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Il blocco di Suez

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Il 29 ottobre del 1956 Israele invase la penisola del Sinai in accordo con Francia e Gran Bretagna. Fortemente voluta da Tel Aviv, l’operazione venne accolta con favore dai due Paesi europei desiderosi di rivalsa nei confronti del presidente egiziano Gamal Abd el-Nasser che, qualche mese prima, decise unilateralmente di nazionalizzare il celebre Canale di Suez.

L’opera architettonica che collega il Mar Mediterraneo al Mar Rosso venne completata nel 1867 grazie al contributo fondamentale della Francia, la quale ottenne come compensazione dei lavori, la comproprietà con l’Egitto. Negli anni a seguire la Gran Bretagna acquistò la quota dell’Egitto ottenendo il controllo parziale dello stesso canale per poi presidiarlo militarmente.

Tuttavia, l’operazione bellica dei Paesi occidentali si rivelò un fiasco nonostante la netta supremazia di tipo militare. Washington infatti, con diverse e valide motivazioni si schierò a fianco dell’Egitto, costringendo di fatto Londra e Parigi ad una storica ed umiliante ritirata, consacrando ulteriormente la figura del leader egiziano Nasser.

La Francia ed il Regno Unito erano particolarmente legate al Canele di Suez, non solo per motivi storici legati alla costruzione dello stesso avvenuta secoli prima, ma erano ben consapevoli che i loro redditizi commerci con l’India e l’Asia intera sarebbero stati da quel momento in poi soggetti al benestare egiziano.

65 anni dopo la Crisi di Suez, il canale torna ad essere al centro dell’attenzione mondiale. Questa volta, a causare una nuova crisi, è stata una nave taiwanese battente bandiera panamense. Per tre giorni infatti il blocco della EverGiven, portacontainer lunga 400 metri, ha causato il blocco del 12% del commercio mondiale causando danni economici per circa 400 milioni di dollari l’ora.

Negli ultimi anni, la navigabilità di Suez è sempre stata piuttosto tranquilla, ancor di più a seguito dell’ampliamento di un tratto nel 2015, con più di 17mila navi che lo attraversano ogni anno. Tuttavia questo clima si è interrotto lo scorso martedì 23 marzo quando la portacontainer è rimasta incagliata nel canale, riuscendo a liberarsi solo nelle scorse ore grazie ad un intervento ingegneristico e all’alta marea.

Le conseguenze del blocco della porta container sono state estremamente rilevanti: il sostanzioso aumento del prezzo del petrolio ed i rallentamenti delle filiere produttive dovuti alla carenza delle merci sono state solo alcune delle conseguenze. Oggi il Canale di Suez è oramai diventato lo snodo fondamentale per il commercio mondiale soprattutto a fronte del fenomeno della globalizzazione. Inoltre attualmente il passaggio delle navi commerciali rappresenta per l’Egitto una fonte di ricavo pari a 6 miliardi di dollari.

Tuttavia, eventi come quello avvenuto nelle scorse ore a Suez evidenziano come i benefici indotti dalla globalizzazione si scontrino con alcuni evidenti danni. Inarrestabile fino a qualche anno fa, questo fenomeno ha indiscutibilmente favorito alcune disparità economiche, diminuito la sovranità nazionale, impattato negativamente sull’ambiente favorendo lo sfruttamento.

Le conseguenze del blocco di una sola settimana della via principale per gli scambi tra Asia ed Europa deve far riflettere sulla precarietà di un mondo sempre più interconnesso ed incapace di avere sistemi economici territoriali completi. La EverGiven è un campanello d’allarme che deve far riflettere sulla necessità di studiare una nuova geopolitica dei trasporti e commerciale che permetta ad ogni luogo del globo una sostenibile autosufficienza. Dipendere troppo da altri soggetti, nazioni o vie del commercio è un rischio che nessun Paese può permettersi di correre.

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