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Elezioni in Algeria: un paese diviso tra astensionismo e vecchi partiti

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Lo scorso 12 giugno il popolo algerino è stato chiamato alle urne per le elezioni legislative. Il risultato ha rimarcato chiaramente, se mai ce ne fosse bisogno, la spaccatura tra popolo e politica che caratterizza l’Algeria negli ultimi anni. Una popolazione stanca del vecchio sistema politico si contrappone al Presidente Abdelmadjid Tebboune – sostenuto dall’esercito – che resiste alle richieste di un cambiamento radicale del quadro politico attuale. Il voto, inizialmente previsto per il 2022, è stato anticipato in risposta alle proteste antigovernative in corso nel paese e volte a dare più spazio alla componente giovanile del paese. I risultati preliminari (per quelli definitivi si dovrà aspettare qualche giorno) mostrano il ritorno dei vecchi partiti, dati per morti e che in passato hanno fortemente sostenuto il governo di Abdelaziz Bouteflika, e l’emergere di una nuova figura, quella dei candidati indipendenti. Questi ultimi avranno una presenza importante (78 seggi) all’interno della nuova Camera e potrebbero risultare attori chiave nella formazione del prossimo governo.

La repressione governativa e il boicottaggio promosso da Hirak

Nelle scorse settimane le autorità algerine hanno impedito le settimanali manifestazioni antigovernative del movimento che nel 2019 aveva portato alla caduta di Bouteflika. Oltre 2000 sono stati i manifestanti arrestati: ciò testimonia il livello di repressione della protesta raggiunto nel paese nordafricano. Una repressione che ha colpito in maniera indiscriminata noti attivisti del movimento. Un duro inasprimento legato all’avvio della campagna elettorale e al tentativo da parte di Tebboune di evitare qualsiasi manifestazione di dissenso. Prima del voto, i principali leader del movimento anti-governativo sono stati arrestati, con la capitale Algeri messa praticamente “sotto sequestro” per evitare ulteriori disordini. Karim Tabbou, una figura di spicco di Hirak, è stato arrestato, così come altri personaggi dei media, tra cui Ihsane el-Kadi, il Direttore di Radio M Station, e il giornalista Khaled Drareni. Nonostante ciò, il forte movimento di protesta Hirak è riuscito ad ottenere un diffuso boicottaggio. Secondo i dati dell’Autorità nazionale indipendente delle elezioni, l’affluenza alle urne è stata del solo 23% degli aventi diritto, in netta diminuzione rispetto al 40% raggiunto nel 2019. Tale dato si attesta sui numeri del referendum costituzionale dello scorso novembre, proposto dall’attuale Presidente e presentato come una risposta adeguata al malcontento popolare e alle proteste di Hirak, in cui l’affluenza era stata del 24%. Il forte astensionismo dimostra, insieme alle continue proteste e alle critiche  pubbliche al governo di Tebboune, come una grossa fetta della popolazione algerina sia d’accordo con il movimento antigovernativo.

 Vecchi partiti, vecchio governo

Il Fronte di liberazione nazionale (Fln) viene riconfermato come primo partito con 105 seggi sui 407 totali, nonostante abbia perso oltre 50 seggi rispetto alle precedenti elezioni. Il risultato è in qualche modo sorprendente: il Fln, che ha dominato la scena politica dall’indipendenza ottenuta nel 1962, era in crisi dalla caduta di Bouteflika. Rispetto al 2017 la dimensione dell’Fln è diminuita chiaramente, ma avrà sicuramente possibilità di allearsi con altri partiti e candidati indipendenti così da creare una maggioranza in grado di supportare il Presidente Tebboune. Il Segretario generale del Fln, Abou El Fadhel Baadji, ha più volte dichiarato come il programma politico del suo partito sia vicino a quello dell’attuale Presidente. Di conseguenza esistono tutti i presupposti per una futura alleanza.

