28/10/2026
Ambiente, Infrastrutture ed Energia, Geopolitica

La sabbia che non arriva: Ostia e la credibilità mediterranea dell’Italia

di Federico Ginocchi

Alla vigilia di COP31, l’Italia si propone al Sud Mediterraneo come partner per l’adattamento climatico. Sulla costa della Capitale, però, pratica da trent’anni il modello che gli scienziati del bacino giudicano costoso e poco efficace, ed è lì che si misura la credibilità della sua offerta.

Il Mediterraneo perde costa più in fretta di quanto i suoi governi riescano ad adattarsi. Secondo la rete di esperti mediterranei sul clima (MedECC), il livello del mare cresce oggi di circa 2,8 millimetri l’anno, il doppio della media del secolo scorso, e potrebbe salire di un metro entro il 2100. Con la popolazione costiera destinata a crescere soprattutto a Sud e a Est, fino a 20 milioni di persone potrebbero subire uno spostamento permanente. L’alleanza MATTCCh, che riunisce 25 organizzazioni della società civile di oltre dieci Paesi mediterranei, chiede perciò a COP31 di trattare l’adattamento come una questione di sicurezza regionale.

Roma ambisce a guidare la risposta. Il 28 settembre la Farnesina ha ospitato la ministeriale dell’Unione per il Mediterraneo che ha adottato una dichiarazione sull’acqua e lanciato la Rome Initiative on Water. Dal 1° febbraio l’Italia è parte contraente del Protocollo sulla gestione integrata delle zone costiere della Convenzione di Barcellona, e a marzo il governo tunisino ha annunciato un programma finanziato dall’Italia per riqualificare otto siti costieri di Gabès. In vista di COP31, che si apre ad Antalya il 9 novembre, l’inviato speciale italiano per il clima, Francesco Corvaro, ha chiesto una conferenza concentrata su attuazione, credibilità e risultati.

La credibilità di chi offre modelli di gestione alla sponda Sud si misura anche su ciò che fa in casa, e la costa di Roma offre il test più vicino. Dopo trentacinque anni di scogliere e ripascimenti, la Regione Lazio ha approvato per Ostia un ripascimento da circa 390.000 metri cubi finanziato con 9,95 milioni di euro di fondi europei e destinato a durare da tre a cinque anni. Questo articolo si chiede se il modello praticato sul litorale della Capitale sia quello che l’Italia può proporre al Mediterraneo. L’ipotesi è che per ora non lo sia, perché Ostia riproduce lo schema di cui il MedECC segnala i limiti, e che il nodo stia meno nella qualità delle opere che nell’assenza di una regia sul sedimento dal bacino del Tevere alla spiaggia.

Il Mediterraneo che arretra

Per l’Italia la tenuta delle coste meridionali del bacino è anzitutto una questione di stabilità. La crescita della popolazione costiera prevista dal MedECC riguarda soprattutto le sponde Sud ed Est, e quindi in larga parte i Paesi nordafricani che Roma considera prioritari per l’energia e i flussi migratori, gli stessi che figurano tra i Paesi pilota del Piano Mattei. Il nesso tra degrado costiero e mobilità resta un’ipotesi da maneggiare con prudenza, ma basta a spiegare perché l’adattamento sia entrato nell’agenda della politica estera.

Sulle coste, tuttavia, l’offerta italiana è ancora poco strutturata. La dichiarazione dell’Unione per il Mediterraneo e il Forum Euromediterraneo dell’Acqua ruotano attorno alla gestione delle risorse idriche. Il programma di Gabès, che il ministro tunisino dell’Ambiente Habib Abid ha presentato ricordando come le spiagge del Paese siano esposte all’erosione e all’innalzamento del mare, finanzia soprattutto aree di balneazione e servizi, con la stabilizzazione di un chilometro e mezzo di dune a Chenini. Sono interventi utili ma puntuali, e lasciano aperta la domanda su quale modello di gestione costiera l’Italia possa proporre ai vicini.

La diagnosi che gli scienziati fanno per il bacino si applica anzitutto all’Italia. Il MedECC osserva che la difesa delle coste si affida spesso a “soluzioni ingegneristiche ad alto costo” con un’efficacia limitata nel lungo periodo, e la penisola ne offre un esempio su scala nazionale. Al 2020 le opere rigide difendevano oltre 1.500 chilometri di costa, il 18% del totale, e la stessa ISPRA riconosce che limitano il ripascimento naturale su interi tratti costieri. Il saldo positivo registrato tra il 2006 e il 2020, con circa 30 chilometri di spiaggia in avanzamento in più di quelli in erosione, è per l’Istituto un probabile effetto di ripascimenti e difese, cioè un equilibrio artificiale che regge finché qualcuno paga per mantenerlo.

Il materiale su cui si regge questo equilibrio è a sua volta una risorsa sotto pressione. L’UNEP stima che dai mari si draghino ogni anno circa 6 miliardi di tonnellate di sabbia e sedimenti, un ritmo vicino alla capacità naturale di ricarica degli ecosistemi costieri. Nel Mediterraneo i depositi sottomarini condividono i fondali con cavi e gasdotti che il Centro Studi ha letto come infrastrutture di sovranità e come asse della proiezione mediterranea del Paese, e al largo del Lazio sono già allo studio nuovi giacimenti, segno che anche la sabbia andrà pianificata prima di essere consumata.

