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Biden, il ritiro dall’Afghanistan e la continuità della politica estera

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Per quanti si erano illusi che l’arrivo alla Casa Bianca di Joe Biden avrebbe segnato un brusco mutamento di rotta rispetto alle scelte compiute in materia di esteri dal suo predecessore (per lo più coerenti, vale la pena ricordarlo, con quelle di Barack Obama) il discorso del presidente sull’Afghanistan deve essere intervenuto come una vera e propria doccia fredda.

Al netto di una anche apprezzabile moderazione realista, che sicuramente non avrà fatto piacere ai tanti internazionalisti intransigenti che ne avevano sostenuto la candidatura in nome dell’America Is Back, le sue parole rischiano di trasformarsi in un boomerang per un presidente che già soffriva di uno scarso consenso popolare al termine del suo primo semestre di mandato (secondo un recente sondaggio il 69,3% degli americani disapprova le recenti scelte della Casa Bianca sull’Afghanistan).

L’avanzata talebana, la fuga del presidente afghano Ashraf Ghani e le tragiche immagini dell’evacuazione di Kabul, infatti, stanno ridestando l’interesse degli americani per la politica estera, tematica rispetto alla quale sono spesso indifferenti e ancor più spesso insofferenti. Tuttavia, come ricordato da Matthew Kroenig della Georgetown University, gli americani detestano le sconfitte in guerra e ancor più se queste sono associate a un’umiliazione.

Ma non si tratta solo di un problema di sondaggi. Il discorso di Biden è segnato da un’incoerenza di fondo rispetto agli obiettivi della politica estera americana del post-Guerra fredda in generale e della missione in Afghanistan in particolare, che rischiano di minarne irrevocabilmente la credibilità internazionale. Il presidente, infatti, ha sostenuto che l’obiettivo nel 2001 fosse quello di catturare i colpevoli della strage dell’11 settembre e assicurarsi che al-Qaeda non fosse più in grado di utilizzare il Paese come base per nuovi attacchi contro gli Stati Uniti. Successivamente è diventato, anche contro il suo parere negli anni dell’amministrazione Obama, la contro-insorgenza anziché il contro-terrorismo. L’inquilino della Casa bianca ha, però, negato che gli Stati Uniti abbiano perseguito gli obiettivi della democratizzazione e dello state building in Afghanistan.

Biden ha quindi concluso che la permanenza americana nel Paese non è nell’interesse nazionale statunitense, soprattutto perché sono stati gli stessi afgani ad aver scelto di non combattere contro i talebani e perché il contro-terrorismo – vero interesse di Washington – si combatte senza basi permanenti e in tutto il mondo (dalla Somalia alla Siria, passando per tanti altri Paesi di Africa e Asia). Il presidente ha così ricordato che l’Afghanistan è tradizionalmente un “cimitero degli imperi” e che l’obiettivo primario della sua Amministrazione è quello di non ripetere gli errori del passato. Una scelta declinata nella ferma volontà di non fare assistere tante altre generazioni di americani alla prosecuzione dei combattimenti, evitare che altri giovani finiscano al cimitero di Arlington e che un quinto presidente americano si trovi alle prese con la responsabilità di questa guerra.

Questo è sembrato essere il passaggio cruciale del discorso, da cui emerge come la continuità nella politica estera sia tradizionalmente maggiore della discontinuità, anche in presenza di due amministrazioni tanto diverse come quelle di Joe Biden e di Donald Trump. Nonostante la polemica indiretta ingaggiata con il suo predecessore, su cui ha scaricato la responsabilità della firma degli accordi di Doha con i talebani e della riduzione delle truppe americane nel Paese da 15.500 a 2.500 effettivi, il presidente in carica appare confermarne pienamente le scelte. Senza invocare le regole auree della politica internazionale per cui pacta sunt servanda, rebus sic stantibus, è difficile immaginare che il mancato rispetto di accordi presi con il più impresentabile degli interlocutori internazionali (alla pari del leader nord-coreano Kim Jong-Un) avrebbe costituito una macchia per l’immagine dell’amministrazione Biden se questi avesse voluto discostarsi dalle scelte del suo predecessre. Sempre in linea di continuità con Trump, inoltre, è la lettura del contesto politico-strategico generale all’interno del quale collocare – e spiegare – la scelta del ritiro dall’Afghanistan. Se gli americani continuassero a investirvi risorse umane, economiche e politiche, infatti, sarebbero i rivali strategici degli Stati Uniti – Cina e Russia in testa – ad avvantaggiarsi della loro distrazione dalla partita strategica del momento.

La scelta del ritiro dall’Afghanistan, dove gli Stati Uniti continuavano a combattere un conflitto passato in secondo piano dopo il 2003 e non particolarmente sentito dopo la morte di Osama bin-Laden, è stata probabilmente condivisa da buona parte dell’establishment americano di politica estera. Il problema era trovare il presidente adatto per realizzarla e Biden ha tutte le carte in regola per servire a questo scopo. Non solo è stato sostenuto dalla corrente wilsoniana in politica estera e, quindi, non può essere tacciato di isolazionismo come avvenuto con Trump, ma è anche il presidente (assieme a George Bush sr.) considerato come il più competente in materia dopo Dwight Eisenhowever e, dunque, non può essere accusato di avventurismo. Ma soprattutto, per evidenti ragioni di età e salute è la persona giusta che può sopportare il peso della scelta (“the buck stops with me”). D’altronde, si tratta di un presidente che con ogni probabilità non cercherà la rielezione e, pertanto, non corre il rischio di “bruciarsi”. A differenza di quanto avvenne a Gerald Ford con l’evacuazione dell’ambasciata americana a Saigon nel 1975 o a Jimmy Carter con la crisi degli ostaggi all’ambasciata di Teheran nel 1979-1980.   

In pochi, tuttavia, vogliono pubblicamente essere associati a tale scelta. Verosimilmente, insieme alle foto della bandiera talebana a Kabul e alle immagini delle persone legate ai C-17 americani, l’altra foto iconica di questi giorni sarà quella di Biden lasciato completamente solo in un video-briefing a Camp David. L’immagine proietta plasticamente il carattere tragico delle responsabilità di cui l’ambiente internazionale grava i leader delle grandi potenze.

Gabriele Natalizia,
Sapienza Università di Roma – Centro Studi Geopolitica.info

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