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Germania e Giappone in transizione. Crepuscolo per la geopolitica liberale di stile europeo?

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Due nazioni stanno vivendo una complessa stagione di transizione politica. Sono due nazioni molto importanti, Giappone e Germania. Entrambe sono democrazie pluraliste con un forte accento sociale; entrambe sono paesi alleati degli Stati Uniti dalla fine della Seconda guerra mondiale, dove entrambe sono state duramente sconfitte proprio dagli Usa e dalle nazioni democratiche, alleate con l’Unione Sovietica (allora guidata da Stalin).

Sono due paesi molto importanti nel mondo per il loro peso economico, per il loro fortissimo capitalismo manifatturiero, per le loro basi di accumulazione finanziaria e di risparmio, per il loro ‘smart power’. Questi due paesi poi hanno un’ulteriore particolarità in comune: Germania e Giappone sono entrambe ‘potenze civili’.

Le ‘potenze civili’ sono importanti attori internazionali che, secondo gli studiosi, prediligono l’uso geopolitico dell’economia, (e infatti sono definite anche come ‘potenze geo-economiche’), e sono disponibili ad un uso della forza solamente all’interno di istituzioni multilaterali; il multilateralismo è la loro filosofia globale, potremo dire, la loro ‘religione’. Economia, cultura e multilateralismo dunque sono i punti di fondo della loro ‘geopolitica’: tutto ciò non è semplice soft power ma ‘smart power’.

Germania e Giappone sono diventati grandi attori internazionali ‘civili’ con la fine, la sconfitta, la devastazione della Seconda guerra mondiale. Gli Stati Uniti, da un lato, per eliminare il pungiglione velenoso del nazionalsocialismo germanico e del fascismo militare nipponico attuarono rilevanti riforme economiche e politiche nei due paesi, introducendo un capitalismo più concorrenziale e meno ‘bellico’; dall’altro lato, per avere alleati importanti contro il blocco comunista sovietico, incentivarono ripresa e miracoli economici. Germania e Giappone uscirono quindi dalla devastazione del peggior conflitto militare della storia umana, con forti capacità economiche ma senza potere strategico e militare. Divennero, per decreto dell’’Impero’ americano (che allora era ancora un ‘Impero liberale’), ‘potenze civili’. Con la ripresa economica capitalistica e con il consolidamento politico democratico, Germania e Giappone riconquistarono un ruolo anche internazionale ma di aspetto profondamente diverso rispetto alla loro storia di potenze particolarmente bellicose e aggressive. I loro regimi democratici, d’altra parte, avevano anche loro una loro particolarità: non erano assimilabili alla democrazia Westminister nè alle repubbliche presidenziali stile americano: bensì erano e sono democrazie ‘di consenso’.

‘Potenze civili’ e ‘democrazie di consenso’: Germania e Giappone, proprio grazie a queste loro specificità, sono diventati esperimenti geopolitici di prima grandezza molto ben riusciti dell’’Impero liberale’. Hanno così acquistato una loro dinamica e una loro struttura, ben diversa da quelle delle ‘potenze anglosassoni’, le quali a loro volta paradossalmente sono ora molto più simpatetiche dei vecchi ex-nemici ‘continentali’ con le classiche logiche della politica di potenza.

Certamente il consolidamento democratico, la riforma capitalistica, l’affermazione come ‘potenze civili’ di Germania e Giappone ha attraversato momenti contraddittori come la repressione di organizzazioni comuniste o alcune continuità con il passato totalitario di destra (specie nel Sol levante), pur tuttavia il progresso civile e liberale di queste due nazioni, prodotto dell’azione geopolitica dell’’Impero liberale’, è innegabile da tutti i punti di vista. Appare quindi un pochino paradossale il comportamento odierno degli Stati Uniti nei confronti della ‘geopolitica liberale’ che Berlino e Tokio cercano di incarnare in questi anni.

Come dicevamo, Giappone e Germania, in modo affine e simmetrico e forse non casuale, stanno attraversando in questi giorni, una stagione di complessa transizione politica: in Giappone questa stagione ha preso forma con la designazione del nuovo primo ministro (nel 2020 era terminato il lungo shogunato di Abe), in Germania con la fine del lungo cancellierato di Angela Merkel.

