Dalla Corea al Vietnam. Non รจ la prima volta che gli Stati Uniti uscirebbero perdenti (o come minimo non vincitori in termini assoluti) da un conflitto armato. Almeno questa sarebbe la prospettiva se si realizzasse un ritiro negoziato con i Talebani, la cui rimozione dal potere era lโobiettivo principale dellโintervento cominciato 18 anni fa in Afghanistan. Ma per Donald Trump รจ giunto il momento di porre fine alla perdita di vite e soldi americani ed intavolare un processo di pace.
Prima di entrare nel merito della questione รจ importante un accenno storico. Gli USA entrano in Afghanistan nel 2001 autorizzati da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che concede un intervento militare su prerogative di auto-difesa contro lโAfghanistan. Il paese venne, infatti, ritenuto responsabile dellโattacco terroristico contro le Torri Gemelle da parte del gruppo Islamico Al-Qaeda โ allโepoca guidata da Osama Bin Laden che dopo lโesilio in Sudan si era rifugiato in Afghanistan con il placet del regime dei Talebani. Lโazione americana fu accompagnata da alcuni membri della NATO e da una coalizione internazionale nota come lโInternational Security Assistance Force (ISAF), con lโItalia come contribuente primario. In una prima fase, lโintervento militare diede un duro colpo ai Talebani, spodestandoli, e consentรฌ lo svolgimento di elezioni democratiche che videro vincere Hamid Karzai come primo Presidente della Repubblica Islamica di Afghanistan nel 2004. Seppure in guerra, il paese ha visto degli sviluppi proporzionalmente considerevoli tra cui la diminuzione delle malattie come la poliomielite (dati 2019 OMS), insieme ad un miglioramento della libertร di stampa ed un innalzamento del tasso di scolarizzazione femminile (fonte USAID 2019), cose a cui i talebani sono ideologicamente opposti. Ma negli anni la guerriglia dei talebani ha dimostrato una resilienza tale che ora hanno il controllo di unโarea ben piรน ampia di 18 anni fa, continuando ad infliggere danni elevatissimi. Solo nei primi tre mesi di questโanno, secondo lโOnu, sono stati uccisi 581 civili e quasi 1.200 feriti. Questo ha permesso agli insorti di ottenere una leva determinante per sedersi ad un tavolo di negoziato con gli USA.
Dopo mesi di colloqui iniziati, interrotti e ripresi, allโinizio di luglio i leader dei Talebani e gli USA, tramite il loro negoziatore scelto Zalmay Khalilzad, sembrano aver quasi finalizzato gli accordi definiti di โpaceโ. Tali accordi vanno divisi in due fasi. Il primo che concerne piรน direttamente i Talebani e gli USA, volto a terminare le operazioni militari contro i Talebani. Lโesclusione della partecipazione del governo Afghano a questi colloqui suscita tuttโora scetticismo e critiche. Il secondo invece, che dovrebbe iniziare a settembre, vedrebbe idealmente Talebani e Governo congiungersi per delineare un nuovo sistema politico ed ordine costituzionale afghano.
Nel primo caso, le tempistiche e la dimensione del ritiro ancora devono essere perfezionate. Per ora si parla di un ritiro immediato di 5mila uomini sui 14mila ancora presenti nel paese e il resto nell’arco di 18 mesi. Il nocciolo delle trattative si incentra dunque sulla rimozione dellโampio contingente militare statunitense (e di conseguenza anche quello straniero, Italia compresa) presente sul territorio Afghano in cambio di garanzie che il paese non ospiterร piรน basi di fondamentalisti islamici ne darร rifugio a terroristi di qualsiasi altra natura (si veda il caso di Bin Laden). Questa ipotesi rimane unโincognita specialmente visto il recente attentato rivendicato dallโISIS dello scorso 18 Agosto durante un matrimonio a Kabul che ha portato alla morte di 63 persone. Sebbene i Talebani non siano stati coinvolti, lโevento dimostra come tuttavia non ci sia un piano delle milizie integraliste per contrastare e condannare altri gruppi islamici come Al-Qaeda o la โRepubblica Islamica di Korasanโ (il gruppo Afghano affiliato allโISIS). Specialmente senza una garanzia di un potere forte sul terreno, questa promessa rimarrebbe senza sostanza. Inoltre, rimuovendo le loro basi militari gli Stati Uniti perderebbero la loro penetrazione geo-strategica nella regione che sinora ha aiutato a mantenere la sua elevata presenza in una zona ad alta competizione di investimenti economici e geopolitici per il passaggio di pipeline di petrolio e del gasdotto TAPI. Per il generale Mark A. Milley ritirare troppo presto le truppe americane dallโAfghanistan sarebbe un โerrore strategicoโ, ha affermato lโ11 Luglio, evidenziando la posizione del Pentagono che rimane divergente da quella della CIA โ piรน vicina alle prerogative del Presidente.
