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TematicheItalia ed EuropaArtico: la frontiera dell’Unione Europea per sentirsi attore globale

Artico: la frontiera dell’Unione Europea per sentirsi attore globale

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Nell’ultimo decennio l’emersione di nuovi attori e di proficue relazioni commerciali hanno portato a un conseguente aumento delle tensioni internazionali nell’area artica. Il rafforzamento dei legami commerciali tra le nazioni asiatiche ed europee e lo sviluppo dei livelli di investimento cinese in tutta la regione – insieme al primato emergente della Russia – stanno generando un pushback da parte degli Stati Uniti d’America nella regione. Crocevia di lotte più o meno mascherate, tra Zone Economiche Esclusive e sottomarini nucleari, nella partita per l’Artico si vuol inserire l’Unione europea.

Nel 2021 gli Stati membri dell’Unione europea hanno preso un impegno giuridicamente vincolante per la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra del 55% entro il 2030 con l’approvazione del Green Deal europeo. In questo contesto si è inserito il documento intitolato “A stronger EU engagement for a peaceful, sustainable and prosperous Arctic” dedicato alla contesa regione artica. Anello di congiunzione ideale tra la volontà di Bruxelles di incidere nella regione artica e il Green Deal è la lotta al cambiamento climatico unita alla transizione ecologica. Nel promulgare la volontà di potenza nella contesa artica e nel declinare in breve tempo la transizione energetica devono esser necessariamente contemplato gli attuali squilibri del mercato minerario ed energetico. Il costo delle “materie prime e rare” rappresenta un interesse economico e sociale tangibile, la cui portata assume i contorni di una sfida squisitamente geopolitica nel contesto artico, ove si diramano nuove e strategiche rotte navali.  

Se l’Artico un tempo era la culla del multilateralismo, ora è specchio di molte delle sfide geopolitiche globali con protagonisti gli stessi attori che in un modo o nell’altro occupano più spazi regionali e il dibattito globale. Interessata all’Artico da oltre un decennio è la Repubblica popolare Cinese che si considera “uno stato quasi artico”, la quale ha aggiunto la “Via della Seta Polare” all’iniziativa transnazionale della Nuova Via della Seta. Per inserirsi e influire sulla regione artica Pechino ha da anni investito massicciamente nei giacimenti russi di gas naturale liquefatto. Inoltre, al fine di ottenere un’alternativa al passaggio nell’Oceano Indiano, la Cina ha seguito Mosca puntando su rotte di navigazione più brevi – favorite dal cambiamento climatico – che la colleghino in futuro costantemente con l’Europa settentrionale. Vera playmaker delle questioni artiche è però Mosca che possiede la più lunga linea costiera artica tra tutti gli Stati della regione. Il contributo della regione al PIL della Russia si aggira tra il 12 e il 15% e rappresenta quasi il 20% delle esportazioni del paese, tra cui si annoveral’80% del gas russo e il 17% del petrolio. La Russia però a differenza di Bruxelles vede lo scioglimento dei ghiacci come un’opportunità per la sua economia dominata dalle risorse naturali. Appare chiaro come lo scioglimento dei ghiacci sarà tanto una sfida per la Russia quanto un’opportunità, dati i riflessi che ciò potrebbe avere nel medio termine anche sul resto del suo territorio e sull’avanzamento più o meno stabile di politiche climatiche globali che di anno in anno coinvolgono i principali consessi globali. Convivato di pietra è Washington che persegue la linea delineata dal Pentagono nel 2019 che espressamente dichiarò che “la strategia artica del dipartimento dell’Aeronautica militare statunitense in un approccio di lungo periodo si articola mediante quattro linee principali: vigilanza, proiezione della forza, cooperazione e preparazione”. Attore centrale globale, gli Stati Uniti d’America – seppur condotti da amministrazioni con differenti sensibilità rispetto ai mutamenti climatici e allo sfruttamento delle risorse energetiche – hanno posto e investito sia in tecniche di contenimento militare della Russia che degli investimenti cinesi. L’Artico per Washington rappresenta «l’emergente frontiera marittima», laddove vi è mare vi è il primario interesse degli Stati Uniti d’America per esercitare il ruolo che gli compete globalmente. 

