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Appunti di geopolitica liberale. Il tiro alla fune fra l’Impero e la Cancelleria

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Angela Merkel, nell’ultimissima fase del suo lungo mandato di governo, dopo aver quasi assicurato una successione in linea con la sua storia e vicenda politica e geopolitica, sta cercando di portare a casa nuovi goal. C’è praticamente riuscita con la Russia: il completamento del gasdotto controverso e oggetto di una lunghissima guerriglia politica ed economica americana, parliamo del Nord Stream due, sotto le acque del Baltico, è ormai una questione di poche settimane.

L’amministrazione Biden ha rinunciato a sanzioni contro le imprese tedesche, probabilmente per cercare di non avvelenare le relazioni degli Stati Uniti con il più importante paese europeo. La Cancelliera, resistendo con pazienza alle fortissime pressioni americane, negoziando allo stesso tempo con Washington e assicurando gli importanti paesi dell’Europa orientale, Polonia in testa, estremamente preoccupati per l’opera russo-tedesca, sembra portare a casa questo elemento fondamentale della partnership energetica russo-tedesca. Un ultimo, o penultimo importante goal politico e geopolitico della Cancelliera che peraltro sembra in perfetta sintonia con gli interessi ‘di sistema’ del capitalismo manifatturiero tedesco. Ora Angela Merkel potrebbe riuscire addirittura nell’impresa di chiudere con il varo del CAI, il ‘Comprensive Agreement of Investimets’ ovvero con il Trattato economica fra Unione Europea e Repubblica Popolare. Paradossalmente proprio le conclusioni del recentissimo G7 di Biden potrebbero mettere l’iter del trattato con la Cina, attualmente nel congelatore delle sanzioni e controsanzioni fra Bruxelles e Pechino, in un sentiero di approvazione. Paradossalmente. E’ stata la stessa Cancelliera ad individuare questo sentiero nella sua conferenza stampa successiva al vertice internazionale di Cornovaglia.

Ricordiamo: il documento finale del G7 richiama la Cina sul tema del lavoro forzato in particolare in Xinjiang. Pechino, come è noto, è sotto accusa da parte di settori consistenti della pubblica opinione internazionale, per le sue ‘controverse’ politiche di ’rieducazione’ e internamento di centinaia di migliaia di cittadini cinesi di religione musulmana ed etnia Uigura. Alcuni parlamenti democratici hanno accusato la Repubblica Popolare di politiche di ‘genocidio’ verso questa minoranza etnica. Il G7 ha chiesto alla Cina di rispettarne i diritti fondamentali. La questione dell’uso del lavoro forzato in alcune produzioni nel Xinjiang è al centro di tutto il dibattito riguardante la ratifica da parte del Parlamento europeo dell’ipotesi di Trattato economico CAI fra Ue e Cina. Nel Trattato c’è un impegno (generico) della Cina all’adesione alle convenzioni internazionali dell’ILO (l’Organizzazione internazionale del lavoro) che proibiscono proprio il lavoro forzato, ma non c’è una adesione preventiva. Si tratta di una clausola quindi insoddisfacente e d’altra parte si tratta della prima previsione giuridica riguardante i diritti dei lavoratori cinesi in ambito di trattati economici. Nè l’adesione della Cina al WTO, in epoca clintoniana (democratica) nè nell’accordo commerciale sottoscritto all’inizio del 2020 dagli Stati Uniti dell’amministrazione Trump (repubblicana e neo-suprematista) con Pechino, vi era alcun riferimento ai diritti sociali in Cina. Insomma, la previsione nel CAI è decisamente insufficiente ma è anche una novità nel suo ambito.

