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Da Navalny a Khabarovsk, l’evoluzione della politica russa ad un anno dalle riforme costituzionali: intervista alla prof.ssa Mara Morini

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In occasione del numero speciale di Matrioska – Osservatorio sulla Russia, abbiamo incontrato la prof.ssa Mara Morini dell’Università di Genova, per discutere dell’evoluzione del contesto politico interno della Federazione Russa, con particolare attenzione alle proteste esplose nel corso della scorsa estate nelle regioni più periferiche della Russia, alla riforma costituzionale approvata lo scorso luglio e alle conseguenze del “caso Navalny” emerso dopo l’avvelenamento dell’oppositore russo e del suo ritorno in patria all’inizio del 2021.

Negli ultimi anni la Federazione Russa è stata teatro di alcuni tra i più grandi disastri ambientali mai registrati, tra i quali gli incendi nella Tundra siberiana del 2019 e il disastro della Nornickel nel maggio 2020. Con la ratifica degli accordi di Parigi nel 2019 e con l’approvazione della Legge sulla biosicurezza del 30 dicembre 2020 sembrerebbe che Mosca stia tentando di includere maggiormente le questioni ambientali nella propria agenda politica. Crede che il rinnovato interesse statunitense per i problemi climatici, unito alle difficoltà che la creazione di una “Carbon Border Tax” porterebbe al commercio russo con l’Europa potrebbero fornire una spinta ulteriore per una più marcata transizione ecologica del paese?

Il rapporto della National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) dichiara che gli incendi nell’estremo Nord-Est della Russia sono riconducibili ai forti cambiamenti climatici nel circolo polare artico dove lo strato di neve ha registrato il livello più basso degli ultimi 54 anni e nel luglio 2020 le temperature hanno raggiunto i 37 gradi.  Come affermano diversi scienziati l’Artico rappresenta il “frigorifero” del mondo e la velocità con cui si sta riscaldando  – più del doppio della media globale – necessita di provvedimenti rapidi e più incisivi. Il cambiamento climatico e l’inquinamento hanno generato problemi anche nella catena alimentare della più importante riserva naturale di acqua potabile del pianeta: il lago Baikal in Siberia.

I disastri ambientali degli ultimi anni in diverse zone del territorio hanno, quindi, determinato l’inserimento della questione nell’agenda politica del Cremlino. In diverse occasioni pubbliche il presidente Putin ha espresso la volontà di affrontare il problema e ha ribadito la necessità che vi sia uno sforzo collettivo a livello internazionale. Questo è uno dei principali motivi per cui la Russia è disposta a collaborare con l’America di Biden e con l’UE, cercando di difendere i propri interessi nazionali e, al contempo, trovare soluzioni efficaci per una situazione che non può più essere trascurata anche per le negative ricadute economiche nel paese. 

L’aumento di consapevolezza verso le problematiche ambientali nella società civile russa è stato accompagnato anche da proteste riguardo lo sfruttamento asimmetrico delle risorse del paese, che molto spesso vengono impiegate da grandi compagnie nazionali senza che i profitti portino benefici alle comunità locali. La popolazione rivendicherebbe in questo caso, come per le proteste di Khabarovsk, la permanenza di diversità nei sostegni economici provvisti a centro e periferia, soprattutto in relazione alle regioni orientali e all’Artico. Secondo lei, anche in seguito all’ampiamento di poteri concesso alle regioni nell’emergenza del Covid-19, questo tipo di proteste è destinato ad aumentare? Quale potrebbe essere l’approccio del Cremlino verso tale questione?

E’ bene precisare che il Cremlino ha consentito una maggiore autonomia decisionale alle regioni solamente per gestire la pandemia. Si tratta, quindi, di un’eccezionalità dovuta all’eterogeneità delle caratteristiche socio-sanitarie del paese e per condividere responsabilità decisionali. Se i governatori non avessero gestito efficacemente l’emergenza il presidente Putin avrebbe potuto “scaricare” le colpe; al contrario, il Cremlino avrebbe potuto beneficiare del buon coordinamento territoriale del sindaco di Mosca, Sergej Sobjanin in termini di consenso e di fiducia. Le proteste locali, spesso su questioni ambientali e infrastrutturali, sono sempre esistite e spesso hanno costituito un terreno fertile per i movimenti politici che si oppongono al partito del potere, Russia unita. Ne è una prova l’ondata di elezioni locali del settembre 2020 dove alcuni candidati anti-putiniani sono stati eletti, anche in virtù del cd. “voto intelligente” sostenuto da Aleksej Navalnyj che consiste nel votare il candidato indipendente per sottrarre voti al partito del Cremlino. Questa tattica verrà sostenuta anche alle prossime elezioni parlamentari (settembre 2021) dove la richiesta di un reale cambiamento caratterizzerà la prossima campagna elettorale. Per contrastare questa mobilitazione il Cremlino attuerà politiche più repressive nei confronti delle varie opposizioni per evitare che Russia unita  – ritenuto già in forte calo secondo gli ultimi sondaggi – perda la maggioranza assoluta dei seggi nella Duma (camera bassa del Parlamento russo).

