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TematicheInfrastrutture ed EnergiaLa decarbonizzazione nel bacino del Mediterraneo

La decarbonizzazione nel bacino del Mediterraneo

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In questa intervista il professor Massimo Nicolazzi ci parla del processo di decarbonizzazione nel bacino del Mediterraneo, il suo stato di avanzamento e le possibilità di collaborazione tra i vari attori attivi nella regione. Se per decenni i Paesi della sponda meridionale del Mediterraneo hanno potuto trarre vantaggio dall’esportazione di idrocarburi, un nuovo paradigma legato alla transizione energetica porterà nuove sfide e possibilmente nuove possibilità di sviluppo per questi Paesi. L’Unione Europea dovrà supportare alcuni dei processi a cui i Paesi nordafricani andranno necessariamente incontro. La sfida non è semplice, ma il fallimento nell’attuare politiche di cooperazione in ambito diplomatico ed industriale potrebbe causare tensioni sociali che non si limiteranno ai territori della sponda sud del bacino. È necessario avviare l’interconnessione dei mercati dell’intera regione per poter trarre vantaggio dalla decarbonizzazione del bacino del Mediterraneo.

Qual è lo stato di avanzamento del processo di decarbonizzazione nel bacino del Mediterraneo? Quali potrebbero essere le conseguenze di questo processo nel medio-lungo termine sui Paesi della sponda sud del Mediterraneo? 

La sponda europea mostra timidi segnali positivi, mentre quella nordafricana è ancora in una fase iniziale di tale processo e con differenze geografiche consistenti. Uno degli aspetti più importanti della decarbonizzazione in riferimento al Mediterraneo è come evitare che il processo contribuisca all’allargamento delle disuguaglianze.  Il benessere rende ovunque più verdi; ma fare decarbonizzazione in economie di sussistenza può se mal gestito ampliare la fascia della povertà.

La sponda sud del Mediterraneo ospita alcuni Paesi produttori per i quali la decarbonizzazione risulta essere più un incubo che una speranza, in quanto implica la progressiva perdita della loro rendita petrolifera. I due esempi più rilevanti, nonostante la loro estrema diversità, sono Libia e Algeria. Nel 2019, la rendita petrolifera rappresentava il 45% del PIL in Libia ed il 16,5% in Algeria. Abbastanza per dire, pur con diversa drammaticità nei due Paesi, che il loro budget nazionale è in larga parte dipendente dal prezzo del petrolio. Il venir meno della rendita petrolifera nella situazione attuale comporterebbe l’azzeramento delle risorse per la spesa sociale (scuola, sanità, pensioni…) in Paesi che negli ultimi cinquant’anni hanno visto una crescita demografica ben superiore alla media mondiale ed hanno di fatto triplicato la popolazione nazionale. Se la decarbonizzazione dovesse determinare un crollo della rendita, con i fattori in campo oggi, questi Paesi potrebbero testimoniare forte instabilità sociale e generare una crescente spinta migratoria.

Quale ruolo può avere l’Unione Europea o, più in termini regionali, la sponda settentrionale del Mediterraneo nell’accompagnare il processo di decarbonizzazione?

si deve riuscire a sostituire la rendita con una diversa fonte di ricchezza, consapevoli che il non riuscirci ci porterebbe ad essere importatori netti di instabilità sociale.

L’Europa non può non farsi carico di alcuni aspetti di questo processo. La politica ambientale dovrebbe essere anzitutto politica estera, considerando che le emissioni sono globali e che le popolazioni del Mediterraneo sono in reciproca interdipendenza. A questo aggiungiamo che anche per quei Paesi del Sud Mediterraneo la cui economia non poggia sulla rendita petrolifera decarbonizzare non è un pranzo di gala. Ci vogliono investimenti e tecnologia; se non si mette efficacemente in pista una collaborazione di bacino si rischia di allargare le distanze.

La politica di collaborazione dovrebbe insomma viaggiare su due binari. Non solo partnership per accelerare la decarbonizzazione del sud Mediterraneo, ma anche, soprattutto con riferimento ai Paesi produttori, partnership che favoriscano la diversificazione produttiva. Si deve riuscire a sostituire la rendita con una diversa fonte di ricchezza, consapevoli che il non riuscirci ci porterebbe ad essere importatori netti di instabilità sociale.

Le forme di collaborazione potranno potenzialmente includere anche il tema energetico. Il nostro interscambio fossile è stato storicamente più che robusto, dal gas algerino al gas e petrolio libici, per esempio. Abbiamo sin qui alimentato la rendita importando idrocarburi. Alcuni progetti futuri basati su fonti fossili come l’East Med o l’estrazione di gas egiziano sono oggi in forse, ma già hanno messo in scena nuove collaborazioni impensabili fino a qualche anno fa: si pensi alla partnership commerciale tra Egitto ed Israele. 

Oggi, tuttavia, dobbiamo fare i conti con la decarbonizzazione e le nuove forme di collaborazione che le sono coerenti.

Sarà possibile perseguire una qualche forma di collaborazione oltre le fonti fossili? Quale tipo di energia potrà rappresentare il fulcro sul quale fare leva?

