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Dio salvi il Libano

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A poco più di un anno di distanza dall’esplosione del porto di Beirut il Libano sembra non riuscire a vedere la luce alla fine del tunnel. Il prezzo del carburante è in costante aumento, così come quello dei beni primari generici. La lira libanese ha perso quasi il 100% del suo valore. Sullo sfondo di quella che sta divenendo una vera e propria crisi umanitaria si sta da consumando da mesi un braccio di ferro fra le principali compagini politiche del paese per la formazione di un governo. Dopo la rinuncia di Hariri a formare un esecutivo la palla è passata al milionario ed ex PM Mikati, quale sarà il futuro del Paese dei Cedri?

Il vortice libanese

Beirut, 4 agosto 2020: un anno fa, un incendio nato in uno dei magazzini del porto contenente 2750 tonnellate di nitrato di ammonio, innescò un’esplosione che causò più di 200 morti e migliaia di feriti. Di quel giorno sono ancora vividi i ricordi di interi edifici sventrati e detriti sparsi ovunque nei dintorni del porto della capitale libanese. L’esplosione parziale della più importante infrastruttura del paese fu allora la triste cartolina di un paese che affronta ancora oggi una crisi interminabile dalla quale non sembra essere più in grado di uscire. La lira libanese ha perso oggi oltre il 90% del suo valore dalla fine del 2019, raggiungendo così il suo minimo storico, più del 50% della popolazione vive sotto la soglia della povertà e il prezzo dei beni alimentari è aumentato del 400%. Le proteste dilagano e si intensificano, i manifestanti chiedono a gran voce verità su quanto accaduto il 4 agosto, ma anche e soprattutto le dimissioni e il rinnovamento di una classe politica corrotta e ritenuta non in grado di risollevare le sorti del Libano. Attualmente la popolazione lotta per acquistare beni di prima necessità, si destreggia tra la perdita di posti di lavoro e l’aumento dei prezzi. Le famiglie sono stremate e le speranze per un rapido miglioramento sembrano essere svanite. Mancano i farmaci di prima necessità, come l’insulina indispensabile per i soggetti diabetici. I medicinali essenziali per i neonati o gli anziani sono quasi assenti e la lotta per accaparrarsi le ultime dosi alimenta rovinosamente i conflitti interni. Anche l’approvvigionamento di carburante è in forte declino: la benzina è sempre più difficile da trovare e il prezzo è in costante aumento; dopo l’ultimo taglio ai sussidi il prezzo è salito di più del 70% e le interminabili file per i benzinai sono ormai all’ordine del giorno. Nel tentativo di porre un rimedio, come riferito il mese scorso dal Ministro dell’Energia Raymond Ghajar, l’Iraq dovrebbe fornire carburante al Libano in un accordo che aiuterà ad aumentare la fornitura di energia nei prossimi mesi. Anche Hezbollah si è esposto a riguardo, affermando che l’Iran sarebbe pronto a rifornire il Libano grazie all’invio di navi cargo piene di carburante anche a costo di violare le sanzioni imposte da Washington. Il movimento a base sciita, come riportato da alcuni analisti, starebbe già vendendo questo accordo con Teheran come una grande vittoria del Partito di Dio e del popolo libanese, nel tentativo di riguadagnare quei consensi che ha necessariamente perso negli ultimi mesi. Non sorprende il fatto che poche ore dopo l’annuncio dell’accordo con l’Iran gli USA abbiano lasciato trapelare di essere in fase di negoziazione con l’Egitto per la fornitura di gas per il Libano in quella che sembra essere un contrasto propagandistico fra i due attori. 

