02/11/2026
Diritto e Politica, Europa, Geopolitica, Relazioni Internazionali, Unione Europea

La battaglia per il Tribunale Costituzionale: Tusk e Nawrocki verso la resa dei conti

di Lorenzo Avesani

La crisi del Tribunale Costituzionale del 30 ottobre rappresenta il culmine di uno scontro istituzionale tra poteri contrapposti. Il tentativo del primo ministro Donald Tusk di ripristinare lo Stato di diritto si scontra con l'opposizione del Presidente della Repubblica, Karol Nawrocki, e delle forze di destra nazionaliste. Lo scontro assume i contorni di una resa dei conti politica in vista delle elezioni parlamentari del 2027.

La sera del 30 ottobre, il Tribunale Costituzionale (TK: Trybunał Konstytucyjny) è stato oggetto di uno scontro senza precedenti. Tutto ha avuto inizio quando una giudice, Anna Korwin-Piotrowska, ha disposto la sospensione temporanea dalle funzioni del presidente del Tribunale, Bogdan Święczkowski, e del vicepresidente Bartłomiej Sochański. Il documento motiva il provvedimento contestando l’ostacolo al regolare funzionamento del TK, presunte irregolarità nella composizione dei collegi giudicanti e nell’assegnazione dei giudici relatori, nonché l’esclusione ritenuta arbitraria dei sei giudici eletti dal Sejm il 13 marzo 2026 e insediatisi dopo il giuramento del 9 aprile 2026.

Contestualmente, si è registrata una consistente presenza di agenti di polizia davanti alla sede del TK. Secondo la ricostruzione fornita dal Comando di Polizia di Varsavia, l’intervento sarebbe stato disposto a seguito di due comunicazioni: la prima proveniente dal Procuratore generale, che chiedeva di prestare particolare attenzione alla sicurezza del Tribunale Costituzionale in considerazione delle proteste in corso all’esterno dell’edificio; la seconda inviata da Korwin-Piotrowska, la quale segnalava che le attività programmate all’interno della sede avrebbero potuto comportare seri rischi per l’incolumità dei giudici e problemi di ordine pubblico. Inoltre, il Procuratore generale ha presentato al TK cinque istanze per la revoca dell’immunità di Święczkowski e Sochański. La documentazione è stata consegnata a Korwin-Piotrowska, in quanto giudice del TK con la maggiore anzianità di servizio.

A livello istituzionale, la reazione è stata forte. Il Presidente della Repubblica, Karol Nawrocki, ha cancellato il viaggio per il Senegal rientrando urgentemente nel Paese. Inoltre, ha incontrato il Primo presidente della Corte suprema, Zbigniew Kapiński, e ha favorito l’ingresso di Sochański nell’edificio. Il giorno successivo ha convocato consultazioni urgenti e ha condannato l’evento come “violazione dell’ordine costituzionale”. In particolare, Nawrocki ha avviato un confronto sulla questione con tutti i partiti, ad eccezione di Lewica, che ha declinato l’invito ritenendo il Presidente responsabile della crisi, e di Coalizione Civica (KO), la formazione liberale del primo ministro Donald Tusk, deliberatamente esclusa dal confronto per alimentare lo scontro politico.

A livello politico, l’estrema destra ha mobilitato i propri sostenitori, invitandoli a radunarsi davanti alla sede del TK nella serata del 30 ottobre. I leader dell’opposizione hanno duramente contestato la decisione della giudice costituzionale, accusando i promotori dell’iniziativa e il primo ministro di attuare un “colpo di Stato”. Il leader di Konfederacja, Sławomir Mentzen, ha diffuso un documento del vicecomandante generale della Polizia relativo al mantenimento delle unità di prevenzione in stato di piena prontezza operativa dal 2 all’8 novembre, per insinuare un collegamento tra i due elementi. Tale interpretazione è stata ufficialmente smentita dalla Polizia. Di contro, Tusk ha difeso l’iniziativa come un atto necessario a ripristinare lo stato di diritto e, il 31 ottobre, ha accusato i suoi avversari politici di voler “distruggere lo Stato di diritto e la democrazia in Polonia”.

