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L’incontro tra Putin e Assad spalanca le acque del Mediterraneo a Mosca

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Il Presidente della Federazione russa Vladimir Putin ha ricevuto Bashar al-Assad a Mosca martedì 14 settembre. Si è trattato del primo incontro in Russia dopo quasi tre anni dall’ultima visita del Presidente siriano e della sua prima visita al di fuori del Paese dopo vari mesi. Era dal 2015 che Assad non si recava nella capitale russa, anno in cui iniziò ufficialmente l’intervento militare russo nel Paese martoriato dalla guerra. I due presidenti si erano poi incontrati a Sochi nel 2018 e a Damasco nel 2020.

Le elezioni siriane: legittimazione da Russia e Stati Uniti

Nell’incontro di questo mese, per la prima volta forse, la stampa russa e lo stesso Putin hanno riconosciuto ad Assad una legittimità che, nonostante il rapporto di alleanza tra i due Paesi, non era stata garantita negli incontri precedenti. Il Cremlino ha considerato la vittoria delle elezioni tenutesi in Siria la scorsa primavera come l’atto di legittimazione grazie al quale Assad sarà ritenuto il riferimento politico e istituzionale di riferimento senza riserve. 

Le elezioni erano state contestate dai Paesi occidentali per le presunte irregolarità, ma ciononostante, negli ultimi mesi, anche gli Stati Uniti hanno iniziato, seppur ufficiosamente, a trattare il regime di Assad come l’interlocutore ufficiale. Infatti, la necessità per il Libano di importare idrocarburi dall’Iran ha costretto gli Stati Uniti a interloquire direttamente con Assad. La motivazione, come riportano gli analisti, consiste nel fatto che gli Stati Uniti hanno deciso di far arrivare rifornimenti di gas egiziano al Libano per ridurre il fardello rappresentato dalla carenza di fonti di energia nel Paese dei cedri che si protrae da mesi, e allo stesso tempo di evitare che un asse Hezbollah-Iran prenda forma in maniera incontrastata. Per l’appunto, combustibile iraniano sembrerebbe già essere giunto sul territorio controllato da Hezbollah nelle scorse settimane: un fatto che Iran e Hezbollah intendono rivendere come una dimostrazione della possibilità di rompere l’assedio americano imposto sotto forma di sanzioni e di poter gestire in qualche modo alcuni dei problemi locali.

Per arrivare in Libano, il gas egiziano deve passare per la Siria: qui, il tratto di gasdotto necessario al trasporto risulta danneggiato. Gli apparati americani hanno dovuto coinvolgere rappresentanti del regime di Assad al tavolo delle trattative, in modo da poter coordinare la ricezione e l’utilizzo delle risorse finanziarie che l’Occidente ha deciso di inviare. Risulta evidente il maggiore peso che Damasco sta ottenendo sul piano regionale.

Allineamento Mosca-Assad su Stati Uniti e Turchia

Ritornando all’incontro tra il Presidente siriano e Putin, è chiaro che il Cremlino, consapevole delle dinamiche che si stanno muovendo all’interno del Paese mediorientale e nella regione, ha ritenuto necessario incontrare Assad per chiarire ruoli e prospettive dei vari attori inseriti in questo contesto. La Russia vuole ribadire il suo peso e il suo ruolo, due aspetti su cui ha lavorato per anni, attraverso supporto militare, interventismo diplomatico, dialoghi multilaterali con le parti coinvolte. Più in generale, la Russia sta espandendo la sua area di interesse al Mediterraneo Orientale e al Medio Oriente, in qualche modo rimpiazzando il crescente vuoto lasciato dagli Stati Uniti, e ha bisogno di assicurarsi che la Siria sia completamente in linea con la sua politica. 

