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TematicheRussia e Spazio Post-sovieticoIl Caucaso dopo l’URSS

Il Caucaso dopo l’URSS

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I movimenti indipendentisti caucasici sono stati tra i più fervidi nel processo dissolutivo dell’Unione Sovietica. Ma trent’anni dopo la fine dell’impero sovietico la regione rimane una polveriera, tra movimenti secessionisti, instabilità politica e pressioni vicine.

Quando il 25 dicembre 1991, la bandiera rossa venne ammainata sul Cremlino e sostituita dal tricolore, il mondo assisteva alla fine del più grande (e fallimentare) progetto politico, economico e sociale dell’età contemporanea. Infinite domande vennero poste sul futuro dei nascenti stati post-sovietici e soprattutto su come queste nuove realtà sarebbero state gestite. La transizione politica dal regime autoritario sovietico a quello democratico è stata pressoché fallimentare dovunque, tranne che per la regione delle Repubbliche baltiche. Le altre realtà indipendenti, oggi accomunate dall’appartenenza alla cosiddetta Comunità di Stati Indipendenti, presentano ancora oggi, a trent’anni di distanza, gravi mancanze sistemiche, tali da mantenere alto il livello di allerta sociale, politico e militare sia interno quanto (se non soprattutto) con i vicini più prossimi. Il Caucaso ne è l’esempio lampante.

Armenia e Azerbaigian: vicini ed eterni rivali

L’indipendenza dell’Armenia e dell’Azerbaigian ebbero un distacco temporale di 28 giorni. La prima dichiarata il 21 settembre 1991 e la seconda il 18 ottobre successivo, aprirono la strada ad una transizione politica interna ai singoli paesi che, a differenza di altri Stati del CSI, si potrebbe definire di successo. Per tutti gli anni ’90 però, Yerevan ha attraversato un periodo di forte crisi politica che raggiunse il suo acume nell’ottobre 1999 con l’assassinio di Vazgen Sargsyan e del suo entourage. Alla crisi politica tentò di intervenire il neoeletto Presidente della Repubblica Robert Kocharyan, quando nel 2003, vinse le elezioni con il 67,5% dei voti. L’obiettivo di Kocharyan era quello di trasformare il sistema semipresidenziale in parlamentare, mirando così ad una occidentalizzazione della politica armena. Questo progetto è stato portato a termine nel 2015 con un apposito referendum costituzionale. Nell’aprile 2018, il Primo ministro Sargsyan si è dovuto dimettere a seguito delle forti pressioni politiche e civili che attraversarono il paese nel corso dell’anno. Il successore Nikol Pashinyan, leader del partito Contratto Civile, è stato eletto alla carica di Primo ministro alle elezioni dell’8 dicembre successivo. Oggi l’Armenia è una Repubblica Parlamentare. L’agenzia no-profit Freedom House ha posizionato il Paese al cinquantacinquesimo posto su una scala da 0 a 100 per democrazia. Questo livello, definibile come mediocre, posiziona però l’Armenia al secondo posto dopo la Georgia, tra i paesi più democratici dell’area caucasica/mediorientale. 

A est, oltreconfine, il vicino azero è sempre stato portavoce di una compiuta e consolidata politica interna ed internazionale, ma non senza momenti di crisi. La parabola del breve mandato presidenziale di Abulfaz Elçibay, primo presidente eletto dell’Azerbaigian indipendente, combacia con lo scoppio della Guerra del Nagorno Karabakh. Il conflitto ha aperto una voragine all’interno della politica di Baku tale per cui, nel 1993, Elçibay ha lasciato il posto ad Heydat Aliyev. 

Divenuto Presidente della Repubblica nell’ottobre 1993 Aliyev è stato in grado di arginare il rischio di un conflitto civile, portando fuori dalla crisi politica il paese. Nel 1994 è stato il promotore del “Contratto del secolo”, l’Accordo economico e commerciale firmato a Baku tra l’Azerbaigian e le tredici più grandi compagnie petrolifere mondiali, finalizzato allo sviluppo dei giacimenti petroliferi e di idrocarburi di “Azeri”, “Chirag” e “Ghuneshli”, situati a 90 km di distanza dalle coste azere, sul Mar Caspio. Tale accordo ha dato l’avvio per la ricerca di ulteriori idrocarburi nella regione, consentendo al Paese di posizionarsi nella lista dei maggiori produttori di idrocarburi al mondo. La morte di Aliyev avvenuta nel dicembre 2003 negli Stati Uniti ha spianato la strada per la successione alla carica del figlio Ilham Aliyev. Vincitore alla tornata elettorale del 15 ottobre 2003, con il 76% delle preferenze, Aliyev è da allora alla guida del Paese. Numerose critiche sono intercorse in questi decenni sul livello di democrazia del paese, in quanto gli Aliyev hanno mantenuto un controllo capillare dei media nazionali, delle piattaforme internet e dei partiti di opposizione. 

