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Energy for water: accordo tra EAU, Giordania e Israele sulla scia della competizione green

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Lo scorso 22 novembre a Dubai Emirati Arabi Uniti, Giordania e Israele hanno firmato un’intesa nota come Energy for Water Initiative. Con l’attiva partecipazione di Abu Dhabi, la Giordania si impegna a costruire sul proprio territorio un impianto per la produzione di energia solare da vendere a Israele. In cambio, lo Stato ebraico costruirà un impianto di desalinizzazione nel Mediterraneo per fornire acqua potabile ad Amman. Tale intesa si inserisce in un contesto più ampio, che è quello della competizione green, a sua volta parte della sempre più rilevante conflittualità geo-economica che sta rimodellando gli equilibri internazionali.

Energy for Water: di cosa si tratta?

Nella cornice dell’Expo 2020 di Dubai, lo scorso 22 novembre Emirati Arabi Uniti (EAU), Giordania e Israele hanno firmato un accordo nei settori energetico e della transizione ecologica, noto come Energy for Water Initiative. Non si tratta in realtà di un vero e proprio accordo internazionale, giuridicamente vincolante, bensì di una dichiarazione di intenti che, per produrre effetti giuridici, dovrà essere seguita dalla firma di intese vincolanti. L’accordo è stato firmato dal Ministro per l’ambiente e il cambiamento climatico degli EAU, Mariam Al Mheiri, dal Ministro per l’acqua e l’irrigazione giordano, Mohammad Al Nijjar, e dal Ministro dell’energia israeliano, Karine Elharrar. 

Entrando nel merito, tale dichiarazione di intenti si compone di due parti distinte ma complementari. La prima è definita Prosperity Green. Questa consiste in un progetto per la costruzione di un impianto fotovoltaico per la produzione di energia solare in territorio giordano. Tale impianto, che si immagina operativo a partire dal 2026, dovrebbe avere una capacità massima di 600 MW e produrrà energia verde a favore di Israele, che sarà chiamato a pagare 180 milioni di dollari all’anno per il suo acquisto. La seconda parte dell’accordo, definita Prosperity Blue, prevede la costruzione di un impianto di desalinizzazione dell’acqua da costruire nella costa mediterranea israeliana al fine di fornire acqua dolce ad Amman, per una quantità massima di 200 milioni di metri cubi d’acqua annui. Sintetizzando, con tale accordo Israele e Giordania intendono mettere a sistema le rispettive debolezze e i complementari punti di forza in campo energetico e climatico-ambientale. Lo Stato ebraico manca di un’estensione territoriale che gli permetta di costruire impianti per la produzione di energia solare. Al contrario, la Giordania è uno dei Paesi con la più grave crisi idrica al mondo, acuita dalla mancanza di tecnologia e know-how per la desalinizzazione – di cui invece Israele è leader. L’accordo, ancora sulla carta, sarà sottoposto a uno studio di fattibilità a partire da 2022. 

Un ruolo fondamentale lo hanno giocato anche altri due attori. Su un piano politico e diplomatico, gli USA, per il tramite dell’Inviato speciale per il Clima, John Kerry, i quali hanno partecipato attivamente alla fase del negoziato, pur non figurando come una parte contraente dell’accordo. Nella cerimonia di firma della dichiarazione, Kerry ha voluto ricordare come “Il Medio Oriente rappresenta la frontiera della crisi climatica. Solo lavorando insieme i Paesi della regione possono sollevarsi e affrontare la sfida. Gli USA sono impressionati dal coraggio e dai passi creativi fatti dalle parti che hanno reso possibile tale dichiarazione”. Cionondimeno, su un piano diplomatico ma anche tecnico-operativo gli EAU, firmatari dell’accordo e quindi parte integrante, rappresentano il terzo vertice del triangolo.  Commentando l’intesa, il Ministro degli Esteri e della Cooperazione Internazionale emiratino, Abdullah bin Zayed Al Nahyan, ha voluto sottolineare lo sforzo di Abu Dhabi nel guidare la transizione ecologica nella regione, ricordando come “Il Climate Change sta già avendo un pesante impatto nei Paesi e nelle comunità del Medio Oriente”. Il Ministro ha voluto ricordare anche che gli EAU, come recentemente deciso alla COP26 di Glasgow, ospiteranno nel 2023 la COP28, il principale appuntamento internazionale sulla lotta al cambiamento climatico. Scendendo ad un livello operativo, Abu Dhabi giocherà un ruolo rilevante anche nell’esecuzione di una delle due componenti dell’accordo, ovvero Prosperity Green. Sarà un’azienda emiratina leader del settore, Masdar, a occuparsi della costruzione dell’impianto in territorio giordano.

