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Resilienza italiana. Ripartire dagli investimenti nei settori che contano: difesa e industria della difesa

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L’Italia è un Paese fortemente integrato nell’economia globale e come tale risente di ciò che accade fuori, sia ai propri fornitori di risorse energetiche, sia ai mercati di sbocco del proprio export ed è per questo che la stabilità internazionale oltre che interna, si traduce per l’Italia in un presupposto fondamentale per la propria crescita.

Eventuali crisi internazionali infatti, potrebbero compromettere la competitività del nostro Paese riducendo la domanda globale delle nostre merci (questo accade in particolare, perché l’economia italiana necessita di una forte domanda internazionale dei propri prodotti). Tuttavia, la criticità principale riguarda l’ormai latente consapevolezza comune che il benessere dell’Italia, dipenda molto dalla stabilità internazionale e soprattutto, la considerazione del fatto che essa non sia in grado, data la propria ridotta potenza di ottenerla da sola.

Quanto espresso sopra fu, in sostanza, la ragione principale per cui l’Italia negli anni, aveva aumentato considerevolmente la propria partecipazione militare nei vari teatri di crisi. Ciò diversamente dall’idea più o meno diffusa secondo cui i nostri interventi militari all’estero, in particolare quelli dagli anni ‘ 90 in poi, fossero solamente la mera conseguenza dell’appoggio agli Stati Uniti e ai loro obiettivi di democratizzazione.  L’approccio in questi termini, dirottato dai mass-media e dalla politica, dell’opinione pubblica prima e del potere decisionale dei decision makers poi, ha portato nel corso degli anni ad una sempre più incisiva minorità geopolitica dell’Italia in termini di potenza (militare in particolare). Tale minorità dipende tutt’oggi, ovviamente anche dalla scarsità di altri importanti fattori che fanno di un paese, una vera Potenza. Oltre a quello economico però, è opportuno far riferimento altresì alle risorse demografiche e nel caso dell’Italia, al problema di una popolazione poco giovane e quindi meno propensa al rischio e a far sì che il Paese investa di più in sicurezza interna, esterna, ma soprattutto al mantenimento di una posizione di forza del proprio paese nel contesto mondiale; da ultimo gli armamenti e dunque la poca propensione agli investimenti nel settore della Difesa e dunque, nell’ industria della Difesa e nelle stesse Forze Armate. Fra gli altri fattori indispensabili constano parimenti, quegli immateriali tra i quali si annoverano il sostegno e la fiducia dell’opinione pubblica nei confronti di un’ambiziosa visione di politica estera del proprio paese. Trattandosi ciò, più propriamente del grado di immedesimazione tra cittadino e Stato ovverosia la percezione che un paese anzi, un popolo ha di sé stesso in termini di coesione sociale e di questo, lo si può affermare quasi con certezza, l’Italia ne è storicamente carente. Basti pensare al tipo di notizie su cui i media quotidianamente spingono di più e quali invece cercano di evitare o sviare, così come le promesse dei politici in campagna elettorale. Si legge poco su quanto il nostro paese abbia bisogno di riemergere unito dal punto di vista delle intenzioni, piuttosto che risalire nella sua vecchia classifica mondiale con eventuali proposte concrete in coda. Si legge e se ne parla ovunque invece, di tutto ciò che di politico si può vendere, mediaticamente ed elettoralmente. In questa direzione ha proseguito nel corso degli anni, soprattutto la comunicazione politica: pochi italiani sanno quale ruolo determinante hanno avuto in moltissime occasioni le nostre Forze Armate, in particolar modo perché le notizie e le informazioni in merito venivano diffuse elusivamente sia dai media, sia dalla politica. Basti pensare al costante impegno del Governo italiano nel minimizzare l’essenziale ed eccellente partecipazione delle nostre FF.AA. in diverse circostanze, di fronte al Parlamento. Per questo motivo il silenzio assordante attorno alle nostre missioni all’estero e alla fondamentale presenza del nostro Esercito ha creato un circolo vizioso a causa del quale il sostegno dell’opinione pubblica ha continuato a venire meno, senza inversione di rotta. Tra gli esempi, il misconoscimento totale da parte della pubblicistica nazionale ed internazionale delle operazioni più importanti partecipate dall’Italia, tra cui l’intervento contro la federazione jugoslava per fermare la pulizia etnica in Kosovo nel 1999 o ancora in Albania qualche anno prima per gestire la condizione di anarchia dopo il crollo del regime comunista. Da sempre infatti, le missioni internazionali italiane sono state gestite quasi in segreto, come fossero motivo di vergogna  proprio per quel sentore di disprezzo pubblico, diretta conseguenza del periodo fascista e post bellico, acuitosi sempre di più per via dei contrasti creati dalla politicizzazione del paradigma antifascista a partire dagli anni del centrismo Degasperiano e influenzato poi dai fatti della guerra del Vietnam e dai movimenti pacifisti affermatisi a piovra in tutto l’occidente in modo significativo  che hanno influito sullo sviluppo di posizioni ideologiche contrarie alla guerra, alle armi e a tutto ciò che potesse riferirsi ad  un impegno italiano in una qualsiasi operazione di risoluzione dei conflitti armati. 

