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Le elezioni presidenziali italiane: scenari e prospettive – Intervista al Prof. Gianluca Passarelli

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Le elezioni presidenziali italiane, fissate per il 2022, hanno iniziato a farsi largo nel dibattito mediatico nazionale per il loro ruolo di momento cruciale per le sorti politiche del Paese. Dopo le indiscrezioni, poi confermate dal diretto interessato, sulla volontà di non ricandidarsi del Presidente uscente, Sergio Mattarella, si sono aperte varie ipotesi sui possibili candidati e sulle relative prospettive di essere eletti. Abbiamo, pertanto, intervistato il Prof. Gianluca Passarelli, docente Scienza Politica presso Sapienza Università di Roma, per fare chiarezza sulla figura e sulle prerogative del Capo dello Stato in una Repubblica parlamentare come quella italiana e analizzare i possibili scenari per le elezioni.

Prof. Passarelli, anzitutto grazie per la disponibilità. Gli attriti all’interno di un governo di coalizione non sono di certo una novità, specialmente quando questa è molto larga, e questi solitamente si acuiscono in prossimità delle presidenziali, riaccendendo lo scontro tra i partiti. Ritiene che nello scenario attuale ci sia un candidato che possa mettere d’accordo il Parlamento italiano ed appianare, o quanto meno mettere in secondo piano, le distanze tra le diverse forze?

In realtà, la storia del sistema politico italiano prevedeva una stabilità delle coalizioni con l’esclusione del Partito comunista e del Movimento sociale che in certa misura si auto-escludeva dal governo – era escluso, ma si auto-escludeva – e una instabilità sia all’interno delle coalizioni sia all’interno dei partiti. Questo perché, in particolare la Democrazia cristiana, ma poi anche il Partito socialista, erano partiti molto fazionalizzati, molto divisi al proprio interno e quindi, non potendo mutare l’equilibrio di governo, cioè la formula di governo – che era stabile – ciò che mutava in prossimità delle elezioni presidenziali erano gli equilibri relativi a una possibile alternanza. Ciò avvenne nel caso di Sandro Pertini, nel 1978, quando si ebbe una competizione all’interno della Democrazia cristiana per chi dovesse ricoprire la carica presidenziale nonché un passaggio di fase con la segreteria di Bettino Craxi a guida del PSI. Nel caso in specie, ci muoviamo in quella che viene definita come la seconda fase della Repubblica italiana – o meglio, direi, la seconda fase del sistema partitico italiano – quello inaugurato dopo il 1993, quindi con un ruolo più attivo del Presidente della Repubblica proprio in virtù di una debolezza e di una destrutturazione del sistema partitico, di una competizione tra coalizioni. In questa fase, abbiamo avuto come esempio il ruolo molto attivo di Oscar Scalfaro, abbiamo avuto un ruolo attivo – certamente – di Giorgio Napolitano e per ultimo di Sergio Mattarella, sempre però nell’ambito di una Repubblica con un sistema parlamentare. Nel caso di Mattarella, qualora confermasse di non ricandidarsi – come ad oggi abbiamo motivo di ritenere farà – bisognerebbe trovare comunque una figura con un profilo istituzionale, il che significa un profilo altamente legato all’asse dell’Unione europea e in grado di tenere insieme questa maggioranza, che è una maggioranza inedita. Quindi, qualora si procedesse a una rielezione o all’elezione con una componente inferiore a quella della maggioranza odierna, che sostiene il presidente del consiglio Mario Draghi, si potrebbero avere quelli che lei chiama degli attriti all’interno del governo. Quindi, una figura di questo tipo può essere certamente il Presidente del Consiglio, Mario Draghi, ma – e soprattutto – il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. 

Sappiamo come la reputazione internazionale, sebbene non sia il requisito principale, è una qualità che fa la differenza per un Presidente della Repubblica. Abbiamo visto come l’attuale Presidente, Sergio Mattarella, goda di un’ottima stima nelle relazioni internazionali di Roma (si veda ad esempio l’episodio delle chiavi di Madrid). Pensa che l’autorevolezza riconosciuta a Draghi dai leader del G20 sarà lo slancio decisivo per la sua corsa al Colle?