Come si è arrivati all’accordo

Come rivelato da Axios, l’intesa Energy for Water è in fase di negoziazione segreta sin da settembre, con un pre-accordo firmato già a ottobre. La firma sarebbe dovuta avvenire a margine dei lavori della COP26 di Glasgow, ma poi è stata rimandata per evitare interferenze con l’agenda di politica interna israeliana, monopolizzata nelle prime settimane d’autunno dal delicato passaggio della Legge di Bilancio alla Knesset.

In realtà, l’impianto originale dei due progetti gemelli è ancora precedente, in quanto risale a un report pubblicato da EcoPeace Middle East  nel dicembre del 2020, intitolato A Green Blue Deal for the Middle East. EcoPeace Middle East è un’organizzazione ambientalista fondata da israeliani, giordani, palestinesi ed egiziani nel 1994, nel mezzo dell’atmosfera degli accordi di Oslo. Si tratta di un’organizzazione che fin dalla sua fondazione ha tentato di adottare un approccio innovativo alla risoluzione del conflitto israelo-palestinese, basato sull’ideazione di progetti di integrazione bottom-up che spingessero le rispettive popolazioni a cooperare su settori di interesse comuni, accantonando i contenziosi di high-politics.

Una lettura politica: cooperazione bilaterale e accordi di Abramo 

Su un piano politico-diplomatico bilaterale l’intesa rappresenta il frutto più recente della politica di distensione con Amman voluta dal governo Bennett fin dal suo insediamento nel giugno scorso. Si tratta di una delle maggiori discontinuità intraprese dal nuovo governo israeliano rispetto alla politica estera che aveva caratterizzato gli anni di governo di Netanyahu. Con quest’ultimo, il punto più basso si era toccato lo scorso marzo, quando l’ex premier israeliano dovette annullare il proprio viaggio negli Emirati Arabi Uniti per un divieto di sorvolo dello spazio aereo giordano emesso dalle autorità di Amman in risposta ai dissidi sul dossier della Spianata delle Moschee/Monte del Tempio – a sua volta il giorno precedente il Principe ereditario giordano Hussein aveva dovuto annullare la visita al luogo santo. Allargando la prospettiva, tali esempi vanno inquadrati all’interno di una politica scarsamente cooperativa dei governi Netanyahu nei confronti della Giordania. Alcuni analisti attribuivano a Netanyahu financo la volontà di indebolire artatamente il Regno hashemita, per farlo implodere al fine di costruire dalle sue ceneri uno Stato giordano-palestinese unificato – un’opzione cara a una parte della destra israeliana come soluzione ibrida per porre fine al conflitto israelo-palestinese. Ultima puntata di tale saga sono state le indiscrezioni, mai provate, di un coinvolgimento di alcuni operativi dell’intelligence israeliana nell’effimero colpo di Stato che nell’aprile scorso ha visto coinvolto tra gli altri il Principe Hamza.

