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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaCopti d’Egitto: tra sfide identitarie e discriminazioni socio-politiche

Copti d’Egitto: tra sfide identitarie e discriminazioni socio-politiche

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I copti costituiscono la più grande comunità cristiana in Medio Oriente e la minoranza etnico-religiosa più numerosa in Egitto che, secondo le stime, si attesta attorno al 10-15 percento della popolazione totale. Essi vantano un legame culturale, territoriale e spirituale con l’Egitto faraonico e la riappropriazione di un passato glorioso è uno degli aspetti più importanti della loro identità. Tuttavia, l’avvento dell’Islam, le politiche discriminatorie promosse da alcuni governi e i terribili attentati perpetrati da Daesh negli ultimi anni hanno contribuito a minacciare gravemente questa comunità.

Il fattore identitario

Il termine copto deriva dal greco antico αγύπτιος, traslitterato aigǘptios, con il significato di “egiziano”; il termine, infatti, veniva utilizzato in maniera generica per indicare le persone di origine egiziana e non solo coloro che professavano la religione copta. Le radici greche e l’utilizzo del termine nell’antichità hanno influito nell’aprire una discussione presente ancora oggi. Alcuni nazionalisti e intellettuali egiziani sostengono infatti che tutti gli abitanti d’Egitto, di fede musulmana e di fede cristiana, dovrebbero considerarsi comunque copti, poiché tutti loro sono discendenti diretti degli antichi egizi.

Dal punto di vista storico, la Chiesa copta fu fondata in Egitto nel I secolo d.C. in seguito alle predicazioni di San Marco, a differenza della Chiesa cattolica che fonda le sue radici in quella di San Pietro. Per anni, soprattutto durante l’Impero Romano, questo gruppo religioso rappresentò la maggioranza in Egitto, vantando anche una certa importanza a livello economico, commerciale e sociale. La situazione cambiò a partire dal VII secolo d.C. con l’avvento dell’Islam. Le conquiste ottenute dai musulmani diventarono sempre più numerose e la minaccia si fece sempre più reale per i fedeli copti, i quali però, secondo la Legge Islamica (Shariʿa) avrebbero potuto continuare a professare una fede diversa dall’Islam, a patto di pagare imposte aggiuntive e di rispettare il divieto di contrarre matrimoni misti. Tali restrizioni e la diffusione su ampia scala non solo della religione islamica, ma anche di una nuova lingua, di una cultura diversa e di aspetti sociali nuovi, portarono molteplici persone ad abbandonare la fede cristiana per convertirsi all’Islam. Questa conversione di massa portò cambiamenti sotto diversi punti di vista. Il primo fu che il termine “Copto” passò ad indicare solamente coloro i quali erano rimasti fedeli alla religione copta e non più tutti gli abitanti d’Egitto;, il secondo si verificò a livello linguistico, con l’utilizzo della lingua araba che soppiantò quasi del tutto la lingua copta, da allora utilizzata solamente come lingua liturgica.

Dal XIX secolo i copti hanno abitato quasi esclusivamente nell’Alto Egitto – oggi compreso a partire dalle città di Assuan e Khartoum, fino al delta del Mar Mediterraneo – e nelle province di Minia e Assiut, spostandosi poi, a seguito dell’industrializzazione e dell’urbanizzazione, nei principali centri abitati, come il Cairo o Alessandria d’Egitto.

Perché i copti non si definiscono una minoranza

Secondo la definizione elaborata nel 1977 dalla Commissione delle Nazioni Unite per la lotta contro le misure discriminatorie e la protezione delle minoranze, per minoranza si intende:

“un gruppo numericamente inferiore al resto della popolazione di uno Stato, in posizione non dominante, i cui membri – cittadini dello Stato – possiedono, dal punto di vista etnico, religioso o linguistico, caratteristiche che differiscono da quelle del resto della popolazione e manifestano anche un sentimento di solidarietà allo scopo di preservare la loro cultura, la loro tradizione, la loro religione e la loro lingua”.

Sebbene, rispetto alla maggioranza musulmana sunnita, la comunità copta sia numericamente inferiore, ricopra posizioni non dominanti e presenti caratteristiche religiose distintive, essa ha mantenuto negli anni la tendenza a rifiutare l’etichetta di minoranza. Nel suo libro The Copts of Egypt: The Challenges of Modernisation and Identity, Vivian Ibrahim dimostra che nessuna delle istanze pubbliche della comunità ricorre al termine “minoranza”. Quali sono le motivazioni?