Ora la Cancelliera chiede esplicitamente ‘progressi significativi’ da parte cinese nel processo di adesione alle convenzioni dell’ILO: progressi significativi vuol dire andare ben oltre l’impegno generico ma significa anche un percorso da costruire. E vuol dire anche porre un problema importante per implementare davvero il Trattato economico Ue-Cina. Un Trattato per il quale la Cancelliera, Berlino e Parigi hanno speso molto capitale politico e che comporta importanti concessioni da parte di Pechino e importanti passi avanti per il capitalismo manifatturiero europeo. E’ indicativo che questa richiesta della Cancelliera riguardi un impegno comunque già assunto, formalmente e genericamente, da Pechino e che arrivi immediatamente dopo il vertice G7 della Cornovaglia. Il documento del vertice, infatti, pone il tema del lavoro forzato in modo ‘positivo’ chiedendo a Pechino di fare passi in direzione della tutela delle minoranze etniche: La Cancelliera indica precisamente il passo indispensabile dal suo punto di vista che deve fare Pechino: un passo peraltro già previsto nel percorso concordato fra Ue e Cina. Insomma, Angela Merkel, dopo aver partecipato e contribuito fattivamente a quelle conclusioni del vertice internazionale, individua la via per portare a casa il CAI nel quadro proprio delle indicazioni del vertice internazionale e difendendo pragmaticamente i valori liberali. E’ ovviamente tutto (ma proprio tutto) da vedere se Pechino deciderà di percorrere questo sentiero. Ma nella teorica ipotesi che lo facesse, l’iter del Trattato economico Ue-Cina potrebbe essere alfine scongelato e allora l’Europa potrebbe aver davvero indicato una via non solo a sè medesima ma a tutto l’’Occidente’. E l’Europa porterebbe a casa una difesa giuridica di una importante minoranza etnica in chiave di politica positiva e fattiva di rispetto dei diritti umani. Sarebbe un po’ un ‘cesto’ di Helsinki in un contesto totalmente diverso.

Ciò sarebbe, ovviamente, un nuovo goal di fine mandato per la Cancelliera. Che sommato al goal del Nord Stream due fa venire il sospetto, per carità il solo sospetto, che in realtà Angela Merkel (non più Cancelliera tedesca) potrebbe avere un percorso di incarichi ad alto livello (internazionale). Ma questo è solo un mero sospetto: quello che è importante sono i goal geopolitici di Angela Merkel.

Un G7, dunque, è stato piuttosto positivo? Le cose sono in realtà molto più complicate. Si potrebbe parlare di un bicchiere mezzo pieno invece di mezzo vuoto, se volessimo essere molto ottimisti. In realtà forse dovremo parare di un bicchiere pieno per un decimo al massimo. Se va bene! Guardiamo uno dei temi chiave del vertice: la strategia vaccinale globale. Il G7 ha annunciato che intende inviare e distribuire un miliardo di dosi di vaccini ai paesi poveri. Si tratta di un impegno importante che mette una pietra sopra sia alla ipotesi suggestiva ma demagogica nell’attuale contesto della sospensione dei brevetti per i vaccini sia alla politica iper-protezionistica americana, da Donald Trump a Joe Biden stesso, da Mike Pompeo a Anthony Blinken, per l’export di vaccini e delle relative materie prime. 

Il G7 quindi adotta, o pare adottare, l’impostazione europea, no a politiche suggestive almeno per ora, no secco alle politiche restrittive di export, si all’incremento delle capacità produttive e uso dei canali Covax (nonostante i problemi emersi in questi mesi nell’azione di Covax, ma proprio gli errori possono portare alle innovazioni). E’ dunque un grosso successo per l’impostazione della geopolitica liberale tedesca ed europea. Nonostante ciò, i problemi e le contraddizioni della strategia vaccinale globale dell’’Occidente’ sono enormi: in primo luogo, è un impegno ‘politico’ ma siamo molto lontani dalla sua implementazione concreta. Insomma, siamo alle parole, non ai fatti. Ma poi, (cosa ancora più importante), siamo in presenza di una goccia rilevante, ma che è pur sempre solo una goccia rispetto alle esigenze globali. E’ ormai chiaro che senza campagne sanitarie globali non c’è salvezza dal Covid. Ciò sarebbe dovuto essere chiaro fin dal gennaio del 2020, ma l’amministrazione Usa del tempo non costruì minimamente come sarebbe stato doveroso e intelligente la collaborazione globale, in primo luogo con Cina ed Europa, indispensabile. Quell’amministrazione in tal modo perse così due-tre mesi cruciali per evitare una pandemia catastrofica: la responsabilità politica ci pare evidente. Ciò però non è stato chiaro a Washington neppure negli ultimi tempi, quando nella capitale americana si è largamente creduto che la campagna di vaccinazione nei paesi avanzati sarebbe stata sostanzialmente sufficiente a garantire l’uscita dalla crisi sanitaria mondiale: il ragionamento era che era inutile pensare di vaccinare popolazioni che comunque non avevano acqua potabile e terapie elementari per malattie curabili. Il Covid non era che l’ultimo elemento di un disastro sanitario permanente in quelle terre. La drammatica crisi dell’India nella seconda ondata prima, la diffusione della cosiddetta variante Delta ora in Gran Bretagna hanno fatto giustizia anche di quest’altra linea di condotta (piuttosto miope) americana.