Al contrario, per il governo guidato da Bennett la Giordania è tornata ad essere come negli anni Novanta uno dei principali partner regionali. Segno di ciò sono i frequenti viaggi che nelle ultime settimane hanno visto coinvolti i vertici istituzionali israeliani. Dall’incontro segreto di Bennet con Abdullah II di luglio, sino ai viaggi del Ministro degli Esteri Lapid e del neo-Presidente israeliano Herzog  di fine agosto. Nel mezzo, si conta anche la firma di un accordo già operativo tra rispettivi ministeri dell’energia per cui lo Stato ebraico ha raddoppiato la fornitura annuale di acqua al Regno hashemita, rispetto alla quota già prevista dal trattato di pace israelo-giordano del 1994. Assumendo inoltre una prospettiva regionale, Energy for Water va inserito all’interno del più vasto sforzo d’integrazione regionale spinto dalla firma degli accordi di Abramo. A testimoniarlo vi è l’attiva partecipazione all’intesa di Abu Dhabi che, in una mossa difficilmente immaginabile prima del settembre 2020, si è impegnata a cooperare con la Giordania su un progetto legato a doppio filo all’asse israelo-emiratino.

La competizione green, dimensione della conflittualità geo-economica

Cambiando ora il piano d’analisi, Energy for Water rappresenta un’iniziativa che bene si inserisce in un più generale trend intrapreso da alcuni Paesi della regione, che hanno colto la necessità di dotarsi di strategie olistiche per la transizione ecologica – la quale al suo interno contiene almeno tre settori, ovvero politiche energetiche, infrastrutturali e climatico-ambientali. Si pensi alla UAE Energy Strategy 2050, lanciata nel 2017, e a Israel 2050, lanciata nel 2019 – limitatamente al settore energetico preceduta da un Plan 2030 pubblicato l’anno precedente. Ma anche ai proclami delle ultime settimane, con cui i due Paesi hanno fissato al 2050 il termine ultimo per il raggiungimento della condizione di inquinatori zero – condizione tecnicamente definita di neutralità carbonica o climatica, laddove si raggiunge un equilibrio tra emissioni inquinanti e capacità di assorbimento delle stesse tale per cui si ritiene che quel soggetto non impatti negativamente sul clima. L’esigenza di dotarsi di tali documenti programmatici può essere compresa facendo ricorso a due spiegazioni principali. In primo luogo, la necessità concreta di contrastare fenomeni legati a vario titolo al climate change il quale, secondo gli studi del Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) delle Nazioni Unite, sta avendo un impatto particolarmente preoccupante sui Paesi della regione mediorientale. In questo senso, la già richiamata crisi idrica che sta attraversando la Giordania è solo uno degli esempi più visibili.

In secondo luogo, l’attenzione che gli attori della regione stanno destinando a tematiche green sottende una più raffinata valutazione di matrice strategica. Paesi come gli EAU e Israele – ma anche l’Arabia Saudita con la Saudi Green Initiative  e altri progetti contenuti all’interno della Vision 2030 – hanno compreso che la forte spinta verso una transizione green guidata da quelli che un tempo venivano definiti i Paesi sviluppati – Usa e Stati europei, più in generale le democrazie occidentali – sottende anche un tentativo di ottenere un vantaggio strategico comparato, in senso ricardiano, in una fase di messa in discussione, anzitutto su un piano geo-economico, degli equilibri internazionali.
Nel medio e lungo periodo, tali attori stanno scommettendo su quello che Carlo Pelanda ha definito un processo di de-globalizzazione e ri-globalizzazione selettiva attraverso cui creare mercati più esclusivi, il cui accesso è vincolato a più stringenti requisiti tecnologico-ambientali, in grado di mettere fuori gioco le industrie di competitor extra-occidentali. In altre parole, i Paesi occidentali stanno costruendo delle riserve ecologiche di mercato al fine di contrastare, su un piano qualitativo, il vantaggio sul versante dei costi con cui i Paesi non occidentali sono ancora in grado di produrre – forti di costraints salariali, sociali, politici e ambientali più blandi. Per non perdere il treno di tali mercati, anche attori come quelli mediorientali o asiatici saranno costretti gradualmente ad adeguarsi a tali standard. Viste in tali termini, le politiche green si traducono in uno strumento di coercizione non militare che, dopo aver subito un processo di “weaponizzazione”, vengono utilizzate alla stregua di un’arma nel regno della conflittualità geo-economica.

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