Una crisi costituzionale profonda

Gli avvenimenti del 30 ottobre 2026 rappresentano il culmine di una profonda crisi istituzionale il cui inizio è antecedente alla coabitazione politica attuale. La questione ebbe origine nel giugno 2015, quando il governo allora guidato da Ewa Kopacz, espressione di Piattaforma Civica (PO), approvò una riforma del TK. Il nodo più controverso riguardava la possibilità di anticipare l’elezione di cinque dei quindici giudici costituzionali, i cui mandati sarebbero scaduti dopo le elezioni parlamentari di ottobre di quell’anno. La situazione precipitò proprio in quel mese poiché il Parlamento uscente, a maggioranza PO, procedette all’elezione dei cinque giudici. Con l’insediamento della nuova maggioranza, guidata dal partito nazionalista Diritto e Giustizia (PiS), quelle nomine furono contestate e il Parlamento procedette a eleggere altri cinque giudici per i medesimi seggi.

Nel dicembre 2015, due sentenze del Tribunale (K 34/15 e K 35/15) stabilirono che il Parlamento uscente aveva legittimamente eletto soltanto tre dei cinque giudici, ossia coloro il cui mandato sarebbe scaduto a novembre. La nomina degli altri due, il cui mandato sarebbe terminato a dicembre, spettava invece al Parlamento successivo. Quest’ultimo, tuttavia, non poteva rimettere in discussione la legittimità delle tre nomine legittimamente effettuate dal Parlamento precedente. Inoltre, venne stabilito che il presidente della Repubblica non poteva rifiutarsi di ricevere il giuramento dei giudici legittimamente nominati e che il loro mandato decorreva dal momento dell’elezione parlamentare, non da quello del giuramento.

Le sentenze non furono rispettate dai governi PiS in carica dal 2015 al 2023. L’allora Presidente della Repubblica Andrzej Duda, figura allineata al PiS, si rifiutò di ricevere il giuramento dei tre giudici riconosciuti come regolarmente eletti, mentre aveva ricevuto quello dei tre nominati dalla nuova maggioranza per occupare posti già legittimamente assegnati. L’episodio fu solamente il primo di una serie di interventi che, negli anni successivi, avrebbero trasformato il TK compromettendone l’indipendenza, la capacità di esercitare la funzione di controllo di costituzionalità e le garanzie disciplinari dei suoi componenti. Le riforme del sistema giudiziario furono oggetto di scontro con l’Unione europea (Ue), che denunciò il deterioramento dello Stato di diritto nel Paese.

Dopo le elezioni parlamentari dell’ottobre 2023, il nuovo governo guidato da Tusk si è impegnato a ripristinare lo Stato di diritto e ricucire i rapporti con l’Ue, anche al fine di sbloccare i fondi del Recovery Fund, il cui accesso era stato subordinato proprio al superamento delle criticità del sistema giuridico. Ciononostante, i progressi rimangono limitati. L’ostacolo più significativo è rappresentato dai poteri del Presidente della Repubblica che può porre il veto sulle leggi approvate dal Parlamento. In teoria, l’ostacolo potrebbe essere superato solo con una maggioranza dei tre quinti del Sejm, la camera bassa del Parlamento polacco. All’atto pratico, l’attuale governo non dispone di questa maggioranza. Prima Duda e, dal 2025, Nawrocki, entrambi sostenuti dal PiS, hanno ostacolato le iniziative del governo in materia di giustizia.

Inoltre, un secondo terreno di scontro, da cui è scaturito l’episodio ivi analizzato, riguarda il rifiuto di Nawrocki di ricevere il giuramento di quattro dei sei nuovi giudici del TK eletti dal Sejm il 13 marzo 2026. I quattro giudici contestati hanno, quindi prestato giuramento in Parlamento il 9 aprile trasmettendo successivamente gli atti alla Presidenza. La procedura è stata contestata da Nawrocki e dal TK. In particolare, con la sentenza K 3/26 del 12 maggio 2026, il Tribunale ha dichiarato incostituzionale l’interpretazione della norma che impone al Presidente della Repubblica di ricevere il giuramento dai giudici eletti dal Sejm. Richiamandosi a tale pronuncia, l’allora presidente del TK, Święczkowski, ha impedito ai quattro giudici che avevano prestato giuramento secondo tale modalità di partecipare ai lavori.

