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TematicheItalia ed EuropaAngela Merkel. Appunti di geopoltica liberale

Angela Merkel. Appunti di geopoltica liberale

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Geopolitica e liberalismo sono due concetti, due sistemi di pensiero differenti difficilmente conciliabili. La geopolitica è il regno degli ‘stati potenza’, ovvero dei soggetti che hanno il monopolio della forza e che minacciano di usarla o la usano a difesa del loro interesse, se necessario al di là di regole e norme. E’ l’ambito della politica di potenza e degli ‘ordini’ westfaliani.

Il liberalismo è la dottrina dello stato costituzionale, dello stato di diritto e della ‘rule of law’: là la forza e la violenza in ultima istanza sono proprie del potere dello stato-potenza; qui sono legittime solo se esercitate nel campo del diritto, della costituzione, della legge. La geopolitica è il dominio dello stato di eccezione, lo stato liberale è il regno kelseniano. Geopolitica e liberalismo quindi sono due ambiti e ordinamenti non solo diversi ma opposti. La loro relazione è alquanto difficile. Ma la geopolitica è il cuore della politica internazionale e della politica fra gli stati sovrani dispiegata sul territorio concreto della geografia: come si concilia la geopolitica con gli stati costituzionali e con la democrazia liberale?

Con la separazione fra due sfere molto delicate: la sfera della politica interna, dove vige lo stato costituzionale e di diritto; la sfera della politica internazionale dove, in ultima istanza, vige la politica di potenza, ovvero lo stato di eccezione. Le democrazie costituzionali liberali occidentali vivono, o hanno vissuto, e prosperato grazie a questa separazione istituzionale e culturale. La relazione fra geopolitica e liberalismo quindi è possibile, storicamente e teoricamente, ma rimane comunque difficile e poco digeribile, specialmente per i palati liberali. Ma il mondo multi-connesso, multi-conflittuale, multi-variegato della globalizzazione ha cambiato drasticamente le carte in tavola. Nel mondo precedente, istituzioni internazionali liberali avevano iniziato a insediarsi, pur sempre nell’ambito di un ordinamento caratterizzato ampiamente dallo stato di eccezione: in ultima istanza la politica di potenza e l’interesse dello stato sovrano avevano la precedenza. Nel mondo globalizzato, connesso, conflittuale, variegato di oggi, si impongono forti e legittime istituzioni globali che regolano anche l’uso della forza.

Sia essa la crisi pandemica, siano esse le gravissime contraddizioni economiche, siano esse le crescenti e pericolose disuguaglianze sociali ed economiche di ricchezza e di opportunità a livello mondiale e nell’ambito delle economie nazionali, siano essi i dossier ambientali e climatici, questo mondo multi-connesso delle catene del valore e delle reti, multi-conflittuale e multi-variegato richiede una ‘governance’, ovvero un governo politico e giuridico globale. Esso richiede istituzioni

globali forti e legittime, liberali o ‘a-liberali’. La connessione indigesta fra geopolitica e liberalismo si scopre indispensabile, se siamo interessati a un mondo con forti istituzioni liberali: stati costituzionali nazionali senza istituzioni globali liberali semplicemente non sono più plausibili, a lungo andare. Serve quindi una ‘geopolitica liberale’. Finora sarebbe stata una contraddizione

in termini, oggi è una necessità storica. La costruzione geopolitica della Cancelliera tedesca è, nella prassi ovvero nel divenire concreto dei processi storici, quindi senza alcuna teorizzazione, proprio questo: il tentativo più importante oggi in corso in ‘Occidente’ di costruzione di una ‘geopolitica liberale’.