La bassa affluenza ha chiaramente avvantaggiato i partiti filogovernativi o comunque ritenuti non pericolosi per il governo. Il Democratic national rally (Rnd) e il partito islamico moderato, Movimento della società per la pace (Msp), hanno ottenuto rispettivamente 57 e 64 seggi. In passato hanno entrambi sostenuto Bouteflika e le loro basi, anche se limitate, hanno ignorato le richieste di boicottaggio provenienti dagli altri attori politici e non. Nel caso del partito islamico, le aspettative alla vigilia delle elezioni erano sicuramente più ottimistiche rispetto ai risultati finali e pochi giorni dopo la tornata elettorale il partito aveva rivendicato addirittura la vittoria. Il fronte islamista di Abderazzak Makri, leader del Msp, ha più volte dichiarato di essere pronto a governare il paese in caso di vittoria. I partiti islamisti da tempo stanno tentando di conquistare il sostegno popolare degli algerini. Il boicottaggio delle forze politiche progressiste, insieme alla crisi di legittimità del governo e alla mancanza di un’alternativa credibile, avrebbero potuto offrire al partito islamico l’opportunità di acquisire una maggiore influenza nel parlamento. Tuttavia, i risultati sono stati diversi. Partiti come Msp hanno espresso il desiderio di collaborare con il regime per realizzare insieme un nuovo programma politico. Tale scelta, insieme al rifiuto di boicottare le elezioni e al sostegno concesso ai governi precedenti, potrebbe essere la causa di una perdita cospicua di voti da parte di quegli elettori che desiderano un cambiamento radicale all’interno del paese.

Il partito centrista nazionalista Fronte Futuro (Front El Moustakbal), fondato nel 2012 dopo che il suo leader Abdelaziz Belaid si è separato dal Fln, ha ottenuto 48 seggi. Così come l’altro partito islamista, Movimento nazionale di costruzione (El Binna), che ha ottenuto 40 seggi nel prossimo parlamento. Inoltre, la proliferazione di piccoli nuovi partiti e di liste indipendenti sostenute dal governo hanno disperso i voti anti-establishment. Se l’affluenza alle urne fosse stata più alta, i partiti filo-governativi avrebbero probabilmente ottenuto qualche seggio in meno rispetto a quelli vinti. Un grande cambiamento rispetto alle elezioni precedenti è che il numero delle donne elette scenderà dalle 112 presenti nell’Assemblea del 2017 alle solo 34 uscite vittoriose da 12 giugno.

 Un futuro incerto

Una volta confermati i risultati ufficiali, Tebboune, dopo le riforme approvate con il referendum dello scorso anno, avrà il compito di nominare un Primo Ministro dopo la formazione di una coalizione parlamentare che sostenga il suo programma. Il futuro governo dovrà affrontare enormi sfide economiche. Il crollo dei prezzi del petrolio ha avuto delle conseguenze sull’intero sistema paese. I problemi perenni di disoccupazione, la carenza di alloggi e il potere d’acquisto stanno peggiorando la situazione della maggior parte degli algerini. La pandemia di Covid-19 persiste e il fantasma di una crisi economica, in assenza di misure concrete che possano rilanciare il paese, è sempre presente. Il governo ha da tempo riconosciuto l’urgente necessità di diversificare il proprio sistema per ridurre la dipendenza da petrolio e gas, ma a tale volontà fino ad oggi non è mai seguita nessuna decisione in grado di creare un ambiente normativo e un clima imprenditoriale che attragga investimenti nazionali ed esteri. Indipendentemente dalla coalizione che sosterrà il nuovo governo, due restano i quesiti a cui oggi non si ha risposta. Quanto a lungo Hirak, un movimento dominante nella politica di strada, galvanizzato principalmente dal risentimento e da un senso di ingiustizia, potrà continuare nella sua forma attuale: nessun leader e nessuna proposta alternativa a quella governativa? Per quanto tempo ancora l’apparato militare, non disposto a cedere alle richieste dell’opinione pubblica per uno Stato veramente civile e democratico, continuerà a sostenere un Presidente isolato e privo di legittimità popolare? Le risposte a tali domande potrebbero non arrivare nel breve periodo a meno che le proteste non raggiungano un livello tale da costringere le autorità a decisioni drastiche. Tebboune – e l’establishment militare – potrà trarre conforto dall’aver evitato un peggioramento della crisi istituzionale che l’Algeria sta affrontando dal 2019. Le forze di sicurezza, almeno per ora, stanno reprimendo le proteste di strada promosse da Hirak, intensificando le vessazioni nei confronti di attivisti e giornalisti indipendenti. I risultati delle elezioni hanno confermato il vecchio sistema algerino. Anche tra i cosiddetti indipendenti ci sono molti ex membri di partiti filo-governativi e non rappresentano di conseguenza una grande rottura con il passato. Le elezioni avrebbero dovuto salvare il regime dalla sua crisi di legittimità o portare ad un radicale cambiamento del panorama politico. Così non è stato. Al contrario, tali risultati potrebbero essere utilizzati dal governo come arma per rivendicare una legittimità popolare che nella realtà non trova nessun riscontro.

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