Il Covid deve essere affrontato a livello globale o non può essere affrontato con tutte le relative conseguenze sociali ed anche economiche neppure nei paesi occidentali, poichè genera strozzature dell’offerta continue, incertezze nella domanda, paure e insicurezze politiche, psicologiche e sociali: il Covid quindi impone governance ed istituzioni politiche e sociali globali. Impone addirittura un embrione di ‘welfare sanitario globale’: richiede infatti 11-13 miliardi di dosi di vaccini variamente mixati ogni anno, per alcuni anni, da somministrare a uomini e donne di tutti i continenti. Richiede quindi enormi capacità di produzione, distribuzione, somministrazione che possono essere gestite solamente in un quadro serio e rigoroso di cooperazione globale. Con questi numeri, il miliardo di dosi promesso dal G7 è appunto un bicchiere pieno per un decimo, se va bene: è solamente un piccolo inizio, se viene davvero posto in essere.

La stessa proposta di un grande programma di infrastrutture ‘verdi’ per Africa e altre regioni del mondo povere per competere (pacificamente e civilmente) con i mega-progetti della Via della seta cinese, è una proposta interessantissima, ma anch’essa è solamente un inizio di buone intenzioni. Insomma, il G7 della Cornovaglia è un bicchierino con un po’ di liquore dentro. E’ un fatto importante ma del tutto non sufficiente. Nonostante le sfide globali che il mondo drammaticamente deve affrontare, l’’Occidente’ ha appena parlato, balbettato si potrebbe aggiungere. D’altro canto, il G7 non può dare più risposte di governo da solo. Le economie del G7 costituiscono appena la metà (e qualcosa) del Pil mondiale (calcolato ai valori di cambio: con il calcolo a ‘parità di potere d’acquisto’ le cose sono ancora minori): quindi i suoi membri non possono fare molto in ambiti come il Covid senza accordi cooperativi con le grandi economie emergenti, Cina, ma anche sud est asiatico, India, paesi africani e latinoamericani.

E proprio di fronte alla sfida cinese, la più importate ed influente economia emergente, il G7 è stato un ‘tiro alla fune’. Un ‘tiro alla fune’ fra i tentativi di allineamento all’americana verso la ‘guerra geopolitica’ (la ‘guerra condotta con altri mezzi’) contro Cina e Russia e l’approccio di geopolitica liberale dell’Europa, della Germania, della Francia, ed anche dell’Italia (il ‘bilanciamento sofisticato’). Non sono sfuggiti a nessuno nè i resoconti giornalistici nè il fatto che i due unici protagonisti del vertice sono stati Usa ed Europa, con un gioco di squadra europeo in generale, e italo-tedesco in particolare. Non è un caso che Angela Merkel abbia avuto (o si sia scelto) come partner di appoggio nelle discussioni del vertice internazionale proprio il premier italiano molto conosciuto per i suoi ottimi rapporti americani. E’ appunto il ‘tiro alla fune’ fra l’’Impero post-liberale’ americano e la ‘Grande Potenza Civile’ europea che determina risultati parziali e contraddittori. Ci sono tre modi per strutturare la relazione atlantica fra Usa ‘imperiale’ ed Europa liberale. Il primo è quello classico, o meglio storico: ovvero quello della primazia della posizione americana verso i singoli paesi europei. Era il rapporto classico che aveva senso (e logica strategica) ai tempi dell’’Impero liberale’ americano assolutamente stabile e dominante. Ma oggi con l’impero post-liberale in transizione da una parte, e l’Unione Europea (con tanto di moneta unica), dall’altra parte, questa relazione significherebbe mera subalternità ad una Washington contraddittoria con sè stessa e con gli ‘interessi di sistema’ del capitalismo manifatturiero globale (e quindi anche europeo). Sarebbe una una subalternità dannosa per l’Europa, per gli Stati Uniti stessi, e per il capitalismo produttivo mondiale. Non è un caso che questa divergenza di interessi di fondo sia stata sottolineata, prima del vertice, dal più importante giornale economico tedesco.