Di contro, il governo ha sollevato il caso a livello europeo. Già prima della sentenza K 3/26, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Corte EDU) ha ordinato alle autorità polacche tramite “misura provvisoria” di non impedire a quattro giudici neoeletti di assumere le loro funzioni presso il TK. Successivamente, la Commissione di Venezia, organo consultivo del Consiglio d’Europa, ha pubblicato il 13 ottobre un parere nel quale ha chiarito che il ruolo del Presidente nella cerimonia di giuramento ha natura prevalentemente simbolico e viene esercitato in qualità di Capo dello Stato, non nell’ambito delle sue funzioni esecutive. La Commissione ha inoltre sottolineato che l’assenza della partecipazione fisica del Presidente non altera, di per sé, la ripartizione costituzionale dei poteri, dal momento che la Costituzione polacca non gli attribuisce alcun ruolo nella procedura di giuramento dei giudici costituzionali. In altre parole, il giuramento dei giudici non dipende dalla partecipazione del Presidente della Repubblica e non costituisce, dunque, un passaggio necessario per l’assunzione delle loro funzioni.

Dalla battaglia legale a quella elettorale

Al di là della controversia giuridica, la crisi è prettamente politica. Le parti coinvolte si rivolgono reciprocamente la medesima accusa ovverosia di strumentalizzare il potere giudiziario per perseguire obiettivi politici. Da un lato, il governo Tusk fonda i propri tentativi di riforma sulle pronunce delle istituzioni giudiziarie europee, che hanno evidenziato gravi criticità nel sistema giudiziario polacco. Nel caso di specie, non c’è, ad oggi, una sentenza definitiva vincolante perché la “misura provvisoria” della Corte EDU è un provvedimento urgente che viene adottato ai sensi della Regola 39 del proprio Regolamento, volto a tutelare temporaneamente i diritti dei ricorrenti in attesa di una pronuncia. Parallelamente, il parere della Commissione di Venezia ha natura solamente consultiva e non predetermina l’esito del procedimento dinanzi alla Corte EDU, la quale opera in maniera autonoma.

Sul piano politico, Tusk può contare su un consenso elettorale relativamente elevato per il suo partito che nei sondaggi si mantiene in testa. Inoltre, il governo in carica beneficia del sostegno della Commissione europea, che ha preso posizione a favore delle prerogative del Sejm. Tuttavia, il quadro in vista delle elezioni parlamentari del 2027 rimane difficile poiché il giudizio sull’operato del governo è sensibilmente più negativo poiché incapace di portare avanti la trasformazione istituzionale che ha promesso nel 2023. Il governo si trova davanti a un dilemma particolarmente delicato: ripristinare lo Stato di diritto rispettando rigorosamente le procedure previste dall’ordinamento con il rischio di lasciare in piedi parte dell’assetto istituzionale ereditato dal PiS o intervenire in maniera drastica, alimentando contestazioni sulla legittimità delle proprie iniziative.

Dall’altro lato, Nawrocki utilizza le prerogative della Presidenza della Repubblica per sostenere le posizioni dell’attuale opposizione, il cui operato ha contribuito significativamente all’indebolimento dello Stato di diritto in Polonia. In tal senso, l’operato del Presidente è indirizzato a ritagliarsi un ruolo di federatore delle forze nazionaliste. Gli ultimi avvenimenti potrebbero potenzialmente offrire un’occasione per ricompattarsi e trovare una possibile base comune per un’alleanza. Unendo le proprie forze, infatti, potrebbero colmare il divario percentuale con KO e, di conseguenza, annullare il distacco anche in termini di seggi, soprattutto alla luce del forte calo di consensi registrato dagli alleati dell’attuale esecutivo. Dunque, le elezioni del prossimo anno si riveleranno una resa dei conti per vedere quale indirizzo prenderà lo Stato di diritto in Polonia.