Cominciamo proprio dal Giappone. Nel settembre del 2020, lo ‘shogun’ del Partito liberaldemocratico, Shinzo Abe, conservatore e nazionalista, rampollo di una potente dinastia politica di Tokio, seguace attento dell’alleanza con gli Stati Uniti, assertivo quanto bastava con Pechino ma anche fautore di un nuovo rapporto fecondo con la Cina, aveva abbandonato presidenza del partito e premiership per motivi di salute. Era stato sostituito dal suo Chief cabinet, segretario e capo del gabinetto del governo, Y. Suga, il quale con il sostegno del potentissimo segretario generale del Pld, T. Nikai, capo della omonima fazione, aveva ottenuto una rapidissima designazione alla leadership del partito e del paese. Ma Suga non ha saputo gestire bene la crisi covid e ha ulteriormente inasprito i conflitti interni del partito conservatore, il Pld: sotto attacco, nel settembre scorso, ha tentato di rinvigorirsi tagliando la testa del potente Nikai. Era una manovra disperata che gli è costata la leadership e il potere: Suga a quel punto è stato costretto alle dimissioni.

La corsa alla presidenza del Pld e della premiership del Giappone è stata vinta da Fumio Kishida, ex ministro degli esteri, un moderato di scuola liberale. Anche il potente T. Nikai, segretario generale del partito ha perso incarico e potere. Un importante giornale americano ha commentato che, chiunque avesse vinto la competizione politica a Tokio, il Giappone avrebbe avuto il primo ministro più ‘falco’ verso Pechino.

Questa pare, infatti, l’unica preoccupazione odierna del mondo americano. Washington, sotto traccia, non ha mai molto tollerato le aperture di Tokio verso Pechino. La caduta del primo ministro Hatoyama, (esponente del DPJ, il partito democratico, nella breve stagione del bipolarismo nipponico), molto disponibile verso la Cina, non fu certo vista negativamente dalla amministrazione americana allora al potere a Washington. Lo scandalo che colpì Ichiro Ozawa, potente leader del DPJ, considerato un forte esponente dell’’ala pro-cinese’ dell’elite politica nipponica, non fu anch’essa vista negativamente da Washington. Ora l’eclisse politica del segretario generale Nikai, anche lui esponente molto importante dell’’ala pro-cinese’, non è certamente negativa dal punto di vista dell’’Impero non più liberale’.

Tokio in questi anni ha perseguito e implementato con abilità e sagacia una politica di forte bilanciamento geopolitico fra alleanza strategica con gli Stati Uniti e integrazione economica in Asia guidata dalla Cina; fra forte partnership economica con Pechino e consistente polizza strategica con Washington. La stessa costruzione del TPP, l’accordo di partnership economica transpacifica, fortissimamente voluta da Shinzo Abe, era concepita dallo shogun liberal-democratico giapponese come elemento importante di ‘bilanciamento’ verso Pechino, (non come ‘mattone’ di una impossibile politica di contenimento anti-cinese). Questa politica di bilanciamento continuo e attento fra Washington e Pechino ha dato a Tokio alcuni spazi di autonomia geopolitica nonchè l’opportunità per l’implementazione di una geopolitica originale di impronta sostanzialmente liberale in tutta l’Asia e il Pacifico. Critiche a Pechino per Hong Kong e i diritti umani ma senza adottare politiche di sanzioni; costruzione di catene del valore strategiche meno dipendenti ma con la crescita dell’integrazione economica pan-asiatica con la ratifica dell’RCEP, l’accordo di partnership economica regionale asiatico a guida cinese; nuovi rapporti con Taiwan, aspettando Xi Jinping a Tokio: è un bilanciamento caratteristico degli approcci di una ‘potenza civile’, che però non è particolarmente apprezzato da alcuni circoli americani, completamente imprigionati nelle logiche della geo-strategia dell’Impero.

Morale: ora che il segretario generale del Pld è caduto, si può arguire un indurimento della politica giapponese verso Pechino e quindi il conseguimento di un successo delle strategie americane per un ‘allineamento’ degli alleati sul fronte cinese anche dalle parti di Tokio. Un inasprimento di alcuni toni da parte di Tokio è assai probabile, ma forse le cose sono più complesse.