Per prima cosa, il termine minoranza rimanderebbe ad una posizione marginale rispetto alla maggioranza e ciò alimenterebbe la loro sensazione di esclusione. In secondo luogo, tale termine suggerirebbe che i loro diritti dovrebbero essere proporzionali al loro status. Tuttavia, il rifiuto di classificarsi come minoranza non indica che i copti non riconoscano le discriminazioni messe in atto dalla maggioranza o che il loro credo non sia un aspetto distintivo. Questa visione è stata portata avanti anche dalla Chiesa copta che non si è limitata a respingere la designazione dei copti come minoranza, e come cittadini di seconda classe, ma ha anche fortemente promosso il cristianesimo come principale fattore identitario, legato a doppio filo con l’“egizianità”, il forte legame con l’Egitto menzionato in precedenza. Infine, bisogna aggiungere che la comunità copta non è monolitica, ma si articola in tre diverse confessioni: la Chiesa ortodossa copta, che conta il maggior numero di fedeli, la Chiesa cattolica copta e infine il protestantesimo – entrambe seguite da un esiguo numero di devoti.

  • La Chiesa Ortodossa Copta segue la dottrina cristologica miafisita, secondo la quale in Gesù Cristo c’è una sola natura, formata dall’unione della divinità e dell’umanità. Essa affonda le proprie radici nella cristianità dell’antico Impero Romano e vide un maggiore sviluppo durante quello bizantino. Ad oggi è suddivisa in quattro Patriarcati storici: Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme e in diverse chiese autocefale. Nella Chiesa copta il titolo di “Papa” spetta al Patriarca di Alessandria, riconosciuto oggi nella figura di Teodoro II, in arabo traslitterato Tawadros, 118° Papa della Chiesa Ortodossa Copta, in carica dal 18 novembre 2012. Il Papa della Chiesa Ortodossa Copta, a differenza del Papa della Chiesa Cattolica, non gode del dogma dell’infallibilità papale” poiché secondo i copti nessun uomo è infallibile tranne che il Signore Gesù Cristo. Per un’antica tradizione, rispettata rigorosamente ancora oggi, i vescovi della Chiesa Copta possono provenire soltanto dal cosiddetto “Clero Nero” e per tale motivo devono essere e rimanere celibi.
  • La Chiesa Cattolica Copta è separata dalla Chiesa Ortodossa ed è in comunione con la Chiesa di Roma. Attualmente vanta fedeli sia in Egitto che in Sudan, per un totale di circa 210.000 fedeli.La sua nascita in Egitto viene attribuita ai Francescani Cappuccini che nel 1630 fondarono una missione al Cairo, seguiti poi – circa quaranta anni dopo – dai Gesuiti. Grazie a Papa Leone XIII dal 1895 ad Alessandria d’Egitto è presente il Patriarcato di Alessandria dei Copti, cioè la sede patriarcale della Chiesa Cattolica Copta, la quale è portata avanti dal Patriarca Ibrahim Isaac Sidrak, in carica dal 15 gennaio 2013. Il territorio del Patriarcato di Alessandria comprende, oltre alla città del Cairo, nella quale risiede il Patriarca, e quella di Alessandria d’Egitto, dove si trova la Cattedrale di Nostra Signora d’Egitto, altre 31 parrocchie o eparchie suffraganee presenti su tutto il territorio egiziano, da Assiut, a Giza, a Luxor, e anche Abu Qurbas etc. I cattolici copti seguono la liturgia copta e non presentano grandi differenze rispetto ai copti ortodossi, se non nel riconoscimento e nel ruolo che attribuiscono al Vescovo di Roma, ma presentano alcune differenze con i Cristiani Cattolici, soprattutto nella collocazione delle festività, in quanto secondo i cattolici copti il Natale si festeggia il 7 gennaio e la Pasqua cade tra fine aprile e inizio maggio.
  • La Chiesa Cristiana Protestante, rispetto alla quale si hanno, purtroppo, informazioni vaghe e poco attendibili. Tuttavia risultano essere presenti sul territorio egiziano diverse correnti del protestantesimo, dalla Chiesa Battista alla Libera Chiesa Metodista, per arrivare infine a quella più importante definita Chiesa Evangelica dell’Egitto. Quest’ultima, chiamata anche Sinodo Del Nilo, è la chiesa protestante più grande e vecchia d’Egitto, conta otto presbiteri, 250 congregazioni e circa 750.000 membri e vede nella figura di Emile Zaki, il Pastore e il Segretario Generale.