Dopo i grandi tre del globo o potenze regionali a vocazione totale resta l’Europa. Con il nuovo documento “A stronger EU engagement for a peaceful, sustainable and prosperous Arctic” – il quale sostituisce e aggiorna quanto programmato nel 2016 – l’Unione europea ha scelto di porre per la regione e per sé stessa un “cambio di paradigma”. Cambio di paradigma inteso con l’espressione coniata da Thomas Kuhn in “La struttura delle rivoluzioni scientifiche” per descrivere un cambiamento nelle assunzioni basilari all’interno di una teoria scientifica dominante. Applicando tale concetto alla geopolitica e alle relazioni internazionali la nuova posizione di Bruxelles può rappresentare un cambio di paradigma. Il documento si pone infatti come un annovero di leitmotiv geopolitici che racchiudono l’elemento di proiezione esterna dell’Unione europea. Delineati nel documento e pienamente integrati nel solco del Green Deal con una comunicazione congiunta di Commissione e Consiglio, Bruxelles ha indirizzato l’azione comunitaria nell’Artico utilizzando idealmente i concetti legati alla libertà di navigazione, alla lotta ai cambiamenti climatici e alla salvaguardia dell’ambiente, alla promozione dello sviluppo sostenibile e al rafforrzamento della cooperazione nel solco del multilateralismo europeo.

Il documento sull’Artico rilasciato dall’Unione europea si pone come un cambio di paradigma totale, una rivoluzione della percezione di sé che ha la sovrastruttura europea. Al punto primo del capitolo sulla “Cooperazione Internazionale [..]” l’Unione europea si definisce come “parte interessata della regione artica” e soprattutto come “attore globale”. Definirsi tale, in un contesto conteso ponendo – oltre la presenza di alcuni membri dell’UE – anche la ricerca scientifica e la transizione ecologica come presupposti operativi, fanno di questi ultimi due elementi le giustificazioni dell’azione europea in regioni “lontane” dal cuore della vecchia Europa. Una proiezione europea in una regione dove si presuppongono veri sconvolgimenti naturali ed economici nei prossimi decenni. Nel documento “A stronger EU engagement for a peaceful, sustainable and prosperous Arctic” il definirsi per l’Unione europea quale “attore globale” rappresenta a oggi un desiderio di Bruxelles di contare come coesione di Stati membri attualmente divisi da interessi concorrenti, ma obbligati a operare congiuntamente in aree contese e ricchissime. Il desiderio per Bruxelles non deve trasformarsi però in un’aporia di fini ideologici non supportati dall’azione politica, economica e infrastrutturale. Quanto a quella militare essa è indubbiamente figlia più delle aporie interne che di concrete e reali prospettive lontane dall’Alleanza Atlantica.

Ulteriore punto di rottura con il passato e indicazione chiara di quel che vuol essere è posta al punto venticinquesimo laddove si afferma che l’Unione europea “riconosce il grande vantaggio numerico della Russia in merito ai programmi di sviluppo di navi rompighiaccio e lo sviluppo di tali programmi da parte della Cina e incoraggia anche gli Stati membri e altri paesi partner a rafforzare le proprie capacità al riguardo; ritiene che l’Unione europea dovrebbe promuovere la costruzione e il dispiegamento di più rompighiaccio e navi rinforzate per il ghiaccio che battono bandiera dell’UE”. Non sarà una talassocrazia – soprattutto visto l’abbandono del Regno Unito e la miopia italiana nel riconoscere nel mare il proprio spazio – ma il dichiarare di avere navi battenti propria bandiera e chiedere un rafforzamento agli Stati membri di nuovi dispiegamenti conduce l’Unione su un piano mai esplorato prima nella proiezione esterna di sé. 

Alla luce dei suddetti elementi è chiaro come l’Artico vuol essere il terminale della proiezione esterna dell’Unione europea nella lotta per affermare il proprio spazio utilizzando i mari come assetto – giustificato dalla transizione ecologica e dalla ricerca scientifica – per un multilateralismo non più di facciata, ma inteso come ambito di un rinnovato e inedito protagonismo.

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