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Is America Really Back? L’inerzia strategica in Afghanistan e il futuro della politica estera di Biden. Intervista a Maria Luisa Rossi Hawkins

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Cambiano i teatri, ma non le minacce. Seppur da considerare come un successo, la “Guerra globale al terrore” iniziata vent’anni fa con l’operazione Enduring Freedom non può considerarsi vinta. Non più un fenomeno esclusivamente mediorientale, il pericolo jihadista si sta diffondendo in altri quadranti strategici come quello africano.  Gli Stati Uniti di Biden saranno in grado di continuare a perseguire questo obbiettivo e, nel mentre, garantire il primato americano? Ne discutiamo con Maria Luisa Rossi Hawkins, corrispondente Mediaset da New York e autrice del libro “America virus America” (Piemme Edizioni).

A distanza di vent’anni dagli attacchi dell’11 settembre, sembra oggi possibile esprimere un giudizio storico sulla “guerra globale al terrore” lanciata dall’allora Presidente Bush Jr. ed ereditata dai suoi tre successori. Gli Stati Uniti si sono ritirati dall’’Afghanistan, hanno ridotto significativamente la loro presenza militare in Iraq e mantengono solo un piccolo contingente di truppe in Siria. Allo stesso tempo, le operazioni di anti-terrorismo sembrano aumentare in quantità e qualità in Africa, piuttosto che in Medio Oriente. Qual è la sua valutazione? Il pericolo jihadista è lo stesso di vent’anni fa o si è evoluto nel tempo?

Credo che il pericolo jihadista si sia evoluto ma non per questo sia scemato. Il fatto che quattro Presidenti americani abbiano trovato così tante difficoltà nel districarsi dall’Afghanistan è la dimostrazione che la minaccia del terrorismo per gli Stati Uniti e per i suoi alleati continui ad essere una sfida importante. Il ritiro delle forze americane e alleate dall’Afghanistan, implementato da Biden, sugellato da Trump ma già deciso da Obama, è una scelta di opportunità dettata da esigenze elettorali, da un cambiamento dell’orientamento della politica estera americana ma anche da una polverizzazione del pericolo del terrorismo globale, come dimostra la perniciosa presenza Jihadista in Africa. Se nel 2019 l’amministrazione Trump ha sferrato un duro colpo al “Territorial Califate” ciò non ha avuto alcun impatto nella traiettoria operativa dello Stato Islamico in Africa, per esempio, che si è diffusa mantenendo un alto grado di autonomia. Biden ha lasciato l’Afghanistan con un senso di rassegnazione più che per la soddisfazione di un reale adempimento della missione americana. Ma liquidare la “Guerra al terrorismo globale” come un fallimento strategico ritengo sia sbagliato, la guerra al terrorismo Globale ha avuto molto più successo di quanto non si ammetta.  il territorio americano è stato protetto, i santuari del terrorismo sono stati decimati le organizzazioni terroristiche decapitate, tutto questo con un costo altissimo in termini umani e finanziari. Il più grave errore che gli stati Uniti possano fare adesso è abbandonare del tutto lo sforzo che hanno esercitato per anni e che richiede ancora una lunga persistenza strategica.

Il crollo del governo afghano e la ritirata da Kabul rappresentano, al momento, la più grande crisi di politica affrontata dalla presidenza Biden. Quattro amministrazioni condividono la responsabilità di questa débâcle, ma sarà quella di Biden a rappresentarne il volto. Il Presidente democratico ha affermato, tuttavia, che l’obiettivo degli USA in Afghanistan era quello di estirpare al-Qaeda e non quello di “creare una democrazia unificata e centralizzata”, negando ogni obiettivo di state-building. Alla luce di questa narrazione risulta difficile comprendere le ragioni del protrarsi della missione in Afghanistan per un decennio, anche dopo l’uccisione di Bin Laden nel 2011, e dell’investimento di miliardi di dollari per addestrare le forze di sicurezza afghane. Le chiedo, qual è stata la strategia, o le strategie, degli Stati Uniti in questi vent’anni di guerra?

