La vittoria democratica in entrambe le Camere apre una nuova fase nei rapporti tra Congresso e Casa Bianca. Dall’Iran all’Ucraina, alle relazioni con gli alleati e la politica commerciale, il nuovo Congresso avrà a disposizione strumenti concreti per incidere sull’agenda internazionale di Trump: dal controllo degli stanziamenti militari e degli aiuti a Kyiv alla possibilità di rafforzare le sanzioni contro Mosca, fino alla supervisione delle operazioni militari e alla conferma delle principali nomine diplomatiche. Resta da capire fin dove i Democratici riusciranno a spingersi nel limitare il margine d’azione della Presidenza.
Una nuova geografia politica per i democratici
Se si osserva il nuovo assetto che avrà il Congresso a partire da gennaio 2027, si può intuire che avrà degli effetti anche sulla politica estera americana. Per capire quale direzione potrebbe prendere il Partito Democratico nei prossimi mesi, è utile partire dai senatori che hanno ottenuto le vittorie più significative e che si sono imposti maggiormente sulla scena politica. Le loro posizioni di politica estera offrono una prima indicazione dell’aria che tira nel nuovo Congresso e di quanto le ambizioni democratiche si discostino dall’agenda di Trump.
Il protagonista di una delle vittorie più significative per i Democratici in queste midterm è James Talarico, progressivechristian fervente sostenitore del multilateralismo, che si è opposto saldamente alla politica tariffaria di Trump e alla riduzione della cooperazione tra gli Stati Uniti e i suoi alleati o partner storici. Con la sua vittoria i Democratici sono riusciti a strappare ai Repubblicani un seggio che da tempo era nelle loro mani. In politica estera, Talarico ha una visione riconducibile all’internazionalismo liberale democratico, fondato sul sostegno alla NATO, alla cooperazione con i partner storici e alla difesa dell’Ucraina. Pur sostenendo il mantenimento della leadership americana, si oppone all’unilateralismo e all’interventismo militare di Trump, privilegiando il dialogo diplomatico e il rafforzamento delle alleanze.
Un altro risultato significativo è quello ottenuto in Michigan da Abdul El-Sayed, rappresentante dell’ala più progressista del partito, figlio di immigrati egiziani, primo musulmano a ricoprire questo incarico nella storia degli Stati Uniti. El-Sayed ha focalizzato molta della sua retorica intorno alla questione israelo-palestinese, opponendosi al sostegno militare a Israele e proponendo un embargo sulle forniture di armi. Per la questione iraniana è un forte sostenitore della via diplomatica e più in generale ha una visione internazionalista e tendenzialmente più critica nei confronti dell’interventismo e del supporto militare incondizionato a paesi come Israele, Arabia Saudita ed Egitto.
Un’altra figura da considerare, soprattutto per le posizioni sul conflitto israelo-palestinese, è Peggy Flanagan, neoeletta senatrice del Minnesota. Esponente dell’ala progressista democratica, ha mosso forti critiche alla politica del governo Netanyahu e si è distinta per la contrarietà alla fornitura incondizionata di armi a Israele, Arabia Saudita e Egitto.
Un profilo diverso, ma particolarmente rilevante per il dossier ucraino, è quello di Sherrod Brown, che torna al Senato dopo aver perso il seggio nel 2024. Durante la sua precedente esperienza parlamentare si è distinto per il sostegnoall’assistenza militare ed economica a Kyiv e per la promozione di misure sanzionatorie contro Mosca. Brown ha sostenuto il pacchetto di aiuti per la sicurezza nazionale approvato dal Senato nel 2024 e si è espresso a favore dell’utilizzo di sanzioni e controlli sulle esportazioni per contrastare l’aggressione russa. Il suo ritorno a Washington rafforza quindi la presenza di quella componente democratica favorevole al mantenimento di un sostegno concreto all’Ucraina e a esercitare una maggiore pressione economica sulla Russia.
Questi insieme ad altri personaggi, mostrano come al Congresso (e quindi per l’elettorato) prevalga una visione della politica estera di Washington molto diversa da quella voluta da Trump. Tralasciando le specificità di ogni candidato, i neo eletti senatori criticano apertamente la guerra in Iran, mettono in dubbio la stretta partnership con Israele, riconoscono la necessità di continuare a fornire armi e aiuti all’Ucraina e auspicano per il paese una posizione di forza reale in eventuali colloqui di pace. Oltre a ciò, non mettono in dubbio le alleanze storiche né il ruolo di garante dell’ordine internazionale degli Stati Uniti e vedono in ruolo della NATO in modo costruttivo.