Il secondo modo è quello della divergenza e contrapposizione fra due poli geopolitici con visioni e ‘dottrine’ differenti, l’’Impero post-liberale’ americano (e la relativa strategia di ‘contenimento/rollerback’ verso i ‘nemici’)’), e la geopolitica liberale europea (e il relativo approccio di partnership/competizione/rivalità di sistema politico’, ovvero di ‘bilanciamento sofisticato’ verso i ‘rivali’) . Una tale contrapposizione a primissima vista potrebbe apparire ovvia in presenza di ‘filosofie’ differenti anzi divergenti. Ma essa porterebbe ad una vera e propria ‘guerra civile occidentale’, completamente disastrosa per gli Stati Uniti e per l’Europa. Per fortuna c’è pure un terzo modo: ovvero tenere saldo il rapporto Europa-Usa ma cercando di ‘contaminare’ gli Stati Uniti con l’impostazione europea. Rivendicando cioè l’adeguatezza dell’approccio e della ‘dottrina’ europea rispetto al mondo multi-connesso e multi-conflittuale che abbiamo di fronte a noi. E’ precisamente l’approccio della Cancelliera tedesca e dell’Unione Europea sul fronte americano. Come si è visto in questo G7. Ciò definisce precisamente il ‘tiro alla fune’ fra due processi geopolitici contrastanti: i tentativi americani di allineamento ‘neo-imperiale’ per un fronte unito di guerra antiCina e antiRussia da un lato, e il processo europeo di contaminazione da parte della geopolitica liberale un approccio allo stesso tempo di cooperazione, di competizione, di rivalità dall’altro lato. Ciò accade sotto la coltre di un rapporto atlantico posteriore all’era Trump quindi ‘cortese’ e potenzialmente produttivo (come mostra la sospensione del conflitto AirBus-Boeing), ma pur tuttavia le contraddizioni fra le due sponde dell’Atlantico rimangono tutte.

Come andrà a finire questo tiro a molla, il ‘tiro alla fune’ è quindi da vedere. Tutto dipende in primissimo luogo dalla situazione e dall’evoluzione del rispettivi sistemi politici delle due sponde dell’Atlantico. Quello statunitense è afflitto da una gravissima crisi di polarizzazione, (anzi di ‘iper-polarizzazione’), che colpisce tutta la società americana, con molteplici fratture e faglie che si sovrappongono pericolosamente: c’è una devastante frattura sociale in primo luogo, ma poi ci sono faglie razziali, etniche e culturali, spaccature nelle elites dirigenti di tutti gli ambiti e territori, divisioni nella classe politica e persino negli apparati più delicati e sensibili del potere globale e della sicurezza nazionale. Queste fratture e le faglie si sovrappongono. Questa sovrapposizione ed una competizione elettorale bipolare ormai diventata ‘guerra civile sotto altre forme’, hanno prodotto l’iper-polarizzazione: le a iper-polarizzazione si dispiega anche negli orientamenti di politica internazionale. La fine della separazione classica fra politica interna e temi internazionali, alla base di un buon funzionamento dei sistemi politici pluralistici competitivi, in presenza di un conflitto bipolare su basi ‘culturali’ ideologizzate, ha prodotto la fine del consenso bypartisan in politica estera. Con la conseguenza di scelte erratiche e contraddittorie e di conflitti e azioni internazionali a forte significato interno. L’amministrazione Biden è prigioniera di questa iper-polarizzazione. Trump e i suoi seguaci dominatori del partito Repubblicano sono pronti ad impiccare Biden per qualsivoglia scelta ritenuta ‘debole’ in politica globale. E d’altra parte quanto durerà l’attuale fragile maggioranza democratica al Congresso? Tutto ciò non solo impedisce l’elaborazione americana di una ‘dottrina’ adeguata al mondo multi-connesso e multi-conflittuale, ma impedisce il dispiegarsi un qualsiasi azione coerente e saggia: e provoca un ulteriore danno, ovvero la persistenza dell’egemonia senza anima di una ideologia fallita, quella neocon.