Gli Stati Uniti hanno affrettatamente lasciato l’Afghanistan sigillando un’esperienza di 20 anni che si è deteriorata nel tempo. Andandosene così’ frettolosamente hanno enfatizzato il fallimento della loro missione di Nation Building. Quella che gli americani hanno esercitato in Afghanistan è inerzia strategica. Il risultato di una considerazione statica che la politica americana ha della storia che ha stabilito obiettivi poco realistici in Afghanistan senza considerare il contesto del Paese ed esportando in maniera goffa, distratta e poco “committal” il Nation Building.  Gli americani hanno investito nel governo afghano che non era rappresentativo di un paese multietnico ma hanno scelto di fidarsi di chi conoscevano senza valutare le conseguenze nel lungo termine di un governo avulso dal resto della popolazione. Hanno proceduto quindi, amministrazione dopo amministrazione, per inerzia. Il governo di Ashraf Ghani, depositario della fiducia degli americani, era notoriamente corrotto e inaffidabile, tanto è che nei negoziati di Doha il governo di Kabul non era neanche presente e l’amministrazione Trump negoziò esclusivamente con i talebani. Come si poteva pensare che il governo afghano de facto delegittimato dagli stessi americani resistesse sotto la pressione talebana? le operazioni di Nation Building sono complicate e costose e per gli Stati Uniti l’interesse per l’Afghanistan si è diluito presto dopo il 2001. La missione in Afghanistan è stata i subito offuscata da quella in Iraq. C’è poi la spinosa questione del Pakistan in tutti questi anni gli americani non hanno mai voluto veramente confrontare il Pakistan lasciandogli spazi di ambiguità’ imperdonabili.

In questi giorni, una folta schiera di osservatori invoca la “teoria dei vuoti” paventando la possibilità che alcuni tra i più acerrimi rivali degli Stati Uniti – Cina e Russia in testa – possano includere l’Afghanistan nella loro sfera di influenza. È davvero così scontata questa dinamica e pensa che altri Paesi possano trasformare quello che è stato un buco nero per la politica estera americana e occidentale in un elemento di forza della loro politica di potenza?

Credo che il ritiro americano e alleato dall’Afghanistan sia una grande occasione per il dichiarato espansionismo cinese anche se Pechino, sostenuta dalla Russia e dal Pakistan, intende esercitare la sua influenza non attraverso la forza militare ma attraverso investimenti nelle infrastrutture e nel commercio. La Cina non ha fatto mistero di voler creare una zona di influenza che si estende oltre il Pakistan fino all’Iran e l’Iraq. Se la Cina potesse estendere la “Belt and Road ” dal Pakistan all’Afghanistan costruendo un’autostrada da Peshawar a Kabul, creerebbe una comodissima scorciatoia per accedere al mercato del Medio Oriente. Ma non dobbiamo dimenticare che il modello cinese di peace through development continua ad avere problemi anche nei paesi dove la Cina ha acquisito nel tempo grande influenza. Venezuela, Sudan, Myanmar per esempio che sono costantemente dilaniate da disordini. I talebani hanno dimostrato di non controllare a pieno del territorio afghano e il pragmatismo nel concedersi alla Cina, non sfugge ai terroristi di al-Qaeda e dell’ISIS capaci di sferrare attacchi sanguinosi come hanno dimostrato con l’attacco del 27 agosto. Basta guardare cosa è accaduto in Pakistan dove i terroristi hanno attaccato gli interessi cinesi con una serie di attentati e addirittura tentando di rapire l’ambasciatore cinese lo scorso aprile. Fomentata dalla persecuzione cinese degli Uiguri al-Qaeda, infatti, già si riferisce alla Cina come al nuovo potere imperiale. La Cina ha mezzi e modi molto più drastici dell’Occidente per mantenere il controllo ma non darei affatto per scontato il fatto che la Cina possa trasformare l’Afghanistan in un elemento di forza della sua politica estera.

Corsi Online

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