Il 1° luglio 2020 sono entrare in vigore le riforme sugli emendamenti alla Costituzione della Federazione Russa. Nonostante inizialmente fosse stato dichiarato che le riforme sarebbero state di tipo parlamentare, in seguito è andata riaffermandosi la cosiddetta “verticale di potere” della politica russa.  Fra gli emendamenti, uno che spicca particolarmente è quello che afferma la supremazia della Costituzione russa sulle leggi internazionali. In un contesto internazionale in cui le relazioni tra Russia e gli USA diventano più tese, va riemergendo la questione Ucraina e persiste quella Bielorussia, ritiene che nuova supremazia della legislazione interna potrà creare nuovi attriti con gli interlocutori esterni del Cremlino? 

Rispetto al piano di riforma costituzionale presentato nel gennaio 2020 dal presidente Putin sono state apportate delle correzioni e dei cambiamenti che non hanno aumentato i poteri del parlamento. Ora il parlamento può concorrere nella fase della scelta del nominativo del presidente del governo, che era una decisione esclusiva del presidente della Federazione, ma rimane, come prima, il voto di fiducia al governo. Tra gli emendamenti inseriti nella Costituzione che riguardano anche aspetti valoriali (religione, ruolo della famiglia, etc…) indubbiamente il fatto che nella gerarchia delle fonti il diritto pubblico russo prevarrà su quello internazionale ha implicazioni più conflittuali nei rapporti con gli altri paesi e organizzazioni. Ogni dichiarazione, decisione politica o sanzione che è stata espressa, ad esempio, dagli USA, dall’UE, dalla NATO si scontra con le motivazioni giuridiche espresse dal Ministro degli Affari esteri, Sergej Lavrov. Diversi sono gli esempi che l’amministrazione presidenziale cita per sostenere che l’Occidente opera nell’illegalità del diritto internazionale e contro la sovranità del territorio russo. Infatti, la Russia di Putin, come emerge dai vari documenti strategici di questi anni, riconosce e cita solamente i principi della Carta delle Nazioni unite.

In seguito alle riforme costituzionali, risulta improbabile che la preminenza politica di Putin possa venire scardinata nel breve termine. Tuttavia, lei pensa che le recenti azioni di Navalny, le proteste a suo favore e, ormai, la risonanza internazionale della sua vicenda possano influire in qualche modo sulle elezioni di settembre? Inoltre, molti esperti e analisti hanno dimostrato un certo scetticismo rispetto alla possibilità concreta che Vladimir Putin possa rimanere al potere fino al 2036, ipotetica data di termine dei due ulteriori mandati che potrebbe eventualmente svolgere alla guida del Cremlino. Quale ipotesi azzarderebbe riguardo la successione di Putin e, una volta che questi si sarà allontanato dal potere, quale potrebbe essere il destino del “putinismo”?

Mi sembra ormai evidente che Navalnyj abbia deciso di tornare in Russia, pur sapendo quello che lo aspettava, perché il suo obiettivo principale sono le elezioni parlamentari del prossimo settembre 2021. Come in quelle precedenti del 2011 e 2016 sono state elezioni contestate che hanno provocato azioni di protesta nelle piazze, delegittimando l’immagine di Russia unita, definito da Navalnyj come il “partito dei ladri e dei corrotti”. L’internazionalizzazione del “caso Navalnyj” contribuirà a sensibilizzare l’opinione pubblica russa nella richiesta di elezioni veramente libere e competitive. Dalla prossima estate è plausibile che riprenderanno anche le azioni di protesta nelle piazze del territorio russo. E’ la vera prova del nove dell’opposizione rappresentata da Navalnyj e della tenuta del sistema di potere putiniano. Su quest’ultimo punto ritengo che se il successore manterrà la struttura amministrativa presidenziale e l’impianto costituzionale del paese, delineato da Boris Eltsin nella Costituzione della Federazione russa, non vi saranno particolari modifiche nella gestione del potere anche dopo l’uscita di scena di Putin. Se e quando questa successione avverrà (più probabile nel 2030 e non nel 2024), dipenderà anche dalla capacità del Cremlino di gestire le elezioni parlamentari di settembre e dalle riflessioni di Putin. Quanto è accaduto in Bielorussia dovrebbe costituire un  monito anche per Putin e indurlo a decidere quanto prima la tempistica, le modalità e il candidato.

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