La crisi economica sta causando anche gravi ripercussioni sui bambini: come riportato da un rapporto dell’Unicef, oltre il 30% dei bambini “è andato a letto affamato e ha saltato i pasti”, mentre il 77% delle famiglie non dispone delle risorse utili per garantire il proprio fabbisogno alimentare quotidiano. Un bambino su 10 è stato mandato a lavorare mentre il 15% delle famiglie ha interrotto l’istruzione dei propri figli a causa della crisi. Manca l’aria condizionata, i frigoriferi sono spenti, gli ascensori sono disattivati e l’energia elettrica scarseggia, a tratti è totalmente assente. Il prezzo del cibo è costantemente in crescita, così come l’acqua potabile è divenuto un bene dispensato “alla goccia”. La posizione delle banche aggrava una situazione già critica, in particolare la possibilità per le famiglie di richiedere i propri risparmi è ormai speranza vana. Per i cittadini libanesi è oggi pressoché impossibile accedere ai propri conti e ritirare i propri denari. Talvolta vi è la possibilità di prelevare le banconote, ma in tal caso il tasso di cambio fissato dalla Banca centrale fa sì che chi ha versato del denaro ottenga circa il venti per cento del valore del suo deposito originario effettivo. Le aziende ricevono esclusivamente i dollari in contanti, ma la maggior parte dei cittadini libanesi non ha la possibilità di usufruirne. Il ricorso alle mense è sempre più comune, così come le richieste di prestiti. Al contrario, sono più limitati i casi di ritorno al baratto, tuttavia fenomeno non assente. La scelta di emigrare è la soluzione più ricorrente, ma le possibilità economiche non lo permettono. Milioni di libanesi si ritrovano in questo contesto nel quale la loro stessa dignità umana è lesa, caratterizzati da uno stato di anomia derivante dall’abbandono da parte delle loro stesse guide politiche.

Le dimissioni di Hariri

“Che Dio salvi il Libano”, con queste parole il PM designato Saad Hariri si è dimesso dal suo incarico lo scorso luglio, facendo precipitare ulteriormente il paese nella crisi politica e finanziaria. L’ex-premier, già dimissionario nel novembre 2019 dopo l’inizio delle proteste di piazza, ha ritirato la sua nomina a seguito di un incontro con il Presidente libanese Michel Aoun, colloquio durato poco meno di venti minuti. Il compito affidatogli nell’ottobre 2020 era quello di formare una squadra di governo capace di promuovere riforme indispensabili per lo sblocco degli aiuti internazionali, così come sottolineato dalla comunità internazionale. Nove mesi non sono bastati a sanare i conflitti sorti tra l’ex premier sunnita e il Presidente Aoun per la nomina dei ministri. L’estrema necessità di ricostituire il governo libanese non è bastata a mitigare le diverse posizioni politiche e religiose dei due protagonisti. Pomo della discordia fra i due sembra essere stato il cosiddetto terzo bloccante, ovvero la rivendicazione consuetudinaria da parte del Presidente della Repubblica di nominare un terzo dei ministri, fattore che gli avrebbe permesso di avere una forte leva sulle maggiori decisioni del governo grazie alla possibilità di apporre veti. Tra i temi caldi del dibattito vi erano anche tensioni circa i ministeri da allocare alle comunità cristiane, specialmente per quanto riguarda gli interni e le finanze, quest’ultimo ricoperto da diversi anni dagli sciiti. 

È dunque sotto incessanti litigi che il Libano affonda: poco dopo le dimissioni di Hariri la lira ha infatti toccato il minimo storico di 24.000 LL contro il dollaro. La speranza risiede, ancora una volta, nella creazione di un governo realmente intenzionato a risollevare il paese. Un governo capace di riformare un intero sistema, a cominciare dall’assetto economico-finanziario. Le dimissioni di Hariri fanno anche parte di un gioco ancora più ampio: una gara di egoismi, di tensioni e scontri tra partiti che va a ben descrivere l’attuale condizione politica libanese. I contrasti politici minano le fondamenta per la realizzazione di un governo efficace, ma chi tira le fila? L’aristocrazia libanese è quella che meglio affronta la crisi, anche se il progressivo invecchiamento di questi soggetti nasconde numerosi timori sull’assetto futuro dell’élite stessa. Personaggi come il Presidente della Camera Nabih Berri, il Segretario di Hezbollah Hassan Nasrallah, il leader druso Walid Jumblatt, oltre alla famiglia sunnita Hariri e quella cristiano maronita Gemayel, detengono ininterrottamente il potere da decenni, avendo superato incolumi anche gli anni della guerra civile, anni in cui alcuni di loro erano alla guida di milizie che solo in rarissimi casi ricevettero condanne. Difficile che questa élite decida di rinunciare ad un potere che appare ormai consolidato da molto tempo in favore di un repentino cambiamento nelle regole, utile al benessere del paese intero. 

Quale sarà il futuro del paese dei cedri? 