Il sistema politico europeo, da parte sua, è abbastanza coeso sul fronte della ‘dottrina’ geopolitica: il neo-multilateralismo liberale fondato su regole e diritto, combinato con il ‘bilanciamento sofisticato’ e un ‘rafforzamento’ domestico, è accettato e fatto proprio da tutte le capitali europee. Anche quelle fuori dall’UE: come di vede a Londra. Ma l’Europa ha una storia complessa di molti secoli che non può essere dimenticata: è il continente che ha inventato gli ‘stati-potenza’, l’ordine ‘westfaliano’, il colonialismo e il totalitarismo moderni. É dominato storicamente da un insieme di faglie Nord/Sud, Est/Ovest, paesi frugali/ paesi cicale: il sistema politico europeo riesce a comporre e gestire questo enorme insieme di faglie senza scoppiare in mille pezzi, evitando decisioni maggioritarie troppo drastiche grazie al fatto che le faglie non si sovrappongono e grazie a metodi politici di consenso e di mediazione. Ciò consente di tenere assieme l’Europa, con la moneta unica che fa da massa critica di governance, ma ovviamente deficit e difficoltà della costruzione europea permangono per ora molto forti.

Pur tuttavia queste faglie impongono percorsi di composizione complicatissimi da un lato, mentre dall’altro, continuiamo ad avere una Europa con un pericoloso deficit di ‘identità politica e geopolitica’. Morale: l’Europa ha una ‘dottrina’ adeguata ma ha (per ora) gambe gracili. Ha invece una leadership politica con una rilevante capacità di metodo politico. Il modo merkeliano di rapportarsi alla relazione atlantica consente di evitare scontri aperti con Washington, cercando di influenzarli in senso liberale (quindi cercando di lasciarsi alle spalle la fallimentare ideologia neocon) ma ovviamente siamo di fronte ad un processo difficilissimo. Un processo che per affermarsi abbisogna di due fattori: il primo è la persistenza e l’innovazione di quella capacità di leadership e di governo delle elites tedesca, francese ed europea. La sostanza è semplice: gli eredi di Angela Merkel saranno all’altezza delle sfide? Il secondo fattore fondamentale concerne la ‘Grande partita’ delle monete: e in quel quadro, riguarda la capacità dell’euro di assumere, gradualmente e quasi in simbiosi con gli Stati Uniti, un ruolo globale chiave nel sistema monetario mondiale. Questo processo di affermazione globale dell’euro è favorito dalle attuali tendenze del dollaro inflazionato e dalla forte affidabilità fondamentale dell’euro. Siamo di fronte, è di tutta evidenza, ad una partita storica molto molto complessa e difficile che comunque potrebbe determinare il mondo prossimo venturo. E’ appunto la ‘Grande partita’ politica e geopolitica di questo passaggio storico. 

La moneta ha sempre rappresentato in un simbolo chiave, valori, contraddizioni, pulsioni profonde di una comunità sociale e politica organizzata. Essa è la politica delle nazioni nel suo senso più profondo. Lo spiega in poche ed efficaci frasi un grande economista e scienziato sociale come Joseph A. Schumpeter. Ciò è valido ancora più oggi anche in ambito geopolitico poiché la moneta globale è il cuore della globalizzazione economica. La moneta oggi significa non solo politica delle nazioni: la moneta globale significa istituzioni economiche e monetarie globali. Integrazione economica e monetaria oggi è in primissimo luogo integrazione istituzionale; globalizzazione economica non può non essere globalizzazione istituzionale. Affinchè crescita e globalizzazione capitalistica riprendano vigore in modo stabile e sostenibile è probabilmente indispensabile che la ‘logica politica’ (potenzialmente liberale) delle monete e delle relative regole e discipline si collochi sempre di più al posto della ‘logica geo-strategica imperiale’ della forza e della minaccia unilaterale della forza nel contesto della geopolitica. In termini occidentali, è auspicabile che la geopolitica e la geo-economia liberale si mettano al posto della geopolitica e della geo-strategia imperiale. Ma questo è un altro discorso.

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