Proprio verso gli Stati Uniti Putin e Assad hanno rivolto una condanna unanime, ritenendo la presenza di americani illegittima rispetto a quanto previsto dal diritto internazionale – al contrario, la presenza militare russa è in linea con le norme internazionali in quanto basata sull’invito ufficiale da parte delle autorità siriane. Lo stesso giudizio è stato espresso nei confronti della Turchia, le cui truppe, impegnate principalmente in scontri con i gruppi di curdi siriani nel nord della Siria, sono considerate come forze occupanti. La Russia e la Turchia avevano raggiunto un accordo nel marzo 2020, dopo che le milizie turche si erano scontrate attivamente con l’esercito ufficiale siriano. Per un breve periodo, è sembrato che l’accordo tra Russia e Turchia potesse prevalere sulle dinamiche di alleanza con Assad. Ma tale situazione è durata poco e i legami storici tra Siria e Russia, stabilitisi già a partire dagli anni ’50 con l’allora URSS, sono tornati ad essere decisivi. Mosca vuole comunque sedersi al tavolo negoziale con la Turchia per la spartizione della Siria nord-occidentale. Pertanto, per arrivare preparata al meglio alla negoziazione, la Russia doveva e deve coordinarsi efficacemente con Assad, da cui la decisione di organizzare l’incontro con Putin. 

La proiezione di Mosca sul Mediterraneo 

Ad oggi, con una percentuale di territorio controllato compresa tra il 70 e il 90 %, Damasco può tornare a progettare il suo futuro, seppur lentamente e timidamente. Al contrario della Russia, che ha tratto vantaggio dall’evoluzione della guerra decennale e ha rinforzato la sua presenza nella regione in maniera tutt’altro che timida, con le pur evidenti difficoltà. Già prima dello scoppio della guerra la Russia aveva delle basi militari sul territorio siriano. Oggi, le principali installazioni militari russe si trovano a Ḥumaymim/Kheimim (base aerea) e a Tartus (base navale); quest’ultima è l’unica base russa affacciata sul Mediterraneo e permette alla Marina Militare russa di effettuare la manutenzione delle sue navi senza doverle far tornare nel Mar Nero. La proiezione sul Mar Mediterraneo segue, come si diceva, una linea più ampia che intende spingere la Federazione russa verso il ruolo di potenza regionale principale. I successi geopolitici fin qui ottenuti permettono a Mosca di ritenere che la sua Marina possa aumentare gradualmente il livello di libertà operativa nel Mediterraneo orientale e nel Mar Nero. La capacità di imporsi più o meno coercitivamente nel bacino mediterraneo darebbe alla Federazione russa la sensazione di star progredendo in quello che è il suo obiettivo strategico principale, ovvero essere riconosciuta come potenza interregionale (addirittura globale?) dai competitors cinesi e statunitensi. 

Non a caso, la Russia sta aumentando le attività economiche e militari in varie parti del continente africano: si pensi al recente allarme lanciato dalla Francia che ha comunicato che truppe di mercenari della compagnia Wagner (non controllate direttamente dal Cremlino) stanno sostituendo l’esercito guidato da Parigi che lentamente si svincola dalla regione. Questo esempio ribadisce quanto espresso in precedenza, ovvero la volontà della Russia di ricostituirsi parte fondamentale in molti scenari regionali in Medio Oriente e Africa. Nel conflitto siriano, la Russia ha sperimentato e testato nuovi armamenti e tecniche offensive; si è dimostrata capace di raggiungere obiettivi militari e di proiettare la forza militare al di fuori dei confini nazionali. Al momento, non si può affermare che in Medio Oriente la Russia possa divenire la potenza egemone – ancora troppo forte la presenza americana e non sorvolabili i ruoli di Turchia e Iran – ma sicuramente l’epilogo della guerra siriana presenterà un Federazione russa meglio preparata ad interventi extra-territoriali. Con lo slittamento dell’attenzione americana e cinese sulle acque del Pacifico, non è da escludere che la Russia voglia imporsi come egemone nel Mediterraneo e farlo diventare more naše, una traduzione in russo di mare nostrum che riprende l’affermazione Krym naš (= la Crimea è nostra), tipica della propaganda creatasi dopo l’annessione della penisola sul Mar Nero. L’Italia è avvisata.

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