In questo contesto, come successe in seguito all’esplosione del 4 agosto 2020, la risposta della comunità internazionale è stata immediata. Beirut è stata invitata a formare al più presto un governo stabile, capace di riformarsi e collaborare con il Fondo Monetario Internazionale. In particolare, la Francia si è resa disponibile per l’organizzazione di una raccolta fondi internazionale finalizzata alla ripresa del paese svoltasi in concomitanza del primo anniversario dell’esplosione mortale che ha devastato Beirut: l’evento, tenutosi in videoconferenza, è iniziato con le forti affermazioni del Presidente francese Emmanuel Macron, parole che richiamano nuovamente alle responsabilità della classe politica libanese: “I dirigenti libanesi sono debitori di verità e di trasparenza nei confronti della loro popolazione”. Ciononostante, il Presidente francese ha promesso 100 milioni di euro senza condizioni a sostegno della popolazione libanese. Inoltre, si continuano a seguire le proposte di riforma lanciate dallo stesso Macron durante il suo viaggio in Libano i giorni successivi alla grande esplosione, quando affermava: “Se queste riforme non verranno attuate, il Libano continuerà a soffrire” divenuta condizione necessaria per lo sblocco dei finanziamenti internazionali. Diversa è la posizione degli Stati Uniti: il Segretario di Stato Anthony Blinken ha espresso infatti delusione per lo stallo politico libanese e ha invitato caldamente i leader del Paese dei cedri a rivedere le proprie divergenze in favore del Libano. 

Nel mentre il Presidente libanese Michel Aoun ha avviato le consultazioni per la nomina di un nuovo premier con il compito di formare un governo. Dalle consultazioni è uscito il nome di Najib Mikati, personaggio già noto e parte di quell’élite precedentemente citata. Miliardario e già coinvolto nei passati giochi politici in quanto due volte PM, nel 2005 e nel 2011, Mikati ha ottenuto il sostegno di 72 parlamentari su 118, conquistando così l’incarico di formare un nuovo governo, un sostegno più solido rispetto ai 64 con i quali era stato nominato Hariri ma che comunque lascia aperte numerose spaccature in seno al Parlamento. Tra i sostenitori del nuovo Primo Ministro il partito politico e paramilitare affiliato all’Iran Hezbollah e l’altro partito sciita Amal, ma sono da registrare le opposizioni dei legislatori cristiani allineati con Aoun. Lo stesso Mikati non rappresenta un partito politico. Il nuovo Primo Ministro libanese designato ha affermato di avere l’esperienza imprenditoriale per arrestare la rovinosa caduta del paese, oltre all’implosione economica e sociale che si ripercuote in tutto il Medio Oriente. Nelle prime parole pronunciate nelle “nuove” vesti, Najib Mikati ha affermato: “Ho il necessario sostegno internazionale dall’Unione Europea, in particolare dalla Francia, e sono fiducioso che anche gli Stati Uniti saranno aperti al sostegno al di là dell’assistenza che Washington già fornisce all’esercito libanese”. La situazione del libano risulta ancora precaria e sorge spontaneo chiedersi: Mikati riuscirà a formare un governo? Il nuovo Primo Ministro ha presentato una proposta al Presidente per l’assegnazione dei portafogli ministeriali dicendosi fiducioso sul raggiungimento di un accordo: “Ho consegnato le mie proposte. La maggior parte di loro è stata ben accolta dal Presidente. Allo stesso tempo, sto prendendo in considerazione tutte le osservazioni del Presidente”. Tuttavia, la fiducia iniziale ha lasciato il posto ad una nuova fase di stallo: ad un passo dall’avvio del processo di formazione del gabinetto, il Presidente Michel Aoun ha avanzato la richiesta di rimozione del governatore della Banque du Liban, Riad Salameh, per cause legate a passate controversie tra i due. Il Presidente libanese necessiterebbe dell’assistenza del Primo Ministro designato per essere in grado di raggiungere questo obiettivo, poiché solo una risoluzione del governo potrebbe rimuovere Salameh dal suo incarico. Ad aggravare la situazione, secondo alcune testate libanesi, vi è inoltre l’elevata probabilità che anche Mikati rimetta il suo incarico qualora dovesse continuare questa situazione. Per cercare di scongiurare questo scenario si sarebbe mosso anche il Direttore Generale del Direttorato per la Sicurezza Generale, Abbas Ibrahim, che attualmente sta mediando fra le parti in causa.

In un quadro così complesso e controverso la speranza di arginare la crisi è molto lontana ed il rischio è che quest’ultima permanga fino a nuove elezioni.

Martina Mereni
Geopolitica.info

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