Il containement democratico alla politica trumpiana
La politica estera americana è il risultato di un equilibrio tra la presidenza e il Congresso. e la Casa Bianca mantiene la direzione della diplomazia e delle relazioni internazionali, il Congresso può condizionarne concretamente le scelte attraverso l’approvazione dei finanziamenti, delle sanzioni, degli aiuti militari e delle autorizzazioni all’uso della forza. Il Senato, in particolare, dispone di poteri esclusivi sulla ratifica dei trattati internazionali e sulla conferma delle principali nomine diplomatiche e governative. Alla luce di ciò, i risultati delle midterm potrebbero dunque influenzare almeno in parte l’aspetto della posizione internazionale americana.
Per quanto riguarda l’Iran, il Congresso ha tra le sue facoltà quella di limitare i fondi per specifiche operazioni militari e fare attività di oversight su queste. Laddove le decisioni operative ed il comando viene comunque esercitato dalla presidenza, un congresso a guida democratica può porsi da ostacolo ai piani della presidenza.
Secondo una stima del CENTCOM, resa nota il 27 ottobre, il costo dell’operazione Epic Fury ha raggiunto 47,1 miliardi di dollari a ottobre, soprattutto a causa del consumo di munizioni e della necessità di sostituire gli armamenti impiegati. Ci sono poi importanti provvedimenti finanziari ancora in sospeso. Tra questi, la richiesta supplementare di 87,6 miliardi di dollari presentata dalla Casa Bianca al Congresso il 24 giugno, di cui circa 67 miliardi destinati al Dipartimento della Difesa, principalmente per coprire i costi delle operazioni in Iran e ricostituire le scorte militari. A questa si aggiunge la richiestadi portare il bilancio della difesa per il 2027 a 1.500 miliardi di dollari, attraverso 1.150 miliardi di stanziamenti ordinari e ulteriori 350 miliardi di finanziamenti straordinari. Entrambe le iniziative sono ancora in attesa di approvazione parlamentare. Con il nuovo Congresso a maggioranza democratica, la decisione su questi finanziamenti diventa quindi anche una questione politica. I Democratici potranno opporsi ai nuovi stanziamenti, chiedere condizioni più restrittive e sottoporre l’Amministrazione a maggiore controllo parlamentare, mettendo potenzialmente in difficoltà le ambizioni riguardo la guerra in Iran.
Il Congresso può inoltre incidere sulla politica commerciale dell’Amministrazione. La Costituzione gli attribuisce il potere di regolamentare il commercio con l’estero e di imporre dazi. Entrambe le Camere possono quindi intervenire sulla legislazione tariffaria, modificando o limitando le basi legislative delle misure adottate dalla presidenza. Anche su questo fronte, una maggioranza democratica potrebbe esercitare pressioni sull’agenda protezionistica di Trump, sebbene la possibilità di modificarne concretamente le scelte dipenda dall’approvazione di nuove leggi e dall’eventuale veto presidenziale.
Un terreno sul quale il nuovo Congresso potrebbe esercitare un’influenza significativa è quello del sostegno all’Ucraina e delle sanzioni contro la Russia. Il potere di approvare gli stanziamenti per gli aiuti militari e finanziari spetta a entrambe le Camere: attraverso le commissioni per gli stanziamenti, i parlamentari possono decidere quali risorse destinare all’assistenza internazionale, stabilire le modalità di erogazione e introdurre condizioni sul loro utilizzo. Una maggioranza democratica potrebbe promuovere nuovi pacchetti di sostegno a Kyiv, contrastando un eventuale ridimensionamento dell’impegno americano e cercando di garantire all’Ucraina una posizione negoziale più solida.
Anche sul fronte delle sanzioni il Congresso dispone di strumenti importanti. Può approvare nuove misure legislative contro Mosca, rafforzare le restrizioni finanziarie e commerciali già esistenti e rendere più difficile per la presidenza modificarle o revocarle unilateralmente. Il Senato, attraverso la Commissione per le Relazioni Estere e quella per le Banche, può inoltre esercitare pressioni sull’Amministrazione affinché mantenga una linea più rigorosa nei confronti del Cremlino. La presenza di figure come Sherrod Brown, che hanno già sostenuto l’uso delle sanzioni come strumento di pressione sulla Russia, potrebbe contribuire a portare avanti questo obiettivo. Non si tratta, tuttavia, di un potere esclusivo del Senato: l’approvazione di nuove misure legislative richiede il consenso di entrambe le Camere e la promulgazione presidenziale, salvo un eventuale superamento del veto.
Nel complesso, il nuovo Congresso potrebbe rappresentare un importante contrappeso all’agenda internazionale di Trump. Senza sostituirsi alla Casa Bianca nella conduzione della politica estera, i Democratici avranno la possibilità di limitarne il margine d’azione attraverso il controllo dei finanziamenti, delle nomine, dell’attività legislativa e degli impegni internazionali. La portata effettiva di questo potere dipenderà però dalla capacità del partito di mantenere una posizione unitaria e, su alcuni dossier, di costruire maggioranze sufficienti a superare l’opposizione presidenziale.

