movimento 17 ottobre», con le ipotesi di istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche, la nuova fattispecie dell’art. 420-bis del codice penale introdotta dal decreto-legge 22 ottobre 2026, n. 190. Si tratta di ipotesi di reato che dovranno essere vagliate in sede giudiziaria, a partire dalla convalida del fermo. Le notizie di stampa su possibili collegamenti con gruppi di hacker filorussi, che il 23 ottobre avevano espresso sostegno alle mobilitazioni sui propri canali, sono attribuite a fonti investigative non identificate e non trovano riscontro nelle contestazioni finora rese note. Anche in Francia, dove il 17 ottobre hanno manifestato circa 550.000 persone secondo il Ministero dell’interno, fonti di sicurezza citate dalla stampa riferiscono di account filorussi e di estrema destra impegnati a diffondere video violenti; la documentazione disponibile non indica che tali reti abbiano promosso o diretto le proteste.
La sequenza dei fatti economici
Un primo criterio per distinguere un disagio interno da un’operazione esterna è la tempistica: se la mobilitazione segue fattori economici misurabili, la spiegazione interna non richiede ipotesi aggiuntive. Nel caso italiano la sequenza è documentata.
Dopo una serie di riduzioni temporanee avviate a marzo, il decreto-legge 17 settembre 2026, n. 162, ha fissato l’accisa sul gasolio a 572,90 euro per mille litri fino al 25 settembre e a 622,90 euro fino al 5 ottobre; dal 6 ottobre, in assenza di nuovi provvedimenti, è tornata ad applicarsi l’aliquota ordinaria. Nei giorni successivi i presìdi si sono estesi tra Calabria e Puglia; a metà ottobre i blocchi nel Foggiano duravano da circa una settimana, mentre a Taranto i lavoratori dell’ex Ilva bloccavano l’accesso delle autocisterne alla raffineria, aggravando le difficoltà di rifornimento. Il 16 ottobre l’Istat ha certificato per settembre un’inflazione al 4,2%, dal 3,3% di agosto, trainata dagli energetici, con il gasolio per mezzi di trasporto in aumento del 34,9% su base annua. Ad agosto la disoccupazione giovanile era salita al 20,3%. I cortei urbani sono del 17 e 18 ottobre.
L’ordine degli eventi non esclude che contenuti destabilizzanti siano stati amplificati nella rete, ma indica che le mobilitazioni sono state precedute da pressioni economiche concrete, in particolare per le categorie che usano il gasolio come fattore di produzione.
Come si riconosce un’interferenza
L’esperienza europea offre criteri utilizzabili. Il servizio francese VIGINUM qualifica come interferenza digitale straniera un fenomeno che presenti cumulativamente quattro elementi: l’intento di ledere interessi fondamentali, contenuti inesatti o fuorvianti, una diffusione artificiale o coordinata e il coinvolgimento di un attore estero. La sola presenza di account o media stranieri che rilanciano una protesta non è sufficiente.
I precedenti confermano la distinzione. Il movimento dei gilets jaunes nacque in Francia nel novembre 2018 contro l’aumento delle imposte sui carburanti; a dicembre circa 600 account già noti per diffondere posizioni del Cremlino avevano iniziato a concentrarsi sulla Francia, e il governo francese avviò verifiche: un’amplificazione di un malcontento nato all’interno. Nel febbraio 2022, durante il convoglio dei camionisti canadesi, il direttore del servizio di intelligence di Ottawa dichiarò che non erano stati identificati attori stranieri a sostegno o finanziamento della protesta. Il caso romeno del 2024 è diverso: i documenti declassificati dal Consiglio supremo di difesa descrivevano una rete iniziale di 25.000 account, un canale di coordinamento e pagamenti a favore di contenuti promozionali segnalati dalla stessa piattaforma, e la Corte costituzionale annullò l’intero processo elettorale presidenziale. Nei casi in cui la destabilizzazione è stata documentata, la soglia è stata superata da prove di coordinamento e di finanziamento, non dalla sola convergenza delle narrazioni.
Dove si colloca la vulnerabilità
Il punto, allora, non è stabilire se un’interferenza vi sia stata, questione che spetta agli organi competenti e che richiede elementi oggi non pubblici, ma individuare il terreno su cui potrebbe agire. Quel terreno appare economico prima che informativo. Lo shock energetico legato alla crisi in Medio Oriente ha trasformato il prezzo dei carburanti in una variabile politica, e la risposta pubblica è passata attraverso riduzioni temporanee delle accise, prorogate di settimana in settimana e infine esaurite. Ogni scadenza diventa così un momento di tensione prevedibile, e quindi sfruttabile da chi intenda amplificare il malcontento.
Anche la risposta alle proteste merita trasparenza. Il decreto approvato dal Consiglio dei ministri il 22 ottobre prevede 45,2 milioni di credito d’imposta per l’autotrasporto per il periodo marzo-agosto, 60 milioni per settembre e i primi giorni di ottobre, fino a 60 milioni per l’agricoltura e fino a 10 milioni per la pesca: complessivamente circa 175 milioni. Nel dibattito è circolata una cifra molto più elevata, circa un miliardo, di cui la documentazione disponibile non indica la composizione; la quota principale citata riguarda il credito d’imposta già previsto per le domande presentate fino ad agosto. Una distinzione chiara tra risorse nuove e risorse esistenti renderebbe la risposta più leggibile e ridurrebbe lo spazio per narrazioni contrapposte.
Le mobilitazioni di ottobre sembrano trovare una spiegazione sufficiente in fattori interni misurabili: prezzi dell’energia, inflazione, disagio giovanile. Un’amplificazione esterna è plausibile, alla luce di quanto le fonti istituzionali documentano sul periodo precedente, ma la documentazione pubblica non consente ancora di qualificarla, né di attribuirle un ruolo nell’origine o nella direzione delle proteste. Per rafforzare la resilienza del Paese sarebbero utili due strumenti: una valutazione tecnica pubblica, sul modello dei rapporti VIGINUM, che separi con dati il disagio interno dall’eventuale manipolazione; e una politica energetica e fiscale meno legata a misure temporanee, che riduca le scadenze trasformabili in occasioni di tensione. La vulnerabilità più esposta, prima che informativa, è economica: è lì che un’eventuale interferenza troverebbe il proprio punto d’appoggio.