L’immagine è quella del sole dopo il petrolio. Detta così sembra una boutade. Però il sole – per metonimia, l’energia solare – può essere un buon banco di prova per enumerare temi e problemi della cooperazione a venire. L’associazione di idee è facile. Se parliamo di rinnovabili in Nord Africa, viene in mente l’immagine del sole splendente nel deserto. Se poi, però, parliamo di “mercato”, dobbiamo pensare a come collegare le oasi con il mercato elettrico europeo e le lampadine di casa nostra. L’associazione di idee diventa più impegnativa. 

La prima domanda per immaginare quale futuro aspettarsi è come spartirsi le risorse. L’energia solare dovrebbe servire a decarbonizzare chi la produce, e a noi (consumatori europei) dovrebbe arrivare solo l’eccesso. Ci vorrà saggezza, o forse diplomazia, per trovare un equilibrio.

La seconda questione è la scala di programmazione. Dovrà vertere su modelli nazionali o regionali? La giurisdizione statale parrebbe una scelta ovvia. Però, considerando la funzionalità delle infrastrutture e immaginando il miglior bilanciamento tra necessità locali ed export, attribuire un carattere regionale alla programmazione consentirebbe una sensibile ottimizzazione.

In terzo luogo, c’è da definire quali siano gli enti o i soggetti che saranno chiamati ad investire. Sarebbe più efficace affidarsi a piccole e medie imprese o a grandi consorzi di importatori? Questo tema è il reciproco della scala di programmazione. Affidarsi a PMI significa localizzare la produzione, in quanto la capacità di investire adeguatamente in infrastrutture per l’export verrebbe meno, mentre, al contrario, lasciando spazio a grandi imprese e consorzi si accelererebbe la capacità produttiva e infrastrutturale. C’è da tenere presente che, qualunque sia la dimensione d’impresa, senza il sostegno pubblico l’inserimento delle rinnovabili non sarebbe minimamente potuto partire in Italia (o Europa): probabilmente, anche in questo quadro l’intervento pubblico sarà necessario per avviare lo sfruttamento dell’energia solare proveniente dal deserto. 

Un quarto punto riguarda il tipo di tecnologia da mettere in campo. Fotovoltaico? Termico (che in Marocco ha già uno degli impianti più avanzati)? Una combinazione dei due? O nuove tecnologie? Molto dipenderà dallo stato della rete e dallo sviluppo della capacità di accumulo, ma si spera che sarà una scelta basata su criteri tecnico-commerciali – con la politica giusta osservatrice.

Quinto aspetto da considerare: il prodotto. Ovvero: sarà l’elettricità ad essere esportata o l’idrogeno verde? Posto che per produrre idrogeno verde per 60/70 kWh ci vogliono 100 kWh di energia elettrica e che in pieno deserto ci vogliono 9 litri d’acqua per produrre un kg di idrogeno, la scelta sembrerebbe non poter essere che in favore dell’elettricità. Però non è detto. Se si riuscisse ad ottenere capacità di generazione elettrica in eccesso, utilizzare tale eccesso per produrre idrogeno converrebbe. Ciò implica che, tornando al terzo punto, affidarsi ad un sistema che verta su un sistema a scala regionale e affidato a grandi consorzi potrebbe facilitare la produzione di idrogeno verde. La resilienza e la sicurezza delle rispettive infrastrutture di trasporto saranno elementi da non trascurare ai fini della scelta.

In ultima istanza, bisogna riflettere sull’infrastruttura di importazione. La radiazione solare è intermittente persino nel deserto, e la rete che la sfrutterà dovrà mantenersi bilanciata. Ci vogliono investimenti e sviluppo di importanti capacità di stoccaggio (il che può giocare a favore di un qualche trasporto in forma di idrogeno, che viene trasportato in forma liquida per nave e non attraversa il Mediterraneo su tralicci). 

La distribuzione degli oneri tra produttori e importatori sarà un tema di discussione importante. Rimarrà la necessità di migliorare a prescindere la resilienza delle nostre reti, non solo in ottica della collaborazione trans-mediterranea, ma perché essa rappresenta una delle priorità della transizione energetica (si pensi al peso che avranno le auto elettriche in un prossimo futuro). 

Come si potrebbe riassumere il tema della collaborazione nel settore energetico nel bacino del Mediterraneo?

Abbiamo discusso dei temi e problemi che un progetto di collaborazione di bacino potrebbe avere, provando a tratteggiare la complessità della coesistenza e della necessità di coordinamento di apparati diplomatici, imprese e tecnologie. Il modello rappresentato dall’energia solare sembra essere il più immediato, ma è probabile che il caso possa essere esteso anche ad altre ipotesi di cooperazione energetica.

L’energia solare sembra essere il modello più probabile e con il maggiore grado di realizzabilità, soprattutto in considerazione del fatto che il futuro poggerà sull’elettrico. Un mercato elettrico che abbracci l’intero mercato mediterraneo è oggi oltre il visionario; ma tutto ciò che interconnette tra loro dei mercati (come l’importare energia solare dal Nord Africa) stimola passi in avanti. La crescita del consumo elettrico continua ad avere in percentuale un andamento lento e molto al di sotto di quanto sarebbe necessario: i primi sei mesi di quest’anno, comparati al 2019, ci dicono addirittura che nella generazione elettrica le rinnovabili sono aumentate in percentuale, ma che il carbone è aumentato in volumi assoluti, raggiungendo il massimo storico. Non sono buone notizie.  Che il deserto ci aiuti.

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