Nel mondo di oggi, la Cina sta cercando di disegnare un suo ‘ordine’ mondiale di regole globali, un ordine figlio della sua lunga storia civile, un ordine di carattere multilaterale ma ‘neo-tributario’. E’ una concezione multilaterale ma gerarchica e fondato sul ‘Regno di Mezzo’. Gli Stati Uniti, a loro volta, sono tuttora prigionieri dell’’impero liberale’, la Germania e l’Europa propongono invece una ‘geopolitica liberale’. La costruzione geopolitica liberale della Cancelliera, in origine, si è fondato su due pilastri: una politica del bilanciamento complesso di relazioni con i diversi attori globali; la costruzione di istituzioni globali liberali. La Cancelliera da un lato ha mantenuto e allargato la relazione di amicizia ed alleanza con gli Stati Uniti nel quadro di una ‘comunità di valori’; con essa ha cercato di ‘bilanciare’ la relazione di cooperazione energetica ed economica con la Russia. La Germania da sempre ha un rapporto molto particolare con la Russia, anche per la forte reciproca complementarietà economica e politica, ma per essere politicamente sicuri di questo rapporto, Berlino aveva interesse a consolidare l’alleanza con gli Stati Uniti. Tutto ciò però non esauriva la struttura del bilanciamento complesso della Cancelliera, tutt’altro: da un lato c’era il bilanciamento fra alleanza con gli Usa e cooperazione con la Russia. Dall’altro lato c’erano queste relazioni con Usa e Russia e i rapporti emergenti di intensa cooperazione con gli attori asiatici, Cina e Giappone. Era dunque un doppio bilanciamento complesso, che andava avanti assieme alla costruzione di istituzioni liberali sul modello dell’Unione Europea.

Questa era, in estrema e sommaria sintesi, la costruzione geopolitica liberale di Angela Merkel, nella sua versione originaria. Al centro vi erano i negoziati politici e le istituzioni liberali: ovvero al centro vi erano alcune tipiche procedure di democrazia liberale. Il liberalismo entrava nella geopolitica in modo ‘strutturale’. Ma tutto ciò avveniva sotto un potente ombrello di rassicurazione, quello dell’’Impero liberale’ americano. La sicurezza strategica era in qualche modo assicurata dagli Stati Uniti; cooperazioni e istituzioni liberali erano il prodotto benigno della costruzione merkerliana. Tutto ciò è rapidamente cambiato profondamente a causa della crescente ‘inaffidabilità’ americana, esplosa con l’amministrazione Trump che in realtà allignava da tempo nel cuore dell’’Impero’ americano. L’Impero liberale in realtà non è più sostenibile né a livello economico né tanto meno a livello politico da parte degli Stati Uniti. America First e inaffidabilità, quindi, hanno preso piede; e hanno imposto, ovviamente, apprendimento, innovazione, evoluzione alla costruzione geopolitica liberale di Angela Merkel. Tutto ciò è sempre avvenuto nella prassi, quindi sostanzialmente senza alcuna teorizzazione politologica.

Non a caso, la Cancelliera ha iniziato a parlare della necessità dell’Europa di prendere il destino nelle proprie mani. A quel punto si è imposta l’evoluzione della costruzione geopolitica. Il bilanciamento è diventato molto più sofisticato; la costruzione di istituzioni internazionali liberali è diventato il tentativo di plasmare un ordine multilaterale globale liberale; il tutto con l’aggiunta del ‘rafforzamento’ domestico, l’’euro-sovranità’ digitale, sanitaria, tecnologica. La costruzione Merkel2.0 prevede ora il bilanciamento non solo delle differenti relazioni con gli altri attori globali, ma un bilanciamento continuo fra elementi diversi nella stessa relazione che assume allo stesso tempo caratteri di partnership o alleanza, caratteri di competizione economica ed anche ideologica, caratteri di rivalità o almeno di diversità di modelli politici. Da questo punto di vista può essere estremamente indicativo l’approccio tedesco ed europeo verso la Cina, che viene considerata allo stesso tempo come partner negoziale importante per commercio, clima, sanità, crisi economiche; come competitore economico e politico anche duro; e infine come rivale di modello politico. La combinazione di questi elementi ovviamente può variare nel tempo ma la loro logica unitaria rimane fondamentale in una costruzione di geopolitica liberale.

Ciò a ben guardare vale anche per la relazione con gli Stati Uniti, grande alleato nella ‘comunità di valori’ occidentale: gli Stati Uniti di fatto sono per la Germania merkeliana (e per l’Europa neo-renana) alleati strategici e militari chiave, una grande nazione amica nonché partner commerciali importanti, ma sono anche competitori economici (e ideologici) anche duri. E costituiscono al di là della retorica un modello di sistema politico e sociale diverso dal ‘modello sociale europeo’. I tre mattoni fondamentali delle relazioni globali nella geopolitica liberale ci sono tutti anche nel rapporto con gli Stati Uniti. Ciò non è un caso: il mondo della globalizzazione infatti da un lato è fortemente connesso e pone sfide planetarie di carattere economico o non direttamente economico. E quindi richiede ‘governance’, cooperazione, partnership con tutti i grandi attori, sistemi politici a Partito stato compresi. Dall’altro lato però è dominato da profonde faglie e fratture sociali, storiche, politiche e di altro tipo che possono essere ‘regolate’ nell’ambito delle competizioni e di una certa dose di rivalità.