Il vincitore della corsa alla premiership a Tokio infatti ha vinto per il sostegno attivo delle ‘tre A’, Abe, Aso e Amari. Sono tre forti e potenti personalità (Abe è l’ex premier ‘shogun’), molto legate fra di loro. Amari, uomo chiave del sodalizio di Abe pro-Kishida, è stato subito designato nuovo segretario generale. Amari è un autorevole ex ministro giapponese, nonchè membro dell’’Associazione parlamentare di amicizia Giappone-Cina’. Di cui è membro, tra gli altri, anche l’ex primo ministro Hatoyama. Le cose forse sono quindi un pochino più complesse.

Pare che la vittoria di Kishida sia da collegarsi con l’inefficacia dell’azione di governo di Y. Suga e con le critiche crescenti che la gestione del partito da parte di Nikai aveva sollevato: Shinzo Abe ha agito da par suo per evitare una crisi pericolosa del partito conservatore rispetto al suo vecchio e poco efficace ex capo-gabinetto. In tal modo Shinzo Abe, ‘shogun’ nonchè protagonista delle politiche di bilanciamento di Tokio, è ritornato pienamente in auge, con una manovra di potere da manuale. Abe da tempo è molto preoccupato per la situazione di Taiwan, e quindi è probabile che Tokio farà sentire la sua voce al riguardo con Pechino, ma ciò, pensiamo (aspettiamo ovviamente la falsificazione di questa ipotesi) sempre all’interno della logica del ‘bilanciamento’. D’altra parte lo stesso Kishida, assieme alla nomina di un consigliere per i diritti umani in Cina e alla particolarissima attenzione proprio a Taiwan, ha anche riaffermato la sua disponibilità a colloqui con Pechino. Sarà quindi interessante guardare a Tokio nei prossimi mesi, anche perchè il Giappone, come vedremo fra poco, si ritrova al centro di una vicenda diplomatica ed economica chiave. Per Tokio e per il mondo intero, si tratta di una vicenda che ha le sue basi, guarda caso, proprio nella logica di ‘potenza civile’, ovvero nella geo-economia politica globale.

Passiamo a Berlino. Anche la Germania come il Giappone vive una stagione di transizione politica che investe la sua posizione e logica geopolitica liberale. Angela Merkel è stata fortemente contestata per la sua azione internazionale ritenuta da molti osservatori ed esponenti del mondo americano o coevi a quel mondo, troppo dialogante con Pechino ed eccessivamente legata ai fattori economici. E’ piuttosto paradossale che proprio i costruttori dell’economia capitalistica globale del dollaro, i teorici delle ‘potenze geo-economiche’ abbiano trovato moto e tempo per contestare alla Cancelliera una geopolitica figlia di quelle costruzioni ed analisi, ma tant’è.

Sta di fatto che la Cancelliera ha deciso di non correre più per un nuovo mandato di governo. Le elezioni del 26 settembre scorso hanno visto il crollo del suo partito, la CDU-CSU, e la sconfitta di quello che era il suo erede in campo conservatore (ed anche della sua geopolitica liberale), Armin Laschet. Non solo: i due partiti che vengono considerati ora ‘arbitri’ dei negoziati di coalizione (con eccessiva enfasi secondo noi), Grunen e liberali, sono critici verso alcuni aspetti dell’eredità della Cancelliera, anche sul versante della politica internazionale.

Anche sul fronte tedesco, alcuni osservatori si aspettano quindi un cambio di posizione verso Pechino, anche se altri osservatori pur non simpatetici verso la Cancelliera sono più cauti al riguardo. Per più ragioni: gli interessi di ‘sistema’ del grande capitale manifatturiero produttivo in primissimo luogo che rimangono molto legati al capitalismo industriale globale e interconnesso. E, poi, per il semplice fatto che il vincitore delle elezioni Olaf Scholz in realtà si è presentato, guarda caso, come l’erede vero della Cancelliera. Il suo partito, la SPD, in politica internazionale, ha lo stesso approccio liberale di Angela Merkel. E lo stesso candidato cancelliere socialdemocratico, come sindaco di Amburgo, conosce benissimo la realtà della geo-economia capitalistica globale. Se il leader SPD sarà il prossimo Cancelliere, sarà lui ad essere il dominus della politica estera di Berlino.

Insomma, premesso che dovremo vedere bene i futuri accadimenti politici di Berlino, forse anche sul fronte tedesco, potrebbe essere prematuro parlare di fine (o di crepuscolo) della geopolitica liberale merkeliana e della politica globale stile ‘potenze civili’. Sicuramente però la geopolitica liberale di stampo occidentale, (ovvero il trittico: rafforzamento geo-economico, bilanciamento geopolitico, costruzione di un ordine globale neo-multilateralista liberale coerente), trova ostacoli rilevanti proprio ad occidente.