Avendo fatto cenno alle principali motivazioni che hanno portato l’Italia ad una posizione di minorità geopolitica, si aggiunge inoltre la questione NATO, in particolare l’arretramento degli Stati Uniti dall’Europa e dal mediterraneo in vista del programma “Prompt Global Strike” il quale prevede la presenza in campo di sempre meno uomini per lasciar spazio ad un maggiore utilizzo di droni e missili intercontinentali. Ciò lascerebbe l’Italia in una condizione di latente stabilità e con un limitatissimo margine di scelta. L’Italia ha ancora molti obiettivi in politica estera da raggiungere e senza gli USA risulta difficile non potendo nemmeno contare, almeno per ora, su una qualche alternativa al rapporto Roma-Washington per la sua sicurezza nazionale, anche a causa del ruolo che tutt’oggi hanno gli USA in contesti fondamentali per l’economia italiana, come il golfo Persico ad esempio, dove vengono decisi i prezzi del petrolio. Tra gli obiettivi sopraccitati rientrano (pretermettendo l’Afghanistan), l’Iraq dove l’Italia dovrebbe rimanere a sostegno delle forze irachene contro Daesh, in Libano dove la marina italiana controlla flussi migratori e combatte la pirateria. Ancora l’Italia dovrebbe intervenire in Libia dove potrebbe non voler perdere l’ormai residua influenza. E queste sono solo alcune delle più importanti sfide che deve ancora affrontare l’Italia, tra cui la credibilità a livello internazionale.

A destare ulteriore preoccupazione non è solo l’arretramento USA però, è anche l’atteggiamento politico interno. Nonostante l’industria della Difesa italiana per esempio, rappresenti uno dei comparti industriali più importanti per il sistema paese in termini di occupazione, vendite, ricadute tecnologiche e rilevanza strategica, l’attenzione nei confronti di questa tematica rimane pur sempre bassa.  Il depotenziamento militare italiano insieme alla mancanza di investimenti in materiali d’armamento, nella corazzatura, negli edifici e nei veicoli in dotazione dell’Esercito e un interesse politico in tali investimenti insufficiente infatti, spingono verso una sola direzione. Lo snellimento graduale dell’organico attuato dalla Legge Di Paola del 2012 che dovrebbe essere rivista entro il 2024 per evitare un taglio badiale, poi ancora la previsione di una legge terrestre che avrebbe il merito di infondere interesse e un’attenzione specifica verso le tematiche relative agli impieghi di terra, proprio come accade nella Marina. Questa disattenzione politica e sociale nei confronti di un tema così politicamente compromesso non potrà consentire a pieno al nostro Paese di affrontare tutte le sfide cui si è fatto cenno, soprattutto se pensiamo che da un anno a questa parte le FF.AA. abbiano contribuito con immani sforzi logistici e professionali anche nel contrasto al covid-19, oltre che sul piano della sicurezza, anche sul campo sanitario e logistico, a testimonianza di quanto sia fondamentale il loro apporto in situazioni emergenziali prolungate, seppure con organico, mezzi e dotazioni ridotti. Inoltre bisogna ricordare, che le Forze Armate italiane come strumento politico interno non solo svolgono compiti effettivi, ma anche simbolici, in particolare nel contrasto alla criminalità organizzata dimostrando una fondamentale e forte presenza dello Stato nel tempo e permettendo dunque, la riappropriazione di molti territori invasi dall’illegalità e sotto il controllo della malavita, in particolare nel sud Italia dove esperienze pregresse hanno confermato il ruolo essenziale delle operazioni militari a supporto della lotta antimafia.

Maturate alcune consapevolezze, si esprime quindi, la preoccupazione relativa alle dubbie capacità complessive future delle FF.AA. italiane, di condurre determinate attività al fine di tutelare gli interessi interni ed esterni e conseguire gli obiettivi prefissati. A meno che non ci si adoperi per addurre un cambio di rotta in termini finanziari, ma ancora prima in termini persuasivi relativi alla ormai perduta capacità di ragionare in termini di rapporti di potenza e smettendola di lasciare spazio a decisioni che avrebbero sicuramente il pieno consenso elettorale, ma che non sono lungimiranti per il futuro del Paese. Le continue richieste di supporto che le FF.AA. ricevono contemporaneamente a quelle che già soddisfano, devono però, essere controbilanciate dalla certezza di poter garantire anche affidabilità. Analogamente, l’incertezza che caratterizza la crisi che stiamo vivendo esalta ancora di più l’importanza di poter contare su dei finanziamenti certi e non solo sulle intenzioni velate di alcuni politici.

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