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TematicheItalia ed EuropaLa critica di Federico Chabod alla geopolitica classica

La critica di Federico Chabod alla geopolitica classica

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Federico Chabod (1901-1960) è stato uno degli storici italiani più importanti del secolo scorso. La sua opera principale è senza ombra di dubbio “Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896” pubblicata in due volumi nel 1951 (nel progetto originario avrebbero dovuto essere sei volumi divisi in due di introduzione e quattro di narrazione) ma con una lunga gestazione a partire dagli anni ’30.

Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896

L’opera chabodiana doveva infatti essere parte integrante di una più ampia storia collettanea della politica estera italiana dal 1861 al 1914 patrocinata dall’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) con il coordinamento di Gioacchino Volpe. Gli unici due volumi pubblicati, uno dedicato ai “grandi temi” della politica estera del Regno d’Italia dalla breccia di Porta Pia alla battaglia di Adua e l’altro alle “cose e agli uomini” che hanno determinato scelte, idee ed azioni della diplomazia e delle armi nazionali in quei ventisei anni, sono opere che, pur prive dell’analisi tecnico-descrittiva destinata ai libri che Chabod non fece in tempo a scrivere “bastano a sé stesse”. Se “Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896” è considerata uno dei capolavori della storiografia italiana novecentesca, lo si deve certamente alla ricchezza delle fonti utilizzate da Chabod, ma anche alle particolari intuizioni di tipo storico-politico che emergono nell’opera dell’intellettuale aostano.

I limiti del determinismo geopolitico: due esempi

In particolare nella prefazione, è interessante, ai fini di una più ampia conoscenza della materia nel nostro Paese, notare come Federico Chabod critichi apertamente la geopolitica intesa quale “scienza determinista” della politica estera. In altre parole Chabod non crede che il determinismo geografico, cioè la “propensione innata” di un popolo e di uno Stato a seguire una specifica politica estera nel corso della storia in quanto influenzata sempre e solo dal fattore geografico di riferimento, sia una costante valida. A tal proposito Chabod porta due esempi: la politica italiana del Re di Francia Carlo VIII (1470-1498) e la italienpolitik del Sacro Romano Impero guidato dagli Hohenstaufen, in particolare di Federico I (1122-1190) e Federico II (1194-1250). Le scuole geopolitiche francese e tedesca, influenzate dalle teorie deterministe, alla fine dell’800 – quando cioè la rivalità tra le potenze europee sarebbe culminata nella prima guerra mondiale nel 1914 – evidenziarono che sia la discesa in Italia di Carlo VIII del 1494 sia quella di Federico Barbarossa del 1158 fossero errori politici grossolani in quanto non espressione degli “interessi reali” di Francia e Germania che sarebbero invece da rintracciare rispettivamente nel “contenimento” dell’espansionismo tedesco da una parte e nella Große Politik secondo come interpretata da Bismarck e da Guglielmo II (tra l’altro due visioni antitetiche).

Non esistono “trascendenze” geopolitiche

Evidenti forzature storiche che avrebbero determinato anche distorsioni nell’interpretazione geopolitica dell’azione di Francia e Germania. Come nel ‘400 non poteva esistere una “politica renana” per Parigi tale da garantirne gli interessi nazionali, così nel secolo XII il Sacro Romano Impero non avrebbe potuto volgersi ad est o tentare il “grande salto” verso l’espansione mondiale per evidenti limiti politico-istituzionali ma anche per i tempi storicamente non ancora “maturi”. Sia la politica renana di contenimento dell’Impero Tedesco, sviluppatasi in Francia nel periodo immediatamente successivo alla disfatta contro la Prussia del 1870-1871, sia la “politica di gabinetto” guglielmina rispondevano ad esigenze e percezioni concrete di rischi ed opportunità dei rispettivi Paesi alla fine del XIX secolo e non a costanti storiche.

Certamente tali idee partivano da un presupposto geografico (non solo fisicamente inteso ma con una chiara influenza politica), ma il fatto che gli elementi geografici non cambino nel corso dei secoli, ciò non vuol dire che uno Stato debba avere sempre gli stessi interessi o sia soggetto agli stessi pericoli o gli capitino sempre le stesse occasioni, in altre parole che esista una politica estera “trascendente” legata indissolubilmente alla “ferrea legge” della geografia.

La “nuova scuola” geopolitica italiana

La critica di Chabod al determinismo geografico non può essere inquadrata come una accusa alla geopolitica tout court, anzi, essa si innesta, ed in un certo senso ne è la conclusione, alle riflessioni della “nuova scuola” geopolitica italiana nata in corrispondenza alla proclamazione del Regno d’Italia nel 1861 ma che aveva in Cesare Balbo e Massimo D’Azeglio i suoi progenitori. La scuola geopolitica italiana raggruppava gli esponenti del gruppo filo-prussiano – trasversale tra Destra e Sinistra – come Quintino Sella, Alberto Blanc, Bettino Ricasoli e Francesco Crispi, i più giovani e promettenti ufficiali del Corpo di Stato Maggiore del Regio Esercito ed alcuni dei più attenti pubblicisti per arrivare poi agli intellettuali liberal-nazionali durante il periodo dell’intervento in guerra nel 1915 ed alle teorizzazioni della rivista bottaiana “Geopolitica” (1939-1942) legata alla Scuola Italiana di Geopolitica di Trieste animata da Ernesto Massi e Giorgio Roletto.

La scuola italiana di geopolitica era fortemente legata alla “dimensione storica” della politica estera e dunque all’idea realista secondo cui l’interesse nazionale determinante l’azione concreta dello Stato nell’arena internazionale poteva cambiare a seconda del periodo storico in cui ci si trovava ad operare. Erede sostanziale della realpolitik piemontese, la geopolitica italiana (sempre più prassi che scienza) non poteva adattarsi al meccanicismo dottrinario, in questo differenziandosi ad esempio dai nazionalisti ufficiali ma anche dai marxisti. Tutte le differenze teoriche tra realisti e deterministi emersero ad esempio nelle discussioni sulla “politica adriatica” e la “politica mediterranea” dell’Italia o sulle prospettive ed i risultati dell’intervento italiano nella Grande Guerra. E se si dovessero fare i nomi di due esponenti di questa scuola altri non potrebbero essere che quello del geografo socialista ed irredentista Cesare Battisti e quello dello storico nazional-liberale Gioacchino Volpe.

Federico Chabod è inserito appieno in questo filone fortemente critico nei confronti della geopolitica classica, “geostorico” e non semplicemente “realista”, dove alla centralità dei fattori fisici (posizione, dimensioni, distanze, risorse naturali), viene affiancata quella dei fattori umani e immateriali, come demografia, tecnologia, produttività, informazione e media, senza contare la “smaterializzazione” e del conseguente ampliamento della sfera del conflitto da quella prettamente militare.

La storia come strumento della geopolitica

Le riflessioni di Federico Chabod consentono di riallacciarsi, nella migliore tradizione geopolitica italiana, alla complessità storica rifuggendo dall’attualità “a compartimenti stagni” e dalle tentazioni deterministe che hanno proprio nell’esasperato attualismo il loro migliore alleato. Può sembrare scontato da dire ma la storia e la storiografia sono strumenti indispensabili non solo per chi fa analisi geopolitica ma anche per chi determina la politica estera degli Stati come decisore.

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