Molti osservatori amano parlare di fine della politica internazionale modello Merkel a causa di un ambiente e un sistema internazionale ben diverso da quello che ha visto la nascita e l’affermazione del ‘metodo Merkel’: oggi siamo in una realtà politica e geopolitica globale molto più dominata da rivalità sistemiche e da concorrenze ‘estreme’ (la definizione blinkeniana della ‘guerra geopolitica economica’ contro la Cina). In un tale mondo, per dirla sinteticamente, non ci sarebbe posto per le geopolitiche delle ‘potenze civili’ o geo-economiche, nonostante le relative innovazioni che hanno avuto in questi anni: secondo costoro, dovrebbe trionfare nuovamente la logica della politica di potenza.

A guardare le cose con un po’ di sano metodo storico e analitico, la faccenda appare molto diversa da questa ‘nuova’ versione di ideologia neocon. In primissimo luogo per la semplicissima e ovvia ragione che le grandi sfide globali, dal clima all’ambiente, dalle tensioni finanziarie (nessuno di codesti osservatori neocon ha notato che la crisi Evergrande  e del mercato immobiliare cinese ha subito provocato onde anomale sui mercati finanziari d’Occidente) al covid e alle pandemie prossime impongono una forte concertazione politica e geopolitica globale. Ma non è possibile la cooperazione politica necessaria in un clima di guerra geopolitica, come l’attuale inviato americano per il clima, ex segretario di stato John Kerry ha avuto modo di constatare personalmente molto recentemente.

Ma proprio in questi giorni di transizione politica a Tokio e a Berlino, un fatto importantissimo ha scandito l’attualità geopolitica e geo-economica globale, in particolare in Asia e nel Pacifico (nell’Asia-Pacifico). Parliamo della doppia richiesta di adesione di Cina e Taiwan al CPTPP, il ‘Comprensive Progressive TransPacific Partnership’, ovvero il TPP senza gli Stati Uniti.

Qui la faccenda merita un po’ di attenzione. Il TPP fu fortissimamente voluto da Shinzo Abe e da Barack Obama per cercare di integrare le economie di Asia e Pacifico al di là del preponderante ruolo della Cina. A dir tutta la verità, Abe e Obama avevano, a nostro avviso, una sottilissima ma decisiva differenza: Abe puntava ad un ‘bilanciamento’ dell’influenza cinese; Obama al solito ‘contenimento’ anti-cinese. Pur tuttavia, il TPP costituiva un mattone geo-economico importantissimo del ‘Pivot to Asia’ 0.1: era la base economica indispensabile al Quad, il Dialogo quadrilaterale di sicurezza fra Usa, Giappone, Australia e India.

Il primo atto di politica estera dell’amministrazione Trump, con apposito ordine esecutivo, fu l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo transpacifico: un fatto storicamente importantissimo e ampiamente sottovalutato in tutte le sue implicazioni. La decisione trumpiana infatti non era una trovata di un presidente inaffidabile: e difatti Biden non ha avuto e non ha la forza politica per annullare quella decisione. Stati chiave e settori sociali decisivi contrari lo impediscono oggigiorno negli Stati Uniti. Parlare oggi di accordi commerciali a Washington è come bestemmiare. La società e la pubblica opinione americana non appoggiano più l’apertura economica al mondo, togliendo così dal tavolo della geopolitica Usa, lo strumento decisivo per una egemonia globale duratura.

Giappone e altri dieci paesi del Pacifico però decisero di andare comunque avanti sulla strada dell’integrazione economica e sottoscrissero e ratificarono il TPP senza gli Stati Uniti, ovvero il CPTPP. Che come tutti i trattati economici di seconda generazione, non prevede semplicemente riduzione di tariffe, ma omologazione di standard e di regole e creazione di istituzioni. La geo-economia oggi è direttamente politica e istituzioni, è ‘geo-economia politica’. Non solo: molti dei paesi CPTPP hanno successivamente aderito anche all’RCEP, l’accordo economico asiatico guidato da Pechino: siamo di fronte ad una doppia via di integrazione economica dell’Asia-Pacifico.