Dal lato interno, sarebbe previsto da quanto emerge dalle discussioni diplomatiche tenutesi a Doha con la mediazione americana, che si instaurerebbe un sistema di power-sharing tra rappresentati dellโattuale governo e membri dei Talebani. Questo richiederร delle riforme sostanziali attraverso una concertazione tra tutte le parti del popolo Afghano. Il rischio รจ che tali dinamiche verranno condizionate da rapporti di forza ed il governo attuale, che verrร indebolito dall’assenza dellโombrello protettivo statunitense, dovrebbe confrontarsi con dei Talebani rafforzati sul terreno e legittimati politicamente. Lโapparato di sicurezza afghano rimane sottorganico e vulnerabile agli attacchi dei Talebani, i quali invece attraverso il mercato dellโoppio hanno ricavi economici considerevoli e contano su migliaia di reclute devote alla loro causa (pronte anche a farsi esplodere). Altrettanto importante รจ la questione delle donne e come verranno considerati i loro diritti all’interno di una Repubblica Islamica guidata insieme a dei Talebani che a riguardo vogliono imporre le loro condizioni ideologiche, ma per le milizie islamiche tutti questi elementi verranno trattati con il Governo tassativamente dopo gli accordi presi con gli americani.
Una chiave di lettura importante per capire ciรฒ che sta accadendo รจ guardare il clima elettorale sia in Afghanistan che negli Stati Uniti. Trump, da parte sua vuole mantenere le sue promesse ai suoi elettori repubblicani (tra cui i Veterani). Chiudendo la partita in Afghanistan in vista delle Presidenziali del 2020 si rafforzerebbe la sua posizione da leader capace produrre risultati. Donald Trump deve compattare e ricucire la sua base elettorale evitando di dare spazio a critiche da parte dei suoi avversari politici tanto Democratici quanto Repubblicani. In Afghanistan invece le prossime elezioni si dovrebbero svolgere a breve, il 28 Settembre. Questo paletto serra il tempo giร ristretto per raggiungere un accordo di grande dimensione. Il problema รจ che un cambio dellโesecutivo (avvenimento probabile vista lโimpopolaritร dellโattuale Presidente Ghani) a ridosso delle trattative con i Talebani non sarebbe cosa da loro gradita โ infatti hanno ripetutamente minacciato di fare stragi qualora si andasse al voto. Quindi mentre per Trump la pressione sale, i Talebani non esitano a farla sentire ancora di piรน.
Trattare con degli estremisti richiede tempo e servono vere assicurazioni (che forse non si vedranno mai?). Dando ai Talebani il consenso politico per avviare le trattative senza accompagnare il (vero) processo di pace interno da forze moderate e democratiche sarebbe una mossa frettolosa e pericolosa. Ma tanto per gli afghani quanto per Trump il futuro dellโAfghanistan va lasciata in mano agli afghani senza interferenze. Tuttavia, lโAfghanistan rimane un paese altamente diviso tra molteplici etnie (pashtun, tagiki, hazara etc.) configurate da tribรน guerriere. Si parla, inoltre, del ritorno del figlio di Ahmad Massud, figura che fu capace di unificare lโAfghanistan e tenendo a bada i Talebani, ma ciรฒ riaprirebbe vecchie ferite e anche prospettive di guerra civile. Il paese ha bisogno di pace, e il ritiro americano potrebbe essere la chiave di svolta in tal senso, ma la pace per essere duratura richiede calma, non fretta. Nel frattempo, il sangue degli afghani continuerร a colare per le strade di Kabul.
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