Crisi perenne nel Nagorno-Karabakh

Le vicende politiche e militari di Erevan e Baku sono accomunate dalla secolare rivalità per il controllo della regione del Nagorno-Karabakh. In concomitanza con l’indipendenza di Armenia e Azerbaigian, il 10 dicembre 1991 un referendum popolare ha sancito l’Indipendenza della regione, autoproclamatesi Repubblica dell’Artsakh, con capitale Step’anakert. La secessione di questa regione, a prevalenza montagnosa e abitata da armeni, ha aperto la strada ad un acceso confronto politico e diplomatico tra le cancellerie dei due neonati stati, sfociando qualche mese dopo la dichiarazione di indipendenza in un conflitto armato. Scoppiato nel gennaio 1992 e terminato nel maggio 1994, il conflitto nel Nagorno-Karabakh è una delle eredità dell’impero sovietico. Il conflitto, più volte ripreso nel corso di questi trent’anni, ha visto nell’estate del 2020 un acuirsi della tensione. Sul finire di settembre 2020 un attacco azero ha riacceso il conflitto nella regione. Terminato con un memorandum di intesa nel novembre 2020 tra Azerbaigian e Armenia, alla presenza di Turchia, Russia e Iran, l’accordo ha portato ad un cessate-il-fuoco e al ritorno di dieci distretti dell’Artsakh all’Azerbaigian. La disfatta delle forze armene nel nuovo conflitto ha causato una violenta reazione dell’opinione pubblica nazionale e il tentativo, poi inattuato, di esautorare il Primo ministro Pashinyan. 

Il puzzle Georgia e il sogno europeo

Il 28 ottobre 1990, Zviad Gamsakhurdia vinse le prime elezioni libere della Georgia. Il 9 aprile 1991 Gamsakhurdia divenne il primo Presidente del Paese. Tuttavia, la carica presidenziale sarebbe durata ben poco. Le aspre critiche provenienti dalla società civile e dalle forze di opposizione per i metodi autoritari e per il regime di polizia instauratosi nel Paese, portarono nel dicembre successivo all’esplosione di violente manifestazioni di piazza e all’attuazione di colpo di stato dei militari georgiani per destituire Gamsakhurdia. Il Presidente però riuscì a fuggire e riparare nella vicina Cecenia, consentendo così, dopo una brevissima ma violenta guerra civile terminata nel 1993, la creazione di un consiglio militare di transizione, appoggiato da Mosca, che avrebbe traghettato il paese verso nuove elezioni. Il 26 novembre 1995, Eduard Shevardnazde, già Presidente del Parlamento georgiano dal 1992, divenne il nuovo Presidente della Repubblica, con circa il 70% dei voti favorevoli. Il decennio di Governo di Shevardnazde ha consentito il traghettamento del paese da una situazione di anarchia politica e militare, ad una maggiore stabilità politica interna e di visibilità internazionale con l’adesione alla Comunità degli Stati Indipendenti e le aspirazioni a aderire in seguito alle maggiori organizzazioni internazionali quali la Nato e l’Osce, oltre che con il conseguimento di diverse Partnership con Washington e Bruxelles. Le elezioni legislative del novembre 2003, che elessero nuovamente Shevardnadze alla guida del paese, vennero fortemente criticate dall’opposizione per i plateali brogli elettorali attuati durante gli scrutini. Questa fu la goccia che fece traboccare il vaso portando alla cosiddetta Rivoluzione delle Rose, una serie di manifestazioni popolari guidate dal leader del partito di opposizione Movimento Nazionale Unito Mikhail Saakhasvili, che per tutto novembre 2003 interessarono la capitale Tbilisi e i maggiori centri del paese. Il 4 gennaio 2004 Saakhasvili vinse le elezioni presidenziali con il 96% dei voti. 

I primi nodi da sciogliere per la nuova presidenza furono soprattutto la ricerca di una soluzione per le regioni secessioniste di Abcasia, Ossezia del sud e Agiaria che nel 1992, tramite referendum dichiararono la loro indipendenza da Tbilisi. La guerra civile combattuta tra il 1992 e il 1995 aumentarono il numero di rifugiati georgiani, espulsi dalle già citate regioni e un aumento della pressione russa per la loro indipendenza. Tuttavia, se nel caso dell’Agiaria, Tbilisi riuscì a mantenere il pugno duro verso il governo di Batumi, stessa cosa non si poté dire per Sukhumi e Tskhinvali. Le tensioni nella regione osseta aumentarono per tutti gli anni 2000 fino all’aperto confronto militare dell’agosto 2008 tra le truppe regolari georgiane e le milizie abcase e ossete, appoggiate da Mosca. La guerra in Georgia del 2008, durata poco più di cinque giorni, sancì la perdita de facto del controllo di Abcasia ed Ossezia del sud, i quali vennero riconosciuti immediatamente indipendenti da Mosca e da alcuni altri paesi come Nicaragua e Venezuela.

Oggi la situazione nelle repubbliche secessioniste sembra essersi congelata. Tuttavia, Tbilisi ha accresciuto il suo interesse ad aspirare ad un (improbabile) futuro in seno alla Nato e all’Unione Europea. Tuttavia, le tensioni con il vicino russo e la sua posizione geografica non consentono, al momento, ulteriori passi in avanti. Solo la partnership militare con gli Stati Uniti, divenuta più fitta dopo la guerra del 2008, mantiene in vita sogno europeo ed occidentale di questa piccola perla del Caucaso.

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