Mentre gli Stati Uniti rimangono fuori dal CPTPP (ed anzi prediligono i sottomarini nucleari verso Pechino, ovvero il recentissimo accordo AUKUS), esattamente nelle medesime ore, Pechino ha annunciato la sua richiesta di adesione al CPTPP precedentemente creatura americana come abbiamo ricordato. ‘In politica non ci sono coincidenze’ ci è stato spiegato da un acuto osservatore internazionale. C’è da pensare che Pechino, conoscendo bene le intenzioni americane per AUKUS, (magari informata dall’alleata Mosca), abbia deciso di lanciare la sua bomba geopolitica. Perché di bomba geopolitica si è trattato.

Già da tempo si sapeva di questa intenzione cinese, peraltro anticipata dallo stesso Xi Jinping, ma ora il dato è stato tratto. Ovviamente si tratterà di un processo molto lungo e difficile, anche perchè per confermare l’inizio dei negoziati e poi l’eventuale intesa è necessaria l’unanimità dei si dei paesi già membri e tra questi, ad esempio, vi è anche l’Australia in forte conflitto geopolitico con la Cina.

Il punto, anzi i punti però sono già chiari per la loro rilevanza geopolitica/geo-economica. Oltre la Cina infatti anche Taiwan ha immediatamente chiesto l’adesione all’accordo economico. Il Giappone, la nazione leader della Partnership transpacifica si trova nel difficile ma potente ruolo di arbitro dell’adesione tra Pechino e Taipei. E’ facile supporre che Fishida dovrà affrontare un negoziato non solo economico, ma fortemente politico. La geo-economia diventa automaticamente e potentemente geopolitica. E lo diventa rapidamente: mentre per la costruzione e il dispiegamento di (forse inutili) sottomarini nucleari ci vorrà molto tempo, per l’inizio di negoziati CPTPP e il suo impatto geopolitico ci vorrà molto meno tempo (per l’inizio ovviamente non per la fine del processo negoziale). L’inizio delle negoziazioni già costituisce un fatto politico di primissima grandezza. Per comprenderlo adeguatamente facciamo un piccolo salto indietro nel tempo.

La Cina entrò nel WTO nel 2001, Taiwan nel 2002. Il processo di negoziato per l’adesione cinese e taiwanese nella struttura cardine del libero commercio globale ebbe come arbitro dell’adesione, gli Stati Uniti (i quali detto per inciso, nonostante ci fosse al potere a Washington una amministrazione ‘progressista’ si guardarono bene da chiedere a Pechino regole e standard per i diritti sociali e dei lavoratori: al contrario di quello che oggi verrebbe previsto nel CAI, il ‘Trattato per gli investimenti’ fra Ue e Cina, voluto dalla Cancelliera tedesca). Allora l’arbitro dell’adesione furono gli Stati Uniti, oggi, l’arbitro dell’adesione è il Giappone. Quel Giappone, ‘potenza civile’ deve quindi agire in ambito ‘geo-economico’.

Morale. Da un lato siamo di fronte ad un forte e potenzialmente immane spostamento di ruolo di leadership geopolitica fra Stati Uniti ed Asia, Giappone stavolta, ma non solo; dall’altro lato assistiamo all’evidente affermazione della ‘geo-economia politica’ rispetto alla geo-strategia militare. 

Domanda: le ‘potenze civili’ sono finite a causa di un mondo dominato da rivalità, oppure semplicemente ed ovviamente evolvono (positivamente) perchè il mondo globale delle rivalità geo-economiche e delle necessità cooperative impone geopolitiche ‘post-imperiali’? 

Ma che cosa rischia di accadere se alla fine Berlino e/o Tokio, invece di evolvere positivamente, si ‘allineeranno’ (più o meno) alla geo-strategia imperiale americana? Se la ‘geopolitica liberale’ occidentale delle ‘potenze civili’, Germania e Giappone, non riuscisse a reggere le spinte tardo-imperiali americane, non ci rimetteranno solo Berlino e Tokio. Ci rimetterà piuttosto l’intero ex Occidente incapace di affrontare nel terreno giusto, (la geo-economia e le istituzioni ovvero la geo-cultura), l’ascesa della Cina nell’EurSAsia ‘integrata’ . 

Il metodo della Cancelliera, parlare e dialogare intensamente con chi non condivide il nostro modello politico, infatti, è precisamente quello adeguato per un ‘mondo di rivali’ che deve trovare un punto di sintesi per affrontare sfide come il clima, il covid, le tensioni dell’economia e della finanza.

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