Ostia, la vetrina che non regge

Se l’Italia volesse mostrare ai partner del Sud un proprio caso di gestione costiera, il litorale della Capitale sarebbe il candidato più visibile, ma oggi illustrerebbe soprattutto i limiti segnalati dal MedECC. Le spiagge di Ostia dipendono dalla sabbia che il Tevere porta alla foce, e nel Novecento quell’apporto si è ridotto in modo marcato per effetto di dighe, briglie ed estrazioni di inerti. Lo studio dell’Università di Perugia sul nodo idroelettrico di Corbara-Alviano giudica non realistico recuperare i sedimenti intrappolati negli invasi, e il dato pesa anche contro la tesi qui sostenuta, perché nessuna riforma restituirà al delta la sabbia perduta. Al deficit si è risposto con le difese rigide, che a Fiumicino, sull’altra sponda della foce, secondo l’analisi di Ilaria Falconi (CREA e Società italiana di geologia ambientale), hanno contenuto l’erosione in loco spostandola sottoflutto.

Le competenze tecniche, a Ostia, non sono mai mancate, ma col tempo sono state piegate all’emergenza. Tra il 1989 e il 1991 vi fu realizzata una spiaggia sospesa ancora citata nella letteratura internazionale per la sua buona tenuta. Poi la gestione è scivolata verso la somma urgenza, e lo stanziamento del 2024, cinque milioni per circa 194.000 metri cubi, arrivò nella settimana in cui la Capitaneria vietava la sosta a meno di venti metri dal mare davanti a otto stabilimenti. Le ultime due verifiche ambientali della Regione rendono visibile la logica del rifornimento periodico, con una durata di uno o due anni stimata nel 2023 per circa 190.000 metri cubi e una durabilità tra tre e cinque anni prevista nel 2026 per i 390.000 di Ostia Levante. La spesa vale così tra 2 e 3,3 milioni l’anno per meno di un chilometro e mezzo di spiaggia.

La diagnosi più netta viene dalla stessa amministrazione. Nel verbale istruttorio del 13 marzo 2026, il più esplicito tra gli atti regionali consultati per questo articolo, il Comitato regionale per i lavori pubblici invita a superare la frammentazione delle competenze tra Comune, Regione, Parchi e Consorzi e a passare a manutenzioni periodiche da 10-20.000 metri cubi l’anno. Lo stesso verbale considera prioritario dragare le foci per risolvere i problemi di navigazione e stima in circa 800.000 metri cubi i sedimenti riutilizzabili, cioè la sabbia che alla foce ostacola le barche e sulla spiaggia manca. Qualcosa si è mosso, perché dal 2025 la Regione ha un Piano di difesa della costa da circa 90 milioni e una cabina di regia con l’Università Roma Tre. Quel coordinamento si ferma però alla linea di riva, mentre il destino della sabbia si decide anche negli invasi umbri, nei dragaggi che il porto turistico conduce in proprio e nei progetti di Roma Capitale, che con il Parco del Mare prevede di ricostruire la duna marina.

Dal ripascimento alla regia

Gli strumenti per uscire da questa logica esistono, ma restano sulla carta o lavorano alla scala sbagliata. All’articolo 23 il Protocollo sulle zone costiere impegna le parti all’adozione di misure specifiche per i sedimenti costieri e le opere costiere e chiede una strategia nazionale dotata di costi e di un calendario, ma l’Italia lo ha ratificato con la legge 162 del 2025 e con una clausola di invarianza finanziaria. Il codice dell’ambiente affida alle Autorità di bacino un programma di gestione dei sedimenti pensato per i fiumi, tra i cui obiettivi la costa non compare. In Sicilia il collegamento lo ha imposto l’emergenza, e dopo il ciclone Harry l’Autorità di bacino regionale ha approvato un piano speditivo che destina ai ripascimenti il materiale in esubero negli alvei.

Una via concreta passa proprio dal sistema di Barcellona. I programmi di gestione delle aree costiere del Piano d’azione per il Mediterraneo dell’UNEP, i CAMP, sono stati applicati in Italia a Toscana, Emilia-Romagna e Sardegna e, insieme all’Albania, all’area di Otranto, mai al litorale della Capitale. Il ministero dell’Ambiente, punto di contatto nazionale del Protocollo, potrebbe proporre un CAMP per il delta del Tevere alla prossima conferenza delle parti della Convenzione, attesa nel 2027 e che la Croazia si è offerta di ospitare, lo stesso anno in cui dovrebbe chiudersi il ripascimento di Ostia. Il programma metterebbe allo stesso tavolo Regione, Roma Capitale, Autorità di bacino, porti e gestori delle riserve attorno a un bilancio sedimentario comune, e darebbe all’Italia ciò che oggi manca alla sua offerta verso Sud, un caso nazionale da mostrare ai partner della sponda meridionale.

Ostia è il litorale della Capitale, e il suo caso misura la distanza tra ciò che l’Italia sottoscrive nel Mediterraneo e ciò che pratica a una trentina di chilometri dalla Farnesina. A COP31 la diplomazia italiana chiede una conferenza fondata su attuazione e credibilità, due parole che sul Tevere hanno un significato molto concreto. Gli anni di respiro che il ripascimento dovrebbe garantire sono la finestra in cui si capirà se il Protocollo entrato in vigore a febbraio produrrà una regia sul sedimento o resterà un impegno senza strumenti. Nel secondo caso, tra il 2030 e il 2032 la Regione tornerà a contare i metri perduti, e l’Italia continuerà a proporre al Mediterraneo un modello smentito dalla sabbia che non arriva sulla spiaggia della sua Capitale.