Fin dal primo Presidente della Repubblica eletto dal Parlamento – ci fu ovviamente il capo provvisorio dello Stato, Alcide De Gasperi, per un mese, e poi ovviamente Enrico De Nicola – il Presidente della Repubblica aveva una reputazione internazionale. Luigi Einaudi aveva una reputazione internazionale dovuta  al suo ruolo di Professore di economia e poi di Governatore della Banca d’Italia, però essere riconosciuti in ambito internazionale non è un aspetto fondamentale, per due ragioni: primo, perché non c’è un’elezione popolare diretta e poi perché, come sappiamo, anche nelle elezioni popolari dirette, ad esempio negli Stati Uniti, la politica estera e la collocazione internazionale del candidato non giocano un ruolo importante nella scelta di voto. Certamente, nel caso dell’Unione europea è importante, ma siccome ragioniamo in ambito di una Repubblica parlamentare, la chiave del governo è il Presidente del Consiglio dei Ministri – non dimentichiamolo mai -. Quindi, da quello che percepisco io, in realtà, durante il G20 sia Biden che Merkel e Macron hanno, in maniera più o meno diretta, segnalato la loro predilezione per avere una continuità nell’azione di governo – e quindi di Mario Draghi a Palazzo Chigi – perché in sostituzione di Mattarella bisognerebbe trovare qualcuno che garantisca un voto da tutta la maggioranza – dalla sinistra fino alla Lega Nord –. Ma, qualora, come dice, andasse Draghi al Quirinale, dovremmo trovare qualcuno in grado di ottenere i voti in Parlamento, a meno che non si proceda allo scioglimento, che però è una condizione non ben vista, non solo dai mercati, ma anche dalla condizione del Paese che è ancora in una fase post-emergenziale e con il PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) da mettere in atto. Quindi, in questa logica, io credo che lo schema più plausibile – o meglio più auspicabile da confermare – sarebbe quello di avere il Presidente Mattarella, o una figura tale, al Quirinale e il Presidente del Consiglio, Mario Draghi, a Palazzo Chigi. 

Nel dibattito pubblico sembra che la salita di Mario Draghi al Quirinale sia più che una semplice possibilità. Questa eventualità, nonostante quanto detto finora, fornisce interessanti spunti di riflessione. L’elezione dell’ex-governatore della BCE rappresenterebbe il primo caso nella storia repubblicana di un Primo Ministro in carica che sale al Colle, quali conseguenze potrebbe portare per il sistema partitico? Potrebbe avere delle ricadute sulla struttura stessa del partito? C’è la possibilità, alla luce di quanto abbiamo detto, di un ri-pensamento del ruolo del Capo dello Stato in Italia?

Per ripensare il ruolo del Capo dello Stato c’è ovviamente bisogno di una riforma di tipo costituzionale e non mi pare che sia all’ordine del giorno: né una elezione diretta del Capo dello Stato, né una ridefinizione dei suoi poteri, né tantomeno un intervento sulle caratteristiche che il Presidente debba avere per essere eletto. Intendiamoci: l’età, la residenza e la nascita. Ad esempio, bisogna essere nati negli Stati Uniti per essere candidati a ricoprire il ruolo di Presidente della Repubblica. Di ex-governatori della Banca Centrale Italiana che hanno ricoperto poi la carica di Capo dello Stato abbiamo avuto sia Enrico De Nicola che Carlo Azeglio Ciampi, quindi, questo non sarebbe una novità. Il fatto che un Presidente del Consiglio in carica venga eletto al Quirinale – dal punto di vista istituzionale – non rappresenta nessun vulnus, né nessuna criticità. La chiave di lettura, dal mio punto di vista, potrebbe essere una chiave di tipo sistemico, cioè di normalizzare quello che adesso è una condizione di anomalia. Si dice che i poteri del Presidente si allarghino e si restringano come una fisarmonica dove ci sia più o meno bisogno dell’intervento del Capo dello Stato. In questo momento, il sistema dei partiti è debole e quindi supplisce con l’intervento del Presidente della Repubblica, ma la normalità si avrà quando, teoricamente, alle elezioni politiche del 2023 usciranno delle coalizioni in grado di governare in maniera normale: nella normale dialettica, nel normale scontro politico e nel normale confronto politico. 

In conclusione, non è – non sarebbe – la presenza di Mario Draghi al Quirinale a indebolire partiti, semmai il contrario, sono già i partiti ad essere deboli. Da questo punto di vista Draghi non rappresenta la causa della debolezza dei partiti, ma ne manifesta i sintomi: è la sua figura che rappresenta l’impasse in cui i partiti si sono cacciati per loro responsabilità. 

Nicolò Sorio,
Geopolitica.info

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