Dalla “questione copta” ad Al Sisi: come è cambiata la relazione tra copti e Stato?

Fino al 1856, i copti erano considerati “gente della dhimma”, in traslitterazione araba ahl al-dhimma. Questo status prevedeva la protezione della minoranza non musulmana da parte dell’autorità statale di fede islamica. La graduale emancipazione dei copti da questa condizione contribuì ad innescare una serie di cambiamenti strutturali nel tessuto sociale egiziano. Nella resistenza al colonialismo britannico (iniziato nel 1882) i copti e i musulmani si trovarono a sviluppare insieme le basi per uno Stato-nazione condiviso e basato sull’integrazione e la cooperazione.  Il colpo di stato degli Ufficiali Liberi del 1952 si tradusse però in un cambiamento sostanziale nel rapporto tra i copti e lo Stato. I copti furono inclusi nella vita politica repubblicana come comunità separata. Inoltre, si creò uno stretto legame tra la figura del Presidente (ricoperta fino al 1970 da Gamal Abdel Nasser) e i leader religiosi copti. Verso la fine degli anni ‘70 si registrò una frattura tra le due comunità. Complici le discriminazioni settarie e le violenze diffuse nel Paese, i copti cominciarono ad interrogarsi sul loro ruolo nella società egiziana e a difendersi dalle ingiustizie subite. La sottorappresentazione politica e la violenza settaria assunsero un ruolo importante nella questione copta fino al 2011. Durante la presidenza di Mubarak si sviluppò infatti un pesante pregiudizio nei confronti della minoranza copta, alimentata dai media oltre che dalla politica. In occasione della celebrazione del Capodanno 2011, una chiesa copta di Alessandria subì un attacco dinamitardo che provocò la morte di 21 copti e il ferimento di altri 79. Gli scontri settari si moltiplicarono nel corso degli anni e i copti, in risposta, crearono una contro-narrazione basata sulla riappropriazione del proprio glorioso passato di unici e autentici egiziani. L’ondata di rivolte popolari del 2011 rappresentò per i copti un’occasione unica per far valere le proprie istanze. La comunità copta scese in piazza insieme al resto della popolazione egiziana, con la speranza di contribuire a riformare la struttura settaria del Paese. La caduta del regime di Mubarak diede avvio ad un periodo di transizione durante il quale i copti si riunirono e marciarono per chiedere non solo l’uguaglianza tra musulmani e copti davanti alla legge, ma anche la fine della collaborazione tra le autorità religiose copte e lo Stato. Questo tradizionale accordo infatti aveva emarginato i copti che non si riconoscevano nell’istituzione ecclesiastica. Durante la breve e tumultuosa presidenza di Muhammad Morsi, i copti si sentirono più che mai esclusi dalla vita politica del Paese. Con Abdel Fattah al Sisi – al potere dal 2014 – si sta assistendo ad un tentativo di restaurare con la minoranza copta un rapporto simile a quello promossa da Nasser. Al Sisi, infatti, è riuscito a godere del sostegno del Patriarca copto Tawadros II, leader spirituale e politico, nonché autorevole mediatore tra il potere politico centrale e la comunità copta. Nel 2018 Al Sisi ha partecipato, al fianco del Patriarca Tawadros, all’inaugurazione della mastodontica cattedrale copta nella Nuova Cairo. Inoltre, è in seguito al tremendo attacco terroristico dell’11 dicembre 2016 nella cattedrale copta del Cairo e al duplice attentato della Domenica delle Palme, 9 aprile 2017, a Tanta, nella regione del Delta del Nilo, e ad Alessandria, che Al Sisi ha istituito lo Stato d’emergenza, revocato solo il 25 ottobre 2021, nell’interesse di preservare la sicurezza dell’Egitto. 

I copti d’Egitto rappresentano dunque un gruppo religioso di grande interesse, non soltanto per il cospicuo numero di fedeli, ma anche per il ruolo importante che hanno assunto nel succedersi dei governi. Pur dovendo attraversare vari ostacoli come le violenze settarie, le discriminazioni e le strumentalizzazioni politiche e, non ultime, le persecuzioni da parte di Daesh, essi hanno conservato le loro peculiarità identitarie e il loro senso di comunità.

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