Il mondo multi-connesso, multi-conflittuale, multi-variegato impone quindi approcci sofisticati con quei tre mattoni. ‘Dobbiamo bilanciare interessi e valori’, ha spiegato la stessa Cancelliera: appunto dobbiamo implementare un ‘bilanciamento’ molto sofisticato che richiede grande capacità di governo, forte organizzazione delle risorse geopolitiche civili, e forte identità geopolitica. Ma tutto ciò non basta: la Germania merkeliana vuole ‘plasmare’ un ordine globale multilaterale liberale, fondato cioè su regole di diritto valide per tutti ovviamente. Il liberalismo entra pienamente nella geopolitica anzi cerca di egemonizzarla. Come possono stare assieme elementi così differenti, potenzialmente così contraddittori e antagonistici di cooperazione, competizione, rivalità, il tutto nella cornice dell’ambizione di un ordine globale multilaterale liberale? Sembra una equazione impossibile. E lo è senza un terzo e fondamentale elemento: il ‘rafforzamento’ domestico. Per la Germania, ciò significa ovviamente il rafforzamento europeo o ‘eurosovranità’. Il rafforzamento rende plausibile le combinazioni di quegli elementi a prima vista antagonistici. Rafforza i soggetti nelle competizioni e quindi consente un livello accettabile di cooperazione: evita le derive della sana competizione verso la non sana ‘concorrenza estrema’ o, meglio per essere più chiari, verso il conflitto quasi-bellico. Insomma, di fronte all’ascesa di Huawei non servono politiche di sanzioni e di diplomazia coercitiva che in primo luogo danneggiano i paesi e le economie che le adottano, ma servono tanti campioni tecnologici europei o occidentali più competitivi della Huawei cinese.

La costruzione geopolitica liberale è sofisticata ma sembra essere anche adeguata per un mondo così connesso e così conflittuale. Per capire meglio le cose dobbiamo ricordare che la Germania, con la devastante sconfitta del totalitarismo nazista e della seconda guerra mondiale è diventata una ‘grande potenza civile’. Ovvero una grande potenza post-westafaliana, un grande attore che rifiuta l’uso unilaterale della forza al di là delle istituzioni internazionali e che fonda la sua influenza geopolitica su risorse economiche, politiche, civili, culturali; non su quelle militari, paramilitari, ‘imperiali’. Le ‘grandi potenze civili’ ci fanno entrare nell’era ‘post-imperiale’. Il mondo globalizzato sembra dover diventare, per essere governabile, un mondo ‘post-imperiale’. La geopolitica liberale in questo senso acquisisce ulteriore senso: è la geopolitica delle potenze civili, ovvero dei nuovi attori globali del mondo multi-connesso. O per meglio dire è una delle geopolitiche post-imperiali possibili. Venere contro Marte? E’ una lettura superficiale, sommaria, propagandistica, (neocon ovviamente). In realtà siamo di fronte semplicemente ai mezzi prevalenti differenti di tipi di attori: mezzi delle ‘potenze’ civili caratteristiche del mondo globalizzato, mezzi delle potenze ‘imperiali’ proprie del mondo dei Limes dominanti. Ovviamente il confine fra potenze civili e potenze classiche, tra mondo globale e mondo dei Limes non può essere netto, specialmente nella nostra attuale epoca di transizione ma esso individua processi e caratteri significativi.

Nel mondo della globalizzazione, le potenze civili sono più congrue di quelle meramente imperiali: anch’esse difendono con estrema durezza i propri interessi ma con mezzi diversi. Senza interventi militari o una loro minaccia al di fuori di istituzioni internazionali, ad esempio. E’ intrigante annotare anche che questa caratteristica della Germania (e del Giappone, NB) come ‘grandi potenze civili’ sia un prodotto preciso dell’azione politica di riforme e di intervento degli Stati Uniti dal dopoguerra in poi. Washington dovrebbe considerare ciò un grandissimo risultato della politica americana. Purtroppo, Washington oggi non pare gradire affatto questa crescita delle grandi potenze civili occidentali: tutt’altro, li vede piuttosto come concorrenti politici ed anche di sistemi politici potenzialmente pericolosi che cercano solamente di limitare la sua influenza ‘eccezionale’ nel mondo. Ciò appare del tutto sbagliato, ma come molti errori storici trova un suo ‘fondamento’ nei conflitti. C’è infatti un conflitto politico fra la geopolitica liberale della Cancelliera e la geopolitica dell’’Impero non più liberale’ degli Stati Uniti. E’ un conflitto a volta duro e spigoloso, come nell’era trumpiana, o subdolo e carsico, come nell’era Obama o Biden. Ma è comunque un conflitto politico, anzi filosofico, molto pericoloso, perché può assumere la forma di ‘guerra civile inter-occidentale’. Purtroppo, l’’Impero non più liberale’ e i suoi approcci di ‘contenimento’/roll-back’ verso le nazioni che crescono producono effetti largamente controproducenti, come ad esempio la crescita dell’Eurasia unita e impatti contraddittori su moltissimi livelli. La geopolitica liberale sembra essere una alternativa di politica globale di gran. Lunga più adeguata, ma essa in Germania e in Europa abbisogna di alcune caratteristiche che non sono sempre disponibili: una identità geopolitica forte ad esempio; e una robusta organizzazione delle risorse e delle forze geopolitiche civili. Se non ci sono questi elementi, una brillante capacità di governo, di alleanze, di mediazione possono, solamente in

parte, sostituirli ma serve comunque una forte ‘manutenzione’ del sistema geopolitico non facile da implementare.

Sia come sia, oggi in ‘Occidente’ assistiamo a questo sordo conflitto politico e filosofico fra geopolitica liberale e ‘Impero non più liberale’ che ci dovrebbe preoccupare moltissimo. Ritorniamo all’inizio di questa analisi, ovvero alla relazione fra geopolitica e liberalismo e la separazione fra sfera interna e sfera internazionale. In estrema sintesi: o il liberalismo entra e determina la geopolitica, e prevale la geopolitica liberale; o la geopolitica delle politiche di potenza e degli stati della sicurezza nazionale prende il sopravvento sullo stato costituzionale e le democrazie liberali diventato regimi autoritari/totalitari. Nel mondo multi-connesso, la politica internazionale è direttamente politica interna e viceversa. Ciò fa saltare la separazione e con essa saltano anche i limiti allo stato di eccezione, da un lato; con ciò vengono profondamente distorti anche i meccanismi di funzionamento dei sistemi politici pluralistici all’occidentale, dall’altro lato. Lo stato di eccezione tende a tracimare all’interno dei sistemi politici costituzionali. Il ‘Patriot Act’ è già un fatto alquanto significativo, come l’autorizzazione all’uso delle tecniche di ‘water-boarding’ come legittime. Ma è nulla rispetto a quello che ci aspetta se il processo della contaminazione della geopolitica delle politiche di potenze nell’ambito dello stato costituzionale continuerà: le teorie di arresti di massa e deportazioni a Guantanamo di gruppi politici da parte di un certo movimento estremista on line seguace di Donald Trump sono molto chiare al riguardo. Lo stato di eccezione che tracima dalla politica internazionale a quella interna porta con sé il totalitarismo.

Non solo: lo stesso funzionamento dei sistemi politici pluralistici competitivi è in gravissima difficoltà. Quei sistemi politici si fondano sull’’accordo dei fondamenti’. Da una parte ci sono le tante issue conflittuali che devono essere decise da una civile competizione politica. Dall’altra parte ci sono le issue ‘nazionali’, cuore del consenso generale e che concernono in primissimo luogo la politica internazionale. Ma se, come accade oggi, politica interna e politica internazionale si intrecciano intensamente, decade anche la logica stessa di quegli ‘accordi sui fondamenti’. Tutto rischia di diventare ‘partisan’: i sistemi politici pluralistico competitivi dis-funzionano. Per evitarlo bisogna guardare a sistemi politici pluralistici con una logica più ‘collaborativa’ (alla tedesca, guarda caso). E bisogna elaborare e implementare una politica internazionale guidata da soggetti, regole e istituzioni liberali (il negoziato politico come costante, le istituzioni globali di governo delle crisi e le forti realtà nazionali ‘civili’ a fondamento di tutto), ovvero ad una geopolitica liberale. La geopolitica liberale della Cancelliera a questo punto acquisisce la sua vera importanza: non è ‘solo’ o ‘semplicemente’ un approccio innovativo di politica e di economia politica internazionale e globale, (il che già sarebbe comunque molto rilevante), ma potrebbe essere la vera chance di oggi per le democrazie occidentali di rimanere tali nel mondo multi-connesso dove l’Asia